Sognare è vivere (2015)
- michemar

- 7 feb 2021
- Tempo di lettura: 3 min

Sognare è vivere
(A Tale of Love and Darkness) Israele/USA 2015 dramma biografico 1h35’
Regia: Natalie Portman
Soggetto: Amos Oz (romanzo)
Sceneggiatura: Natalie Portman
Fotografia: Slawomir Idziak
Montaggio: Andrew Mondshein
Musiche: Nicholas Britell
Scenografia: Arad Sawat
Costumi: Li Alembik, Alber Elbaz
Natalie Portman: Fania Klausner né Mussman
Gilad Kahana: Arieh Klausner
Amir Tessler: Amos Klausner
Ohad Knoller: Israel Zarchi
Makram Khoury: Halawani
Shira Haas: Fania Mussman
TRAMA: Fania lotta contro la realtà del dopoguerra crescendo il figlio nella Gerusalemme tra la fine del mandato britannico della Palestina e i primi anni dello stato di Israele. Alle prese con una vita coniugale di promesse non mantenute e con la difficile integrazione in una terra straniera, Fania combatterà la depressione rifugiandosi in un mondo di sogni a occhi aperti.
Voto 6.5

L’esordio alla regia di Natalie Portman porta i segni di una lunga gestazione e di un lontano sogno per realizzarlo, e si vede bene. A parte le difficoltà consuete delle prime opere, risulta fin troppo evidente di come il soggetto l’abbia emotivamente coinvolta, fino a non essere sufficientemente serena e obiettiva nel costruirlo. Tutto nasce da un romanzo autobiografico di Amos Oz (Una storia di amore e di tenebra), israeliano come lei, di cui aveva acquistato i diritti sin dal lontano 2007, finendo per diventarne anche produttrice, sceneggiatrice e interprete.

“E così a 14 anni e mezzo, due dopo la morte di mia madre, uccisi papà e uccisi tutta Gerusalemme, cambiai nome e andai da solo, a vivere lassù, sopra le rovine.” Fu quando lo scrittore un giorno decise di cambiare cognome (era Klausner) e scrivendo questo libro racconta di un anziano che ricorda se stesso bambino. Ora, mentre il libro di partenza è ambientato durante momenti storici molto importanti, come la fine del mandato britannico in Palestina, la nascita dello stato di Israele, la guerra, il film invece si concentra sull’episodio centrale: il suicidio della madre ammalata di depressione dopo essere sopravvissuta allo sterminio e incapace di vivere il presente con un tale fardello.

La passione e la grande voglia della Portman la fanno inciampare nella inevitabile retorica, che cerca di mitigare commettendo forse un altro errore, quello di cercare di dare autorialità all’opera, che sicuramente in abiti semplici avrebbe emozionato di più. Ma è nobile l’intento, è schietto lo sforzo che traspare, apprezzabile la volontà. Il film è piaciuto a molti, non a tanti altri, ma io credo semplicemente che necessita compenetrarsi nella protagonista per capirlo meglio.

Dice Natalie Portman: “Sin da quando l'ho letto, avrei voluto farne un film. Il romanzo è così commovente e meravigliosamente scritto da risultare subito familiare per me, che sono nata a Gerusalemme e ho sentito molte storie sui miei antenati e sulle loro relazioni con i libri. Nel suo romanzo, Oz parla di come è nata in lui la passione per la scrittura e della vocazione che la madre gli ha trasmesso. Tra i due c'è molta tensione: lei lo spinge a creare ma gli sta concedendo anche lo spazio di cui necessita per farlo. La storia inizia nel 1945, quando ancora Israele è un territorio britannico, e termina nel 1953, quando Israele è un giovane Stato autonomo e Amos muove i suoi primi passi da adulto. Ecco perché il romanzo di Oz è anche una storia di formazione (di una nazione e di un uomo) e un atto d'amore verso la sua lingua, il suo popolo e sua madre.”
Ovviamente non è un gran film ma è tanto appassionato e sincero che merita attenzione.






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