Se venisse anche l’inferno (2026)

Aggiornamento: 12 set

Se venisse anche l’inferno
Italia 2026 dramma storico 1h30’
Regia: Samuele Rossi
Sceneggiatura: Samuele Rossi, Lorenzo Bagnatori
Fotografia: Marco Minghi
Montaggio: Ilaria Cimmino
Musiche: Giuseppe Cassaro
Scenografia: Lucrezia Tacchella
Costumi: Sara Pellegrini
Luca Tanganelli: Gio
Giorgio Colangeli: ufficiale Agostino
Giusi Merli: Adelina
Ivan Franek: Jily
Luca Vergoni: repubblichino
Stefano “Cisco” Bellotti: Adelmo
Alice Vierin: Cate
Giada Bessone: Tina
TRAMA: Nel duro inverno del 1944, un giovane partigiano sopravvive a un’imboscata sulle Alpi e presidia un rifugio, mentre incontra vite spezzate e attende la fine della guerra.
VOTO 7

83.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026 – Sezione Giornate degli Autori – Eventi Speciali
Siamo abituati a vedere film sulla Resistenza con protagonisti che si muovono nell’ambito di squadre di partigiani che agiscono sulle montagne alpine e appenniniche sotto il comando di un capo, esperto e abile nel coordinare le varie attività che svolgono per contrastare gli invasori tedeschi purtroppo aiutati dai fascisti italiani. Non ricordo – mi sbaglierò – di pellicole che mostrano azioni isolate perché, oltretutto, sarebbero state inefficaci e con un risultato sicuramente negativo. Da soli non si riesce che a compiere piccoli atti destinati a restare emarginati e senza importanza, perlomeno non con conseguenze significative. Questo film fa eccezione, non per scelta del protagonista Gio ma in conseguenza di un attacco che il suo gruppo subisce ad opera dei nazisti.
Siamo esattamente nell’inverno del 1944, che rappresenta, come periodo della fazione fratricida, la stagione più buia della guerra in Italia. Il paese è spaccato in due ed ovunque infuria la battaglia. Nel mezzo, spaventati e impotenti, ci sono i nostri avi, c’è la nostra popolazione che è stravolta dal freddo, dalla fame, dai rastrellamenti che si susseguono feroci. Quanti corpi vedremo sparpagliati nei piccoli vicoli dei paesini abbarbicati sulle Alpi. Proprio a ridosso delle vie di fuga verso la Svizzera, un giovane partigiano, nome di battaglia Gio, sopravvive a una violenta imboscata che spazza via la sua squadra mentre si stanno rifocillando sul greto di un fiume. Lui si salva per miracolo mentre tutti vengono o uccisi nella sparatoria o trucidati mentre vengono portati via dalle truppe nemiche. Gio resta solo e vaga per boschi e borghi alla ricerca del suo comando.

La consegna del comando di pianura da cui è partito è chiara: presidiare il rifugio dove sono stanziati e fare di tutto per sopravvivere in attesa della risalita alleata e della ripresa dei combattimenti a primavera. Nella difficile attesa che si srotola davanti ai suoi occhi appaiono come fantasmi i brandelli di un’umanità in lotta per la sopravvivenza: un internato fuggito dai campi di concentramento dei nazisti, una nonna in attesa del ritorno del nipote dalla guerra, l’anziano contadino rimasto a fare da collegamento con i paesi a valle. Nelle poche relazioni che si affacciano dall’abisso, Gio attraversa la tragedia della guerra con un unico scopo: superare l’inverno quando lo scioglimento della neve permetterà la ripresa della guerra e forse anche la possibilità di un destino migliore. Ma quale sarà il prezzo?

Era rimasto solo a presidiare quel rifugio isolato tra i boschi e le montagne, ora è pericoloso restare lì e combattere contro il freddo, la fame e la paura in un paesaggio ostile, aggrappandosi alla pura sopravvivenza e alla resistenza. Eccolo allora vagare con la speranza di trovare i compagni e sentirsi più protetto ed invece ogni minimo rifugio è temporaneo e soprattutto insicuro. Incrocerà non solo gente di cui fidarsi – pur se i primi istanti di ogni incontro è un momento di altissima tensione per il timore di trovarsi di fronte ad un nemico o a un repubblichino fintamente pentito (e capiterà) – ma anche persone che è meglio evitare, pronte ad ucciderlo alla prima disattenzione. Gio ansima, corre, si ripara, mangia ciò che riesce a trovare, anche le patate crude ricevute da un’anziana che in primo momento lo aveva cacciato per paura di ritorsione da parte dei nazifascisti. L’incontro più bello resta comunque quello con Agostino (Giorgio Colangeli, unico attore di fama presente nel cast oltre ad una breve apparizione di Ivan Franek) che ha modo di raccontargli la propria esperienza e fornire utili consigli per la sopravvivenza, ma la mattina seguente troverà il suo giaciglio vuoto. Questi è l’ennesimo personaggio che sogna solo la fine della guerra e la pace della famiglia e magari di rivedere finalmente la nipotina amata.

Il film è una continua fuga, un peregrinare tra un pericolo e l’altro, tra un ipotetico compagno e un repubblichino che brucia la divisa per non farsi preda ma pronto ad ucciderlo freddamente. Anche i veri partigiani che incontra non si fidano di lui: nessuno ha fiducia di chi incontra. È impossibile e pericoloso azzardare a fidarsi, giusto come capita con due partigiani che incrocia ma che perde per un altro scontro a fuoco. Il momento peggiore è quando viene in contatto, dopo tanto peregrinare, con un vero nemico italiano che prima fa finta di andar via e poi gli spara colpendolo ad una caviglia. È la sequenza più pericolosa dell’intero film, un combattimento prima con le armi da fuoco, poi all’arma bianca ed infine a mani nude e sanguinanti, in cui paiono a vicenda ora prevalere l’uno, ora l’altro, in un corpo a corpo che non può che risultare definitivo solo per il superstite, ammesso che rimanga nelle condizioni di sopravvivere. Eppure, il comando è vicino, molto vicino.

Non esiste per Gio, in tutto il film, un attimo di pausa, né tantomeno di relax, eccettuati quelli passati in qualche sotterraneo di case abbandonate o scantinati. Per il resto è solo affannoso vagare e pericoli nascosti dietro ogni angolo o albero ed il pubblico non ha momenti per riprendere il fiato, se se ne resta agganciati. E lo si è, senza dubbio. In primo luogo perché Samuele Rossi elabora il suo lavoro come una tragedia di spettri, reali o immaginari poco importa, e riesce a far immedesimare lo spettatore nei panni del protagonista, che, come abbiamo visto, parte dall’inizio in affanno e non ha mai modo di trovare la pur minima quiete di cui avrebbe bisogno per rifiatare. In secondo luogo, è la notevole performance che sa offrire Luca Tanganelli (attore anche teatrale e si vede), sempre in scena, che compie un percorso attoriale di prima categoria, non paragonabile ad un DiCaprio che sopravvive nel ghiaccio di Iñárritu ma dà al suo personaggio una carnalità ed una sofferenza fisica come è difficile notare normalmente. Che bravo!
“Dopo due mesi di sanguinosi scontri, l'Italia viene finalmente liberata dall'occupazione nazifascista. È il 25 Aprile 1945.
L'inverno del 1944 viene ricordato come il momento più buio della guerra. I giovani e le giovani che superarono l'inverno permisero al movimento partigiano di riorganizzarsi e prepararsi alle grandi battaglie di primavera, quando la Resistenza fu determinante per l'avanzata alleata.”

L’agitazione che pervade Gio, lui la trasmette al pubblico di continuo, anche nelle scene che potrebbero essere più tranquille, perché sul suo cammino per i sentieri e i borghi delle Alpi occidentali ha spesso modo di incontrare persone del luogo che parlano solo in patois valdostano (una varietà del franco-provenzale o arpitano), il dialetto storicamente parlato in Valle d'Aosta, dove il film è stato in gran parte girato e ciò provoca il lui un mancato intendimento franco con l’interlocutore e di conseguenza il dialogo difficile gli comporta una maggiore diffidenza. Quindi maggiore angoscia, che giunge a noi limpidamente.
È un film coraggioso, quello di Samuele Rossi, anche asciutto, senza orpelli, un cinema che rivela lo stile rigoroso di un regista dalle idee molto chiare, con momenti terribilmente fisici che danno perfino smarrimento. Girato con una troupe ridotta e in formato 4:3, il regista ha scelto un rapporto d’aspetto stretto in antitesi con la vastità delle montagne, così da concentrare totalmente l’attenzione visiva ed emotiva sul percorso del protagonista.
Una memoria di Storia e Resistenza che ci ricorda cosa volesse dire in quei terribili anni pensare a sopravvivere sul momento per poter sperare in un domani migliore. Parrà retorica, ma è sostanza, viva e vera, perché lo era per davvero. In questa bella storia (che c’è di tutto, ma non c’è spazio per la retorica. Anche per un altro motivo: non racconta la biografia specifica di un singolo partigiano realmente esistito di nome Gio, ma è il frutto di un rigoroso lavoro di ricostruzione storica e documentale basato sulle reali testimonianze della Resistenza italiana sulle Alpi e sugli Appennini.






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