La vita agra (1964)
- michemar

- 7 feb
- Tempo di lettura: 4 min

La vita agra
Italia 1964 dramma 1h44’
Regia: Carlo Lizzani
Soggetto: Luciano Bianciardi (romanzo)
Sceneggiatura: Carlo Lizzani, Luciano Vincenzoni, Sergio Amidei
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio: Franco Fraticelli
Musiche: Piero Piccioni
Scenografia: Enrico Tovaglieri
Costumi: Dario Della Corte
Ugo Tognazzi: Luciano Bianchi
Giovanna Ralli: Anna
Giampiero Albertini: Libero
Nino Krisman: il presidente
Rossana Martini: Mara Bianchi
Elio Crovetto: Carlone
Paola Dapino: Iolanda
Enzo Jannacci: cantastorie in trattoria
Pippo Starnazza: segretario della biblioteca
Augusto Bonardi: propagandista
Maria Pia Arcangeli: direttrice della casa editrice
TRAMA: Licenziato dalla società mineraria per la quale lavorava, Luciano si reca a Milano deciso a farne saltare la sede. Qui incontra Anna e va a vivere con lei. Rivelatosi un geniale pubblicitario, viene riassunto dalla stessa società dove era precedentemente impiegato. I suoi propositi di vendetta sono ormai dimenticati e così la moglie e il figlio lasciati in provincia.
VOTO 7

Nel periodo iniziale del boom economico italiano, il cinema d’autore, lontano dalle commedie all’italiana in auge, lo raccontava con ironia e senso drammatico, specialmente con storie di migrazione dal sud al nord, con le inevitabili complicazioni della gente comune e fotografando la speranza di persone di varie estrazioni verso il “posto fisso” o verso una maggiore agiatezza dovuta alle occasioni che il mercato del lavoro poteva offrire. Poi ci sono film, come questo, molto politico, che ne rivelava la grigia esistenza di uomini e donne che cercavano di dare una svolta alla vita.

È il caso di Luciano Bianchi (Ugo Tognazzi), un cognome così comune e generico quasi ad indicare una persona qualunche. Egli vive con la moglie e il figlio a Guastalla, dove lavora come responsabile delle iniziative culturali in uno stabilimento minerario della CIS. È un intellettuale di sinistra, disilluso e insofferente verso le logiche aziendali. Proprio il giorno in cui riceve la lettera di licenziamento, la miniera esplode a causa delle scarse misure di sicurezza, provocando la morte di quarantatré operai. Sconvolto e animato da un desiderio di giustizia, Luciano decide di vendicarsi facendo saltare in aria la sede centrale della compagnia a Milano. Arrivato nel capoluogo lombardo, si stabilisce in una pensione e cerca un lavoro per mantenersi mentre prepara il suo piano. Nel caos cittadino incontra Anna (Giovanna Ralli), una giornalista romana del PCI: tra i due nasce una relazione che lo porta presto a trasferirsi da lei. Intanto lui compie sopralluoghi nel grattacielo della CIS, riuscendo perfino a farsi assumere per un periodo di prova, occasione che sfrutta per studiare dall’interno la struttura e capire come provocare un’esplosione.

Anna scopre le sue intenzioni e tenta di dissuaderlo, coinvolgendolo nelle attività di partito. Dopo il licenziamento, Luciano trova impiego come traduttore in una casa editrice e lei lo aiuta battendogli i testi a macchina. La loro vita sembra stabilizzarsi finché un nuovo licenziamento lo spinge verso il mondo della pubblicità: vince un concorso, entra in un’agenzia e inizia a guadagnare molto, abbracciando progressivamente uno stile di vita consumistico. Il successo lo porta addirittura a essere richiamato dalla CIS come responsabile marketing. Ormai integrato nella Milano del boom economico, Luciano si fa raggiungere dalla famiglia e rompe con Anna. Quando l’amico Libero (Giampiero Albertini) arriva a Milano e lo vede trasformato, Luciano comprende di aver abbandonato ogni slancio originario. Il suo progetto di vendetta si dissolve, lasciandolo a riflettere, amaramente e con ironia, sul vero significato del “miracolo economico”.

Cinema politico, si diceva, e la trasformazione del protagonista lo dimostra sia con il suo pensiero sociale sia con il cambiamento dell’atteggiamento e con l’adeguarsi al nuovo mondo in cui riesce ad insinuarsi, abbandonando le idee politiche di una volta. La Milano grigia, accentuata dalla fotografia in bianco e nero di Erico Menczer, è l’humus che lo accoglie quando arriva e che è anche la manifestazione visiva del carattere e della mentalità con cui è lì giunto. Il benessere, pur se moderato, che lo contamina con il progredire del suo status gli fa cambiare ampiamente la visione della vita, dopo aver rischiato di dimenticare totalmente la famiglia che aveva lasciato.

Dal pensiero di sinistra al successo e al consumismo: ecco il percorso di personalità che caratterizza quello scorcio di vita di Luciano. Nel bar teneva concioni sull’inganno della pubblicità e sul sesso connesso ma ora è cambiata la visuale. Fenomeno che è un po’ anche la storia dell’italiano medio, lasciatosi rapire dal nuovo benessere del boom abbandonando le convinzioni con cui era cresciuto. Un po’ anche la Milano che accoglie il protagonista: una città che cresceva (in abitazioni e popolazione, oltre che ricchezza), come un luogo perennemente in costruzione. Ma che città era?

Nel film di Lizzani, Milano non cresce più come specchio di un mondo che vuole migliorarsi, ma come vetrina di una coscienza ossessionata dall’idea di dimostrare la propria forza industriale e commerciale. Gli edifici diventano sempre più alti, più moderni, più smisurati. La città smette di essere a misura d’uomo e si modella invece sui suoi sogni irraggiungibili di grandezza, sogni che finiscono per schiacciare chi li abita, ricordandogli continuamente quanto minuscola sia la dimensione umana di fronte all’orizzonte del successo e del denaro. Così proliferano grattacieli e condomini giganteschi, fiori inquieti che sbocciano ai margini della città. Nascono le città-satellite, quartieri dipendenti in tutto e per tutto dal centro, piccoli mondi chiusi dove Luciano si rifugia cancellando se stesso. Eppure, il regista - da sempre impegnato politicamente - non rinuncia a registrare anche l’altra Milano: quella degli artisti, che lui aveva conosciuto già nel dopoguerra. La Latteria Pirovini - dove un giovanissimo Enzo Jannacci si esibisce - appare come l’ultimo avamposto di libertà, un luogo non ancora contaminato dalla corsa al successo.
Milano, nel bene e nel male, è diventata finalmente Milano.

Il grigio è anche la tristezza e la malinconia che ammanta la narrazione ed il personaggio, un grandissimo Ugo Tognazzi, un maestro in questi personaggi, come ci ha sempre abituato nei personaggi meno comici e più complessi. Senza rinunciare alla sua proverbiale ironia che traspare molto spesso nel suo Luciano Bianchi.
Bel film, purtroppo dimenticato.
Compagno di scuola / compagno per niente / ti sei salvato / o sei entrato in banca pure tu?
(Antonello Venditti, Compagno di scuola)
(il trailer potete vederlo su YT)






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