In fondo al cuore (1999)
- michemar

- 1 mar 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 14 giu 2023

In fondo al cuore
(The Deep End of the Ocean) USA 1999 dramma 1h46’
Regia: Ulu Grosbard
Soggetto: Jacquelyn Mitchard (romanzo)
Sceneggiatura: Stephen Schiff
Fotografia: Stephen Goldblatt
Montaggio: John Bloom
Musiche: Elmer Bernstein
Scenografia: Dan Davis
Costumi: Susie DeSanto
Michelle Pfeiffer: Beth Cappadora
Treat Williams: Pat Cappadora
Ryan Merriman: Sam Karras / Ben Cappadora
Jonathan Jackson: Vincent Cappadora
Whoopi Goldberg: Candy Bliss
John Kapelos: George Karras
Rose Gregorio: nonna Rosie
TRAMA: Un ragazzino di tredici anni bussa alla porta dei Cappadora senza rendersi conto che, dentro casa, c'è la sua famiglia. Era stato rapito, aveva quattro anni, e non ricorda nulla; lui abita in fondo al viale, in un'altra casa, con un'altra famiglia in cui non si trova affatto male. Così Beth, la presunta madre, Pat, la figlia Kerry e il loro tormentato figlio adolescente Vincent insieme a un'agente della polizia cercano di indagare.
Voto 6,5

Per capire il dramma di una mamma va necessariamente illustrata la prima tragica sequenza.
Felicemente sposata e madre di tre figli, Beth Cappadora decide di recarsi con tutta la prole nella vicina Chicago per partecipare ad una delle consuete feste di ritrovo degli ex compagni di liceo. Tanta eccitazione e tanta confusione regnano nell'atrio dell'albergo, cosicché, assentatasi per un momento per farsi registrare, quando torna indietro Beth ritrova solo il figlio di sei anni Vincent, mentre Ben, tre anni, non c'è più. A niente servono le ricerche subito predisposte dalla polizia: di Ben nessuna traccia. Beth torna a casa, ma la vita, ormai, non può più essere la stessa. Oppressa da un crescente senso di colpa, Beth vive come in catalessi, incapace di dare qualche segnale di reazione. Tra lei e il marito Pat la tensione cresce, e a niente serve che lui sia impegnato in una iniziativa cui tiene molto, l'apertura di un ristorante/locale da ballo. Anche Vincent, il figlio maggiore, risente molto delle situazioni dolorose venutesi a creare dopo la scomparsa di Ben, e crescendo diventa un ragazzo cupo e difficile.

Chiunque può capire la situazione creatasi e consolidata negli anni a seguire: immaginiamo un nostro bimbo, fratellino, sorellina. Perso, senza notizie, senza il suo odore. E immaginiamo subito dopo la scena in cui un ragazzino bussa alla porta della casa di quella famiglia e la signora Beth, trovandosela sull’uscio, prova un sussulto, una sensazione, anzi di più, la quasi certezza che quello che dice di chiamarsi Sam, che abita in fondo al viale con la sua famiglia Karras, sia proprio il suo mai dimenticato Ben!

Il titolo italiano può anche essere retorico e melodrammatico: una mamma che giustamente conserva il ricordo dove non si smuoverà mai, ma il titolo originale è ancora più profondo: la fine più profonda dell’oceano. Lì, in quel posto irraggiungibile è custodito il ricordo di un figlio mai più ritrovato. Ma ovviamente non è così semplice, son passati ben nove anni e non è che quel giovanottino può essere ripreso come un pacco smarrito. E se il Sam che è in realtà Ben rientra in famiglia, tra le braccia della mamma non tutto fila liscio e i prevedibili problemi vengono presto a galla.

Ulu Grosbard, regista stimato che ha saputo destreggiarsi con temi simili o differenti ma sempre basati sulle (re)azioni umane e sui legami sentimentali, evita accuratamente il filone magnetico della facile drammatizzazione che porta alla comoda commozione. No, cura con mano delicata lo sviluppo del racconto, asciuga i fronzoli e gli orpelli che sciuperebbero un buon soggetto, lavora perfino di ellissi andando avanti e dietro e facendo trapelare appena il non detto e il mai visto. Il suo mestiere, quello di onesto autore delicato e preciso, viene da lontano, da quando nella natia Anversa faceva l’intagliatore di diamanti, occhio e mano che ha mantenuto per far girare con estrema accuratezza la macchina da presa intorno agli interpreti.


Attori, i suoi, che gli danno una preziosa mano: Michelle Pfeiffer non è in questa occasione che deve dimostrare chi sia e recita benissimo il ruolo della mamma che si perde un bimbo e che soffre le pene dell’inferno durante l’assenza e dopo il ritrovamento. Davvero brava. Le fanno una buonissima compagnia sia il marito Pat, interpretato da Treat Williams, che chi indossa i panni della detective della polizia incaricata delle indagini nel momento dello smarrimento, Candy Bliss (Whoopi Goldberg) che come al solito sa essere vigorosa e drammatica, a seconda dei ruoli.
Nel complesso è un film godibile, non tragico come alcuni registi lo avrebbero girato: nei giusti binari è una storia appassionante e di comprensibile emotività.






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