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Il senso di Smilla per la neve (1997)

Immagine del redattore: michemar
michemar
30 lug
Tempo di lettura: 3 min

Il senso di Smilla per la neve

Smilla's Sense of Snow

Danimarca Germania Svezia 1997 thriller 2h1’

 

Regia: Bille August

Soggetto: Peter Høeg (romanzo)

Sceneggiatura: Ann Biderman

Fotografia: Jörgen Persson

Montaggio: Janus Billeskov Jansen, Mogens Hagedorn

Musiche: Harry Gregson-Williams, Hans Zimmer

Scenografia: Anna Asp

Costumi: Marit Allen, Barbara Baum

 

Julia Ormond: Smilla Jaspersen

Gabriel Byrne: il meccanico

Richard Harris: dr. Andreas Tork

Jim Broadbent: dr. Lagermann

Tom Wilkinson: prof. Loyen

Robert Loggia: Moritz Jaspersen

Vanessa Redgrave: Elsa Lübing

Mario Adorf: capitano Sigmund Lukas

Bob Peck: Ravn

Charlotte Bradley: la signora Lagermann

Peter Capaldi: Birgo Lander

Jürgen Vogel: Nils Jakkelsen

 

TRAMA: Smilla Jasperson è un’esquimese nata in Groenlandia e trasferitasi a Copenhagen. Quando Isaiah, un bambino esquimese di sei anni viene trovato morto a faccia in giù nella neve dopo una caduta dal tetto di casa, la polizia archivia il caso come un tragico incidente. Figlio di un’alcolizzata cronica il bambino era l’amico inseparabile di Smilla, che, non convinta delle conclusioni della polizia, comincia a indagare.

 

VOTO 6

 

 

Si tratta di un thriller glaciale che parte con un magnetismo irresistibile e poi, lentamente, scivola verso territori sempre più improbabili. Al centro c’è Smilla Jaspersen, donna sospesa tra due mondi – l’infanzia groenlandese e la vita danese – che porta addosso una durezza antica, quasi scolpita dal vento polare. Julia Ormond la interpreta con un’eleganza severa: sguardo tagliente, postura chiusa, una bellezza che non cerca complicità. La macchina da presa la studia da vicino e lei restituisce immagini di una protagonista che pensa, osserva, deduce.

 

 

Smilla Jaspersen, groenlandese trapiantata a Copenaghen, vive in una solitudine tagliente che si incrina quando trova il corpo del piccolo Isaiah, il bambino inuit del palazzo con cui aveva instaurato un legame silenzioso. La versione ufficiale parla di una caduta accidentale dal tetto, ma le impronte sulla neve raccontano altro: una fuga, una minaccia, un gesto disperato. Smilla, esperta di ghiaccio e di tutto ciò che la neve può rivelare, inizia a scavare nella vita del bambino e scopre che un medico influente lo visitava regolarmente, che sul suo corpo è stata praticata una misteriosa biopsia post mortem, che la compagnia mineraria Greenland Mining ha un interesse ossessivo per la famiglia.

 

 

L’indagine la porta a un contabile in fuga, a un nastro nascosto, a un meccanico (Gabriel Byrne) ambiguo che decide di aiutarla. Ogni passo apre un varco verso un segreto più grande: una spedizione artica, un meteorite capace di generare energia, un parassita preistorico che uccide senza lasciare traccia. Smilla si imbarca clandestinamente su una nave diretta in Groenlandia, braccata dagli uomini della compagnia, e scopre che Isaiah e suo padre erano stati esposti al parassita. Nel cuore di una grotta di ghiaccio, tra scienziati corrotti e imprenditori accecati dal potere, la verità esplode: il bambino era stato monitorato come possibile portatore dell’organismo letale. L’ultimo confronto avviene sulla distesa bianca, dove Smilla affronta il responsabile della morte di Isaiah mentre la base segreta viene distrutta. Quando tutto crolla, lei resta sola davanti al paesaggio della sua infanzia, un orizzonte di neve che custodisce la verità e il dolore.

 

 

Come si intuisce, la trama si accende con la morte di Isaiah, un bambino che Smilla conosce bene. Le impronte sulla neve raccontano una storia diversa da quella ufficiale, e lei – che la neve la legge come un linguaggio – non accetta la versione dell’incidente. Da qui parte un’indagine che si allarga fino a diventare un intrico di affari sporchi, segreti industriali, esplosioni artiche del XIX secolo e persino organismi preistorici. È un mondo che si apre e si complica, fino a far sembrare allo spettatore di aver viaggiato da Copenaghen alla Groenlandia e ritorno.

 

 

Bille August dirige con mano elegante: ambienti interni sobri, esterni nitidi e gelidi, un uso della luce che restituisce la sensazione di un freddo che non è solo meteorologico. Il film è bellissimo da guardare, anche quando la credibilità del racconto si assottiglia e non tutto fila liscio. Prima di tutto Smilla cambia abiti come un’eroina da passerella e quando si imbarca clandestinamente su una nave sembra uscita da un servizio fotografico di un fotografo per divi.

 

 

Il cast di contorno, che notevole, aggiunge colore: Gabriel Byrne, meccanico introverso e ambiguo; Robert Loggia, padre americano energico ma fuori parte; Richard Harris, industriale dal sorriso indecifrabile; Vanessa Redgrave, contabile che in pochi minuti ruba la scena con una presenza che dimostra la classe delle grandi attrici.

 

 

Il finale, immerso nella solitudine bianca della Groenlandia, è spettacolare: ghiaccio, acqua gelata, un confronto fisico e morale che punta più all’impatto visivo che alla coerenza narrativa. Ma dà la strana idea di essere troppo fantasioso, peccato, perché rovina una prima parte affascinante. È un epilogo che resta negli occhi, anche quando la storia ha ormai abbandonato, appunto, ogni pretesa di realismo.

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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