top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

No Other Choice - Non c’è altra scelta (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

No Other Choice - Non c’è altra scelta

Eojjeol suga eobsda (Non posso farci niente)

Corea del Sud Francia 2025 commedia 2h19’

 

Regia: Park Chan-wook

Soggetto: Donald E. Westlake (The Ax, cacciatore di teste], romanzo)

Sceneggiatura: Park Chan-wook, Don McKellar, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee

Fotografia: Kim Woo-hyung

Montaggio: Kim Ho-bin, Kim Sang-beom

Musiche: Cho Young-wuk

Scenografia: Ryu Seong-hie

Costumi: Cho Sang-Kyung

 

Lee Byung-hun: Yoo Man-su

Son Ye-jin: Lee Mi-ri

Park Hee-soon: Choi Seon-chul

Lee Sung-min: Koo Beom-mo

Yeom Hye-ran: Lee A-ra

Cha Seung-won: Go Si-jo

Yoo Yeon-seok: Oh Jin-ho

Kim Woo Seung: Si-One

Choi So Yul: Ri-One

 

TRAMA: Dopo venticinque anni di lavoro impeccabile in una storica azienda cartaria, Man‑su viene improvvisamente licenziato e precipita in una crisi personale ed economica che mette a rischio la sua famiglia e la sua identità. Nel tentativo disperato di riconquistare stabilità e dignità, si ritrova trascinato in un sistema lavorativo feroce e disumanizzante.

 

VOTO 7

 

 

Il perché questo strano titolo è presto spiegato. Scaturisce dalla frase che spezza la vita del protagonista e che attraversa l’intero film come un mantra del presente: “Non abbiamo altra scelta”. È ciò che viene detto a Man‑su quando, dopo venticinque anni di lavoro impeccabile nella cartiera Solar Paper, viene licenziato senza appello; ed è la stessa logica che governa il mondo che Park Chan‑wook mette in scena, un sistema che giustifica ogni decisione – economica, sociale, perfino morale – come inevitabile. Il titolo coreano Eojjeol suga eobsda significa letteralmente “Non posso farci niente” e racchiude il fatalismo di un’epoca in cui la competizione cancella la solidarietà e il lavoro diventa identità, status, sopravvivenza. La frase non è solo pronunciata nel momento del licenziamento, ma ritorna come concetto in tutto il film, specchio di un capitalismo che restringe lo spazio vitale delle persone fino a costringerle a scelte estreme. Park la trasforma in chiave narrativa, etica e visiva: un mondo che ripete “non c’è altra scelta” finisce per generare individui che credono davvero di non averne più. E da qui, una cascata di eventi e, soprattutto, comportamenti, in primis del protagonista, che lasciano sbigottiti, tanto è il cinismo che ammanta la paradossale storia.

 

 

Man‑su (Lee Byung-hun) è un dipendente modello di una storica azienda cartaria, dove ha lavorato per tutta la vita e dove ha costruito la sua identità professionale e familiare. Vive nella casa d’infanzia insieme alla moglie Mi‑ri (Son Ye-jin), al figlio adolescente di lei, Si‑one, e alla loro figlioletta Ri‑one, dotata di talento precoce per il violoncello. Quando l’azienda viene acquisita da americani, Man‑su perde il lavoro dopo aver difeso i colleghi, convinto però di poter rientrare nel settore in pochi mesi. Passa più di un anno e nessuna cartiera è disposta ad assumerlo: il mercato è saturo, la concorrenza feroce, le umiliazioni continue. La famiglia è costretta a ridurre le spese, a rinunciare ai propri affetti ed in procinto, addirittura, a vendere la casa ereditata dai genitori, luogo di affetto e ricordi, mentre Mi‑ri accetta un impiego part‑time per sostenere le spese crescenti.

 

 

Man‑su tenta di entrare in una grande azienda del settore, ma viene trattato con sufficienza e perde fiducia nelle proprie capacità. La pressione economica e il senso di fallimento lo spingono a un’idea estrema: eliminare i candidati che potrebbero sottrargli l’unico posto disponibile. Recupera così una vecchia pistola appartenuta al padre e inizia a osservare da vicino i suoi potenziali rivali, scoprendo vite fragili, famiglie in difficoltà e uomini non così diversi da lui. Mentre la tensione cresce, cerca di mantenere una parvenza di normalità con la sua famiglia, che però percepisce il suo cambiamento. Le sue scelte lo trascinano in una spirale sempre più rischiosa, mentre il confine tra necessità, disperazione e autodistruzione diventa ogni giorno più sottile.

 

 

E dunque, c’era altra scelta? Quando il mercato del lavoro – come accade ciclicamente con le crisi economiche – si atrofizza, cambia prospettive, richiede spostamenti logistici anche di lungo raggio, non richiede più persone ma utilizzo delle macchine (una volta) e dei robot sempre più intelligenti (oggi, vieppiù con l’AI), la disperazione del neo-disoccupato, specialmente se non più giovane e con una lunga carriera ed esperienza, raggiunge picchi prima inimmaginabili e spinge a reazioni esasperate. Giustificabili? Giammai! Forse solo umanamente comprensibili, ma fino ad un certo punto. È una tragedia personale, familiare e sociale e per raccontarla normalmente si scrive un dramma. Eh no, troppo semplice. Park Chan-wook, capace nella sua carriera di passare dal thriller all’horror, dal giallo classico a quello psicologico e sentimentale, punta dritto alla commedia più nera e sarcastica che si possa immaginare. Anche spietata nei vari episodi della trama, con un’opera che si discosta dalle sue produzioni precedenti per ambientazione e struttura.

 

 

La trasformazione psicologica del protagonista Man-su, causata dal licenziamento quando meno se lo aspettava, anche ritenendosi importante per la ditta quale ingegnere chimico esperto in fabbricazione di carta, diventa così una parabola che non riguarda solo lui in particolare e l’uomo in genere, ma un intero sistema. Il congedo improvviso che subisce non è l’inizio di un dramma individuale: è l’innesco di una guerra silenziosa combattuta nel cuore del capitalismo contemporaneo, dove il lavoro non è solo sostentamento ma identità, status, dignità. Ha una bellissima villetta che è da sempre casa di famiglia, la bella moglie Mi-ri che lo asseconda sempre, i due bei figli Si-One e Ri-One e due affezionati cani talmente di famiglia che hanno i nomi simili ai figli: Sì-Two e Ri-Two. Coltiva la sua grande passione per le piante potendo usufruire che di una serra attrezzata, fanno una bella vita, la bimba è un talento naturale di sicura futura violoncellista e frequenta le lezioni, e non mancano di nulla. Il taglio occupazionale lo lascia atterrito, a maggior ragione quando si rende conto che non è affatto facile trovare un’altra occupazione simile come pensava.

 

 

Ovunque si rivolge, trova una piccola commissione che gli porge domande, sorride ma lo rinvia a future comunicazioni dovendo audire anche altri concorrenti. Ecco: i suoi concorrenti. Come fare a superarli? Be’, una risposta è… eliminarli. Sì, esattamente, eliminarli fisicamente. Mentre la moglie trova un lavoro part time come igienista dentale, la bimba non va più a lezione di musica, il figlio si ritrova a rubare iPhone per soddisfare esigenze non più raggiungibili, gli adorati cani dati in adozione, la casa data in mano ad un’agenzia immobiliare, passano ben 13 mesi senza che accada nulla di positivo. Lui, allora, si mette a studiare piani e strattagemmi alquanto fantasiosi per ammazzare i due nemici che potrebbero togliergli l’agognato lavoro nella grande cartiera in cui sogna di andare. Ma è troppo maldestro, inadeguato, pasticcione e soprattutto non è un assassino per vocazione, per cui tutti i tentativi paiono non riuscire mai. In tal maniera, il regista ci porta a conoscere da vicino anche i due “avversari”, Beom-mo e Si-jo.

 

 

Il primo, in profonda crisi come il Nostro, è sprofondato nell’ozio e nell’alcol, facendo disperare l’insoddisfatta moglie Lee A-ra (Yeom Hye-ran) che trova conforto in un bel giovanotto prestante, Go Si-jo (Cha Seung-won) ; il secondo si è ridotto a vendere scarpe in un negozio: educato, disponibile, ma ogni gesto rivela uno sforzo costante per restare a galla. Non si oppone al cambiamento, ma nemmeno lo assorbe. La sua gentilezza ha un peso. È un altro naufrago del sistema. Per meglio arrivare al suo scopo, Man-su decide anche di eliminare il dirigente della Moon Paper che al momento dei colloqui lo ha deriso, Seon-chul (Park Hee-soon), che per lui incarna il successo visibile: in fondo potrebbe prendere proprio il suo posto nella cartiera! Andando avanti nella visione del film, lo spettatore cade nella trappola narrativa di Park Chan-wook: siamo dentro la spirale che ha creato e ci troviamo a schierarci dalla parte dell’uomo uscito di senno per difendere il suo diritto al lavoro. Ci induce, cioè, a non andare tanto per il sottile e a quasi giustificare la spietatezza omicida di un uomo che non è semplicemente sull’orlo della crisi di nervi ma ne ha oltrepassato il limite ed anche quello della legalità. Siamo oltre in tutto, eppure ci pare consequenziale e giustificabile, umanamente comprensibile data la scomoda situazione. Nel grottesco dove il regista ci porta per mano (un po’ ricorda il fortunato Parasite), osserviamo come cinicamente Mi-ri, dopo il primo momento di sbalordimento per il comportamento del marito, decide per amore, per il benessere della famiglia e per non perdere i privilegi di agiatezza di cui hanno goduto fino a poco tempo prima, decide di assecondare in toto i movimenti di Man-su e di aiutarlo a compiere l’intero progetto. Per la loro felicità. Anche perché solo in questo modo, l’uomo raggiunge lo scopo di tante vicissitudini. L’alleanza mentale tra i due coniugi viene perfettamente filmata nella sequenza e nel montaggio paralleli fra Man-su che seppellisce Seon-chul e Mi-ri che scopre in giardino il corpo di Si-jo, riuniti in una comunione d’intenti da una dissolvenza incrociata. Formidabile, paradossale e comicissima.

 

 

Man-su viene inizialmente presentato come una persona buona e gentile, sorridente e disponibile: ma la bontà non è contemplata in un sistema che ti inghiotte e ti risputa. Per riconquistare il “magico mondo della carta” non resta che sporcarsi le mani di sangue. Addirittura. Park Chan‑wook firma, perciò, una commedia nera tesa e lucida sulla pressione sociale, la precarietà e le scelte impossibili di un uomo comune, per manifestare il proprio sguardo critico sugli esseri umani e il mondo, mostrando gli effetti del neoliberismo selvaggio ed il mondo cui ha dato vita.

 

 

Regia come al solito chirurgica, con attori magnificamente diretti e con la scelta geniale e stridente di introdurci a questo mondo assurdo con il Piano Concerto No. 23: II. Adagio di Mozart che aggiunge contrasto tra la sublime malinconia del brano e le scene di violenza e di tensione morale, con l'effetto di alienare lo spettatore. Come se la bellezza della musica rendesse l'orrore visivo ancora più (in)accettabile. Il padrone del set è ovviamente il micidiale Lee Byung-hun, salito all’altare della fama per la celebre serie Squid Game e per l’interessante esperimento di Concrete Utopia. Notevole anche la brava Son Ye-jin, perfetta partner nella finzione e nella trama. A proposito, i loro personaggi se la caveranno o la polizia scoprirà tutto?

Nei titoli di coda, doverosa la dedica dell’opera a Costa-Gavras, essendone, questo, praticamente un remake del formidabile film del 2005, Cacciatore di teste, ambientato in Belgio.

 

 

Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2025, il film ha ottenuto riconoscimenti ai Golden Globe 2026:

Candidatura per il miglior film commedia o musicale

Candidatura per il miglior attore in un film commedia o musicale a Lee Byung-hun

Candidatura per il miglior film straniero



 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page