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The Road (2009)

Immagine del redattore: michemar
michemar
9 ago
Tempo di lettura: 5 min

The Road

USA 2009 dramma/sopravvivenza 1h51’

 

Regia: John Hillcoat

Soggetto: Cormac McCarthy (romanzo)

Sceneggiatura: Joe Penhall

Fotografia: Javier Aguirresarobe

Montaggio: Jon Gregory

Musiche: Nick Cave, Warren Ellis

Scenografia: Chris Kennedy

Costumi: Margot Wilson

 

Viggo Mortensen: Uomo

Kodi Smit-McPhee: Bambino

Charlize Theron: Donna

Robert Duvall: anziano

Michael Kenneth Williams: ladro

Garret Dillahunt: membro della gang

Guy Pearce: veterano

Molly Parker: moglie del veterano

 

TRAMA: Un uomo e suo figlio vagano nel territorio statunitense dopo una non ben precisata catastrofe. La loro destinazione è il Sud, dove sperano di sfuggire alle temperature gelide, anche se non sanno cosa li aspetti. Con sé hanno solo una pistola per difendersi dalle aggressioni delle bande di cannibali che scorrazzano in cerca di vittime e un carrello arrugginito con alcuni viveri.

 

VOTO 7,5

 

 

Ci sono film che non cercano lo spettatore: lo mettono alla prova. Il lungometraggio di John Hillcoat appartiene a questa categoria rara e preziosa. Arriva alla realizzazione dopo un percorso produttivo tormentato, ma con una chiarezza d’intenti che pochi titoli post‑apocalittici possono vantare. Il regista affronta il romanzo di Cormac McCarthy – uno dei più ostici, scarnificati e “non cinematografici” della sua bibliografia – con un rispetto quasi ascetico e il risultato è un’opera che non consola, non intrattiene, non addolcisce. Semplicemente, colpisce.

 

 

Adattare McCarthy significa misurarsi con una lingua che non concede appigli, con un immaginario che rifiuta la spettacolarizzazione. Hillcoat e lo sceneggiatore Joe Penhall non cercano scorciatoie: sanno che la fedeltà totale è impossibile, ma scelgono la via più onesta, quella che restituisce lo spirito del libro senza tradirne la brutalità. Il film non raggiunge la grandezza del romanzo – nessuna trasposizione potrebbe farlo – ma ne coglie l’essenza: la sopravvivenza come gesto morale, la paternità come ultimo baluardo di umanità.

 

 

In un mondo devastato da una catastrofe non specificata, che ha causato l’estinzione quasi totale di piante e animali, un Uomo, il Padre, (Viggo Mortensen, straordinario) e il suo giovane Bambino, il Figlio (Kodi Smit‑McPhee, sorprendente per maturità) percorrono una lunga strada verso la costa, sperando di trovare un rifugio sicuro, attraversando un mondo morto, devastato da un cataclisma mai spiegato. Non c’è mistero da risolvere, non c’è mitologia da ricostruire: ciò che conta è il dopo, la quotidianità di chi non ha più nulla. La Donna, la Madre (Charlize Theron), presente solo nei flashback, incarna la resa, la tentazione di abbandonare la lotta. Padre e Figlio, invece, avanzano. Non per speranza, ma per necessità.

 

 

Sopravvivono razziando ciò che resta ed evitando bande di cannibali armati che dominano il territorio. Anni prima, la moglie dell’uomo aveva perso ogni speranza e, incapace di continuare, si era allontanata nel gelo fino a morire. Nel presente, padre e figlio assistono a orrori sempre più estremi: prigionieri tenuti come carne da macello, accampamenti segnati da resti di bambini, folle assassine. Ogni incontro è una minaccia, ogni passo una prova morale. Nonostante la fame, il freddo e la paura, il padre tenta di insegnare al figlio a “portare il fuoco”, cioè a conservare un barlume di umanità in un mondo che l’ha dimenticata.

 

 

Giunti alla costa, i due trovano una nave arenata e recuperano provviste, ma vengono derubati mentre il padre è lontano. L’uomo reagisce con durezza, spogliando il ladro, ma il figlio lo convince a mostrare pietà, segno della sua crescente sensibilità morale. Ferito da un arciere e sempre più debilitato, il padre continua a proteggere il bambino finché le sue condizioni peggiorano irrimediabilmente. Prima di morire, gli affida l’ultima lezione: restare buono, anche quando tutto intorno spinge verso la brutalità. Dopo la morte del padre, il ragazzo viene avvicinato da un uomo che viaggia con la sua famiglia e un cane; la donna spiega che li seguivano da tempo, preoccupati per lui. L’uomo si presenta come uno dei “buoni” e offre al bambino protezione, suggerendo che, nonostante l’oscurità del mondo, una forma di comunità e di speranza può ancora esistere.

 

 

Come si può notare, Hillcoat filma un’America spenta, corrosa, dove il colore sembra un ricordo. Le location reali – le zone devastate della Louisiana post‑Katrina – conferiscono al film una verità che nessun effetto digitale potrebbe replicare. Il cielo è sempre grigio, la pioggia è una presenza costante, la natura è un organismo morto. È un mondo dove il peggio dell’essere umano emerge con facilità, e il meglio è fragile, quasi invisibile.

 

 

Viggo Mortensen regala una delle sue interpretazioni più intense: un uomo consumato, ma non spezzato, che porta sulle spalle il peso di un’etica minima, l’ultima possibile. Smit‑McPhee è il contrappunto perfetto: non un simbolo, ma un bambino che impara a essere uomo in un contesto che non permette l’infanzia. Le apparizioni di Robert Duvall e Guy Pearce aggiungono sfumature preziose, piccoli frammenti di umanità residua. Essenziale e determinante è la formidabile fotografia di Javier Aguirresarobe, che acuisce, assieme al paesaggio desolante, la solitudine e il pessimismo.

 

 

Curiosi alcuni aneddoti realmente accaduti durante le riprese.

Per entrare meglio nel ruolo, Viggo Mortensen dormiva nei suoi vestiti e mangiava deliberatamente tanto poco da soffrire la fame. A un certo punto, è stato cacciato da un negozio a Pittsburgh, perché pensavano fosse un senzatetto.

John Hillcoat ha filmato più volte la scena dei distributori automatici di bevande analcoliche con Man and Boy, ognuno con una bevanda di marca diversa, preoccupato che i dirigenti della Coca-Cola non volessero che il loro prodotto apparisse in questo film. Una telefonata di Viggo Mortensen al Presidente della Coca-Cola riuscì ad ottenere il permesso di far apparire una lattina di Coca-Cola, coerente con la fonte del romanzo.

Viggo Mortensen aveva quasi rifiutato il ruolo perché aveva programmato una pausa dal lavoro cinematografico e quindi dopo le riprese si è preso circa due anni di pausa dalla recitazione.

Nei titoli di coda si odono suoni di bambini che giocano: come doveva essere il mondo in tempi più felici.

 

 

Non è un film difficile ma resta un film necessario. Rifiuta la retorica dell’azione, evita ogni tentazione epica, e si colloca agli antipodi del catastrofismo spettacolare di Roland Emmerich e simili. Qui la fine del mondo non è un evento, ma una condizione. E la sopravvivenza non è un’avventura, ma una domanda morale: vale la pena continuare a vivere quando la felicità non è più contemplata? Hillcoat non offre risposte, ma mostra con lucidità che la dignità può esistere anche nella disperazione. E che, forse, la vera tragedia non è morire nel cataclisma, ma sopravvivere abbastanza da dover scegliere ogni giorno chi essere. È un film che non si guarda: si attraversa. E quando si arriva alla fine, si è diversi da quando si è iniziato. Rimane solo la lezione di umanità e di insegnamenti di onestà e generosità che il padre lascia al figlio come lascito morale.

 

 

Riconoscimenti

BAFTA 2010

Candidatura per la miglior fotografia

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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