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Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 13 gen
  • Tempo di lettura: 7 min

Qualcuno volò sul nido del cuculo

One Flew Over the Cuckoo’s Nest

USA 1975 dramma 2h13’

 

Regia: Miloš Forman

Soggetto: Ken Kesey (romanzo), Dale Wasserman (versione teatrale)

Sceneggiatura: Bo Goldman, Lawrence Hauben

Fotografia: Haskell Wexler, Bill Butler

Montaggio: Sheldon Kahn, Lynzee Klingman

Musiche: Jack Nitzsche

Scenografia: Paul Sylbert

Costumi: Aggie Guerard Rodgers

 

Jack Nicholson: Randle Patrick McMurphy

Louise Fletcher: infermiera Mildred Ratched

Will Sampson: Capo Bromden

Brad Dourif: Billy Bibit

Christopher Lloyd: Taber

William Redfield: Harding

Sydney Lassick: Charlie Cheswick

Danny DeVito: Martini

Delos V. Smith Jr: Scanlon

Vincent Schiavelli: Bruce Frederickson

Peter Brocco: colonnello Matterson

Dean R. Brooks: dott. John Spivey

Alonzo Brown: Miller

Scatman Crothers: Turkle

Mwako Cumbuka: Warren

William Duell: Jim Sefelt

Michael Berryman: Ellis

Josip Elic: Bancini

 

TRAMA: Randle McMurphy, arrestato per piccoli reati, viene portato in una clinica psichiatrica perché tenta di fingersi pazzo per sfuggire al carcere. Qui viene a contatto con gli altri pazienti dei quali diventa ben presto il beniamino: si prende gioco delle sedute di psicoanalisi, si improvvisa telecronista, organizza una piccola gita in barca.

 

VOTO 9

 

 

Commedia psicologica drammatica diretta da Miloš Forman e basata sul romanzo omonimo del 1962 di Ken Kesey e sul lavoro teatrale di Dale Wasserman, è un film che vede come protagonisti Jack Nicholson nei panni di un nuovo paziente in un istituto psichiatrico e Louise Fletcher come la capo infermiera. I comprimari si rivelano importanti personaggi di supporto e vedono la recitazione di Will Sampson, Danny DeVito, Sydney Lassick, William Redfield, Christopher Lloyd e Brad Dourif, con questi ultimi due che segnano il loro debutto come attori. Annunciato originariamente nel 1962 con Kirk Douglas come protagonista, il film impiegò 13 anni per essere sviluppato e vide cambiare il cast, facendo passare il figlio di Kirk nel ruolo importante di produttore.

 

 

Il film ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del cinema, distinguendosi per aver affrontato per la prima volta una tematica estremamente delicata: il disagio vissuto all’interno degli ospedali psichiatrici statali. Attraverso la sua narrazione, la pellicola porta alla luce le condizioni inumane a cui erano sottoposti i pazienti, evidenziando il clima di discriminazione che regnava all’interno di tali strutture. Questo atteggiamento discriminatorio era spesso alimentato dal timore dell’aggressività, una caratteristica talvolta, ma non sempre, associata alla malattia mentale. Il film, pertanto, non solo denuncia questi trattamenti ingiusti, ma invita anche a una riflessione profonda sulla reale natura della malattia mentale e sulle conseguenze sociali del pregiudizio. Oltre al suo valore sociale, il film si è distinto anche per il successo ottenuto nel panorama cinematografico internazionale. È uno dei tre film nella storia del cinema ad aver conquistato i cosiddetti Big Five agli Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista e migliore sceneggiatura non originale. Gli altri due titoli che condividono questo prestigioso traguardo sono Accadde una notte di Frank Capra e Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Questo risultato testimonia sia l’impatto artistico che l’importanza della pellicola, capace di unire una forte denuncia sociale a un’eccellenza tecnica e interpretativa.

 

 

Si narra di Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson), piccolo criminale irriverente e allergico all’autorità, che viene trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico per valutare se la sua presunta follia sia reale o solo una strategia per evitare i lavori forzati. L’istituto è governato con disciplina ferrea dall’infermiera Mildred Ratched (Louise Fletcher), figura glaciale che mantiene il controllo sui pazienti attraverso regole rigide, umiliazioni sottili e un clima di paura mascherato da ordine terapeutico ed il contrasto che nasce subito con McMurphy, spirito libero e provocatore, appare inevitabile. Lui, con la sua presenza, scuote la routine del reparto, incoraggia gli altri pazienti a esprimersi, a ribellarsi, a recuperare un senso di dignità. Organizza partite a carte, scommesse, scherzi, e soprattutto tenta di restituire ai compagni la sensazione di essere persone e non casi clinici. Tra i pazienti più segnati c’è Billy Bibbit (Brad Dourif), giovane fragile e dominato dal senso di colpa, e il Capo Bromden (Will Sampson), un gigante apparentemente muto che tutti credono sordo.

 

 

McMurphy scopre presto che molti dei pazienti sono ricoverati volontariamente e potrebbero andarsene, ma restano intrappolati dalla paura e dal potere psicologico della Ratched. Questa consapevolezza lo spinge a intensificare la sua sfida al sistema: chiede libertà, pretende ascolto, tenta di scardinare l’autoritarismo dell’infermiera con ironia, vitalità e un senso di giustizia istintivo. La tensione cresce, e ogni suo gesto diventa un atto politico dentro un microcosmo che punisce l’individualità. La Ratched, sentendosi minacciata, risponde irrigidendo le regole e cercando di riaffermare il proprio dominio. Il reparto si trasforma così in un campo di battaglia silenzioso, dove la posta in gioco è la libertà interiore dei pazienti e la possibilità di immaginare un’esistenza diversa.

 

 

Alcuni dei temi affrontati da questo gigantesco film possono sembrare oggi meno urgenti rispetto alla metà degli anni ‘70, ma questo non scalfisce minimamente la forza drammatica del film. È il secondo lungometraggio in inglese di Miloš Forman, il regista ceco che proprio con questo titolo - e poi con Amadeus - entrerà stabilmente nell’élite hollywoodiana. Le pratiche psichiatriche più controverse denunciate dal film (elettroshock usato come punizione, lobotomie) appartengono ormai al passato, ma il cuore dell’opera resta vivo: il conflitto tra individuo e autorità, popolo e potere. In superficie, la storia è un braccio di ferro tra McMurphy e l’infermiera Ratched, ma sotto è la cronaca di un potere autocratico che tenta di schiacciare ogni forma di libertà personale. Lui, abituato al carcere, sceglie di fingersi instabile per scontare la pena in un ospedale psichiatrico e l’idea sembra brillante, finché non scopre che il ricovero non è affatto un rifugio: le regole sono elastiche, ma i diritti che dava per scontati - come guardare lo sport - non esistono. Eppure, con la sua energia anarchica, conquista il reparto: dal loquace Martini (Danny DeVito) al gigantesco e silenzioso Chief. A ostacolarlo, sempre e comunque, c’è lei, rigidissima custode di un sistema che confonde cura e controllo.

 

 

Il conflitto tra i due è il motore del film: lei è l’ordine incarnato, lui il caos vitale. Si studiano, si sfidano, vincono piccole battaglie. Ma quando McMurphy tenta il colpo finale, capiamo che la partita è persa. Ratched è l’antagonista, certo, ma non una figura demoniaca: è convinta di fare il bene, ed è proprio questa convinzione a renderla più inquietante e complessa di un semplice “mostro”. Sul piano simbolico, il film intercetta temi centrali degli anni ‘70 che tornato prepotenti nel XXI secolo: la lotta dell’individuo contro l’establishment. La differenza, qui, è che l’establishment vince. McMurphy, la scheggia impazzita, viene annientato. Ratched trionfa, come in ogni parabola che mette in guardia dal potere senza limiti. In piena era post-Watergate, il messaggio risuonava forte e mezzo secolo dopo conserva una sorprendente attualità.

 

 

C’è una sequenza che divide: la fuga in barca con i pazienti. Forman non voleva inserirla, e forse aveva ragione. Ha un tono fiabesco, quasi zuccheroso, che riduce i personaggi a macchiette “tenere”, tradendo la crudezza e la verità del resto del film. Il finale, invece, è un colpo allo stomaco. Il destino di McMurphy, mostrato senza filtri, è devastante mentre il gesto del Chief è insieme atto d’amore e liberazione. La scena conclusiva dovrebbe essere catartica, ma lascia un retrogusto amaro: la libertà arriva, sì, ma a un prezzo altissimo. Dopo un film così vitale, questo cambio di tono disorienta.

 

 

Jack Nicholson, per sempre rimasto, nonostante importanti personaggi in film che hanno fatto la storia di Hollywood, indissolubilmente legato al ruolo, non era la prima scelta: arrivò dopo i rifiuti di Marlon Brando, Steve McQueen, Gene Hackman, Jon Voight e James Caan. Ma lui nel 1975 era già in ascesa, reduce dal bellissimo Chinatown e questo diventerà il ruolo che lo consacra definitivamente, portandogli il primo dei suoi tre Oscar. La sua interpretazione è un equilibrio perfetto di ironia, disperazione e follia indotta. Louise Fletcher, invece, sceglie una Ratched glaciale, inflessibile, mai caricaturale. Non una sadica, ma una donna convinta della propria rettitudine. Anche lei vincerà l’Oscar, pur senza una carriera successiva altrettanto luminosa. Il cast di contorno (Danny DeVito, Vincent Schiavelli, Christopher Lloyd) era allora composto da perfetti sconosciuti. Brad Dourif, al suo debutto, otterrà una nomination. Will Sampson, scelto per la sua imponenza fisica, darà al Chief una presenza quasi mitica.

 

 

Ken Kesey, autore del romanzo, non apprezzò l’adattamento e si dissociò dal film, che comunque diventerà comunque uno dei titoli più celebrati degli anni ‘70, capace di conquistare i premi principali. Forse non invecchia con la stessa grazia di altri classici, ma resta un’opera potente, ancora capace di colpire per temi, interpretazioni e forza narrativa. Un grande film.

 

 

Curiosità

 

Si parte da Kirk Douglas, primo a credere nel romanzo di Ken Kesey e ad acquistarne i diritti, fino alla scelta del protagonista: prima di Nicholson furono considerati altri nomi eccellenti e la produzione trovò poi la location ideale grazie al direttore dell’Oregon State Hospital che non solo aprì le porte del suo istituto ma partecipò al film e offrì supporto psicologico agli attori.

 

Molte comparse erano veri pazienti, e alcuni trassero beneficio dall’esperienza: un paziente balbuziente migliorò grazie al lavoro sul set, mentre l’attore Sydney Lassick ebbe un crollo emotivo durante una scena particolarmente intensa.

Il titolo originale si riferisce a una filastrocca che dice: Three geese in a flock, one flew east, one flew west, one flew over the cuckoo’s nest. Cioè, tre oche di uno stormo, una volò a est, una a ovest, una volò nel nido del cuculo (che notoriamente non nidifica).

 

Il film assume un valore politico anche per Forman, esule dalla Cecoslovacchia comunista, che vedeva nella Ratched una figura di potere repressivo simile al regime da cui era fuggito. La scelta dell’attrice per interpretare l’infermiera fu lunga e complessa: Louise Fletcher venne confermata solo una settimana prima delle riprese, vincendo poi l’Oscar.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1976

Miglior film

Miglior regia

Miglior attore protagonista a Jack Nicholson

Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher

Migliore sceneggiatura non originale

Candidatura miglior attore non protagonista a Brad Dourif

Candidatura migliore fotografia

Candidatura miglior montaggio

Candidatura alla miglior colonna sonora

Golden Globe 1976

Miglior film drammatico

Miglior regia

Miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson

Miglior attrice in un film drammatico a Louise Fletcher

Miglior attore debuttante a Brad Dourif

Migliore sceneggiatura

BAFTA 1977

Miglior film

Miglior regia

Miglior attore protagonista a Jack Nicholson

Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher

Miglior attore non protagonista a Brad Dourif

Miglior montaggio

Candidatura migliore sceneggiatura non originale

Candidatura migliore fotografia

Candidatura miglior colonna sonora originale

Candidatura miglior colonna sonora adattata

 


 
 
 

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