L’ultimo turno (2025)


L’ultimo turno
Heldin
Svizzera Germania 2025 dramma 1h32’
Regia: Petra (Biondina) Volpe
Sceneggiatura: Petra Volpe
Fotografia: Judith Kaufmann
Montaggio: Hansjörg Weißbrich
Musiche: Emilie Levienaise-Farrouch
Scenografia: Beatrice Schultz
Costumi: Linda Harper
Leonie Benesch: Floria Lind
Sonja Riesen: Bea Schmid
Alireza Bayram: Jan Sharif
Urs Bihler: sig. Leu
Jürg Plüss: sig. Severin
Lale Yavaş: sig.ra Morina
Selma Jamal Aldin: Amelie Afshar
Ali Kandaş: Nabil Bilgin
Aline Beetschen: Evelyn Bühler
Jasmin Mattei: Claudia Bach
Margherita Schoch: sig.ra Kuhn
Ayhan Sahin: sig. Morina
Nicole Bachmann: dott. Strobel
Heinz Wyssling: sig. Schneider
Doris Schefer: Pascale Schneider
Albana Agaj: sig.ra Osmani
Ridvan Murati: sig. Osmani
Pema Shitsetsang: dottoressa
TRAMA: Una giornata nel reparto chirurgico, dove Floria lotta contro il caos di un sistema al limite, mentre si prende cura dei suoi pazienti con dedizione.
VOTO 7,5

La formidabile Leonie Benesch passa dalla sala professori del 2023 a quelle della corsia di un ospedale cantonale della Svizzera che, come in quell’altro film, la trascina in un vortice professionale che avrebbe volentieri evitato. È la storia di una delle tante infermiere che ci assistono quando, da ricoverati, con una dedizione mai interamente riconosciuta e che nei momenti peggiori della nostra Storia sono diventate figure eroiche, tanto che in questo caso la regista Petra Biondina Volpe ha intitolato il suo lavoro “Eroina”. Per non cancellare dalla memoria comune ciò che loro, femmine e maschi in camice, hanno fatto durante la pandemia del Covid, va ricordato che le definimmo “angeli”, ma qui, poverina la protagonista, diventa una martire vera e propria.

Come si fa scrivere la trama di questo film, che consiste in una infernale ripetizione di gesti, di aghi, di flebo, medicazioni e soprattutto di incoraggiamenti, senza pause di continuità? Ci provo, perché non è una trama qualsiasi, né tantomeno la storia di un romanzo. Floria Lind (Leonie Benesch) è una infermiera specializzata attiva nel reparto di chirurgia oncologica di un ospedale svizzero. Svolge la propria professione con elevata devozione e competenza. All’inizio la vediamo arrivare nel suo turno serale e cambiarsi nello spogliatoio assieme alla collega Bea, l’unica che la accoppierà, appena oltre un’aspirante infermiera in addestramento. Troppo poche per poter assistere i tanti ricoverati sia degenti da tempo e condannati dal male inesorabile, sia i ricoverati d’urgenza che devono essere sottoposti immediatamente ad un intervento chirurgico. È un reparto già pienamente occupato e cronicamente sotto organico e loro due sanno che le aspetta un altro turno massacrante.

Nonostante il ritmo frenetico, Floria presta assistenza con attenzione e professionalità a diversi pazienti affetti da patologie gravi, tra cui un anziano in attesa del colloquio con la dottoressa responsabile per la comunicazione della diagnosi. Parallelamente, si occupa anche delle richieste di un paziente privato che manifesta esigenze aggiuntive. Nel corso del turno, a causa dello stress e della pressione lavorativa, commette un errore potenzialmente letale, evento che mette alla prova i suoi limiti psicologici e professionali. C’è la sig.ra Kuhn, anziana con grave perdita di memoria, donna fragile e disorientata malata di demenza ed ha bisogno di rassicurazioni; il sig. Leu, anziano solo, in attesa di diagnosi che nessuno gli fornisce in quanto la chirurga è sempre in sala operatoria e quella sera, finalmente per lei, scapperà a casa: è ansioso e gentile ma depresso anche per il destino del suo amato cane; il sig. Osmani, che deve essere operato quanto prima; Nana Nwachukwu è del Burkina Faso e, da immigrato, non ha né amici né parenti, ha un possibile problema chirurgico e deve fare una TAC ma non sopporta il liquido che deve bere per cui ha nausea; la sig.ra Lauber con un’infezione alla mano, persona insistente ma non aggressiva, il che è già qualcosa. Poi ci sono i casi disperati del sig. Schneider anziano in fase terminale; il sig. Severin, cliente privato, il più insopportabile, arrogante e pretenzioso; la sig.ra Bilgin, anziana in fase terminale; la sig.ra Morina con cancro recidivo e rassegnata.

Un parterre che pare infinito di cui ognuno, giustamente, chiede assistenza medica e psicologica e lei, Floria, corre senza sosta dall’uno all’altra, spesso senza riuscire materialmente e con tutta la sua buona volontà e professionalità a soddisfare le esigenze per motivi di contemporaneità e di tempo: mentre sta andando a medicare uno, si accende la chiamata di un altro, oppure scatta l’allarme per un'altra ancora. C’è chi chiede con insistenza un analgesico e mentre lei lo sta andando a prendere dall’armadietto chiuso a chiave la ferma un visitatore che vuole aiuto per il parente dolorante o giunge una chiamata telefonica che chiede se può essere ricoverato subito un caso urgente. O la figlia di una ricoverata che chiama da Boston Un caos. Lei non batte ciglio, solo qualche minima espressione di reazione ma mai di donna spazientita, perché conoscendo le condizioni di lavoro e dei bisogni dei poveri ammalati sa che deve solo aiutarli a sentirli a loro agio, almeno il conforto psicologico della presenza e dell’analgesico che li aiuti. Una parola buona è spesso la miglior medicina e lei non si risparmia. È gentile e premurosa con tutti, tranne con l’allieva che incita ad essere più efficiente e ad aumentare il ritmo di servizio.
Pare un robot senz’anima e senza stanchezza, invece, quando non vista, la notiamo sospirare e riprendere fiato per continuare ininterrottamente. Passano le ore, il film va, ovviamente, avanti ma pare continuo, come fosse in tempo reale. Invece è già sera e Floria è sfinita dentro, ma tosta e irreprensibile fuori. Perde la pazienza solo con quell’odioso Severin che cronometra il tempo tra le sue richieste e il servizio effettuato, compreso “il tè verde alla menta” che tarda ad arrivare. La nostra eroina litiga solo con due persone: la ricoverata che si porta dietro la bombola d’ossigeno nel terrazzo dell’ospedale per fumare una sigaretta (!) e con l’insopportabile pretenzioso di cui, persa la pazienza, butta dalla finestra per dispetto e dopo l’ennesimo rimprovero (proprio a lei!) l’orologio da 40.000 euro! Per poi andarlo a cercare nella siepe sottostante. In questa confusione totale e continua riceve solo un sorriso dai più gentili, in particolare dalla donna rassegnata alla morte, che le chiede quanto stia soffrendo per la separazione dal marito. Finalmente qualcuno che la conosce e che le rivolge l’attenzione che merita. Sì, si sta separando ed allora, come se fosse suonato l’allarme degli affari personali, evviva Dio, si riserva un solo minuto per chiamare il quasi ex marito e sentire la voce della figlioletta, la quale però non vuole perdere tempo con lei. Anche questo, succede nella vita complicata di Floria.
Arriverà notte e monteranno le colleghe del turno notturno. Lei si cambierà ritornando con la mente ai pazienti appena lasciati, salirà sull’autobus che la riporta chissà dove, e sedendosi appoggerà la testa sulla spalla di una donna dai capelli grigi. Non sappiamo chi è, forse è l’immaginaria persona cara che le manca tanto, forse è una vecchia degente deceduta. Almeno questo, dopo l’ultimo turno diurno che definire sfiancante non dà la reale idea di come sia stato. Perfino chiedendo scusa per la mancanza di personale come se dipendesse da lei. L’utente paga le tasse e pretende il servizio, chi deve fornirlo è schiavizzato ed è in prima linea, come il front office che deve dare risposte pur non essendo il responsabile. Il film è finito ed io spettatore sono sfinito per aver vissuto per osmosi e con partecipazione le ore di lavoro di Floria. Non vedevo l’ora che finisse, non ce la faccio più. Invece lei ora va a dormire come una batteria completamente scarica, perché domani si ricomincia.
Che brava questa regista! Sa coniugare, in un unico film, la denuncia sociale e l’intrattenimento che scaturisce da un’opera artistica. Petra Volpe ci riesce con un dramma tesissimo come un thriller, dove l’ansia che sa generare è molto simile a quella di un giallo ad alta tensione. Eppure siamo in un ospedale: svizzero e quindi pulito e candido come un paradiso, lontano dalla media scadente di molti nostri nosocomi, ma pur sempre un ospedale, dove ogni cosa dovrebbe essere efficiente e rassicurante. Qui, questo tipo di servizio è dovuto essenzialmente all’abnegazione e alla preparazione professionale di una brava donna che compie duramente il suo dovere. Che poi giunga il momento dell’errore – quando scambia, distratta dalla sfortunata telefonata alla figlia – è umano: è un punto di rottura, che non è spettacolare, ma devastante sul piano psicologico e rappresenta il limite umano dentro un sistema che non permette margini. Heldin, dice il titolo, eroina, ma non perché salva vite, ma perché resiste, perché sa resistere, è nel suo carattere ma anche nella mentalità e nella missione che tutti gli infermieri del mondo portano in loro. E quindi il film celebra la cura come atto morale e politico: sei qui ed ora è mio dovere farti star meglio possibile.

Regia che tallona Floria, non la molla che solo per qualche istante, il resto del film è l’inquadratura a mezzo busto o in primo piano della donna: camera vicina, movimenti serrati, corridoi stretti, nessuna distanza emotiva. Lo spettatore vive la stessa claustrofobia della protagonista. Per cui l’ottima fotografia è clinica e fredda, con bianchi, verdi, blu desaturati. Il montaggio è incalzante, tagli rapidi, continui, senza respiro. Il ritmo è costruito per imitare la corsa contro il tempo del turno. Allarmi, passi, porte, respiratori, apparecchiature per la febbre e la misurazione della pressione e della glicemia: il reparto è un organismo vivo. A molti sfuggirà, ma la musica è fondamentale perché è, pur se minima, è ritmata come lo sviluppo e il montaggio. Porta i battiti della lunga ed estenuante giornata di Floria.

In tutto ciò si esalta la straordinaria Leonie Benesch. Averla ammirata ne La sala professori è soltanto un invito a rivederla qui, con quegli occhi rotondi ed evidenti a cui non sfugge nulla e le cui espressioni sembrano voler trattenere le esplosioni che sta provando nell’intimo ma che non devono estrapolare dal viso. Ogni volta che le va male, lei è capace di farlo capire senza mostrarlo platealmente. Un’attrice eccezionale, stupefacente: se un regista ha un soggetto adatto alle sue formidabili doti, come fa a non chiamarla nel cast e a darle il ruolo principale? È un’attrice che dà la garanzia della riuscita del film, solo il rimanente 50% è compito del regista. È lei che ha il merito di rendere l’idea di un film il cui climax non è spettacolare, ma emotivo, nell’ambito di un dramma che ha la precisa identità del thriller, perché essenziali diventano sempre tempo che scorre, decisioni rapide, errori possibili, conseguenze immediate.

Il film, in sintesi, si prefigge soprattutto di mettere in scena con schietto realismo la complessità del mestiere degli operatori sanitari (sempre meno e troppo pochi, anche in Svizzera, come avvisa il cartello prima dei titoli di coda), calandoci nel ritmo frenetico di un lavoro di cura che richiede empatia e comprensione, accanto alle cruciali competenze tecniche. “Nel 2030 in Svizzera mancheranno 30.000 infermieri qualificati. Il 36% del personale infermieristico di ruolo abbandona il posto entro quattro anni. La carenza di personale infermieristico rappresenta un rischio sanitario globale. L’OMS stima che entro il 2030 mancheranno circa 13 milioni di infermieri nel mondo.”
Auguri a noi.

Riconoscimenti
EFA 2026
Candidatura miglior attrice a Leonie Benesch






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