top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Colpo di dadi (2023)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Colpo di dadi

Un coup de dés

Francia Belgio 2023 thriller 1h25’

 

Regia: Yvan Attal

Soggetto: Éric Assous (pièce teatrale)

Sceneggiatura: Yvan Attal, Yaël Langmann

Fotografia: Rémy Chevrin

Montaggio: Jennifer Augé

Musiche: Dan Lévy

Scenografia: Marie Cheminal

Costumi:

 

Yvan Attal: Mathieu

Guillaume Canet: Vincent

Maïwenn: Delphine

Marie-Josée Croze: Juliette

Alma Jodorowsky: Elsa

Victor Belmondo: Alex

 

TRAMA: Mathieu deve il suo successo di imprenditore edile soprattutto all’amico Vincent, che gli ha salvato anche la vita, rafforzando la loro amicizia. Quando scopre che l’altro ha una giovane amante e cerca di aiutarlo nella crisi coniugale, lui si innamora a sua volta della donna, scatenando una spirale di eventi imprevedibili.

 

VOTO 5,5

 

 

Un incidente, una bugia e il crollo di una vita impeccabile.

Yvan Attal, spesso interprete dei suoi film come in questo caso, riunisce una squadra di nomi eccellenti del cinema francese e, come gli capita spesso, si muove tra thriller e film morale partendo da una pièce del regista, sceneggiatore e autore teatrale Éric Assous.

 

 

Quello che mi colpisce subito è il prologo: un’aggressione domestica, improvvisa e quasi muta, che incrina per sempre la superficie lucida di due coppie borghesi parigine. Mathieu (Yvan Attal) e Juliette (Marie-Josée Croze), ancora scossi, decidono di lasciare la banlieue e seguire i loro migliori amici, Vincent (Guillaume Canet) e Delphine (Maïwenn), a Marsiglia. Lì tutto sembra ripartire: il sole, il mare, un nuovo lavoro che consacra Mathieu e Vincent come promotori immobiliari di successo. Una seconda vita, almeno in apparenza.

 

 

Ma è proprio in questa apparente rinascita che il caso – o il destino, o quel colpo di dadi evocato dal titolo – comincia a incrinare di nuovo le certezze. Mathieu scopre che Vincent tradisce Delphine. All’inizio è solo imbarazzo, un segreto che pesa. Poi, quando l’amante lascia Vincent, Mathieu ne rimane attratto lui stesso, come se quel tradimento aprisse una crepa in cui far scivolare la propria frustrazione, la propria identità vacillante, la propria incapacità di sentirsi davvero all’altezza della vita che conduce.

 

 

Da qui in avanti, il film si trasforma in un ingranaggio morale che stringe lentamente i suoi personaggi: nessuno è innocente, nessuno è davvero colpevole, tutti sono intrappolati in una rete di scelte sbagliate, omissioni, orgoglio ferito. Le coppie si sfaldano, i ruoli si confondono, e ogni tentativo di rimettere ordine genera solo nuove conseguenze. Non è importante “chi tradisce chi” o “chi farà del male a chi”: ciò che conta è la spirale, la perdita di controllo, la fragilità di uomini e donne che credevano di avere una vita già scritta e invece scoprono di essere vulnerabili come chiunque altro.

 

 

Il film è un thriller che rifiuta la spettacolarità. Attal non cerca il colpo di scena, ma la corrosione lenta. La tensione nasce dal quotidiano, da quella borghesia che dovrebbe essere il luogo della stabilità e invece diventa un terreno minato. Mathieu, interpretato dallo stesso Attal, è forse il personaggio più interessante: un uomo perbene, stimato, razionale, che però vive con una frustrazione sotterranea che non sa nominare. Quando la sua virilità, l’immagine di sé, la posizione nel gruppo vengono incrinate, reagisce non con violenza plateale ma con una serie di micro-scelte sbagliate che lo trascinano verso il disastro. È un protagonista che non vuole esserlo, che non sa più dove si trova, che si lascia vivere fino a quando il caso lo travolge. Accanto a lui, le figure femminili sono sorprendentemente solide: Juliette, ferita ma lucida; Delphine, che rifiuta di essere la vittima designata; persino l’amante, che resta un personaggio sfuggente ma mai stereotipato. È come se il film dicesse che gli uomini, qui, sono quelli che non reggono il peso delle loro stesse aspettative.

 

 

È un film che non punta al clamore ma alla precisione. Un thriller intimo, quasi domestico, che osserva la fragilità dei legami e la facilità con cui una vita ordinata può deragliare. Non ci sono vincitori: solo esseri umani che tentano di restare a galla mentre il destino – o le loro stesse scelte – li trascina altrove. Purtroppo, però, è come se lo stesso regista/attore non creda molto nel progetto: sono sensazioni di spettatore ma ci si può sbagliare. Persino gli attori non li vedo al loro massimo d’impegno: Maïwenn appare trattenuta, come se non trovasse mai il tono giusto, lei che è solitamente brava, ma grosso modo tutti peccano di una recitazione poco convinta e quando il fenomeno è generalizzato, viene il dubbio che il problema parta dalla direzione degli attori che, di conseguenza, non riescono a dare profondità a personaggi già scritti in modo fragile. In definitiva, il cast non riesce a dare vita alla tensione morale che il film vorrebbe costruire né a compensare le sue fragilità narrative.

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page