Amarga Navidad (2026)
- michemar

- 2 ore fa
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Amarga Navidad
Spagna 2026 dramma 1h51’
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Fotografia: Pau Esteve Birba
Montaggio: Teresa Font
Musiche: Alberto Iglesias
Scenografia: Antxón Gómez
Costumi: Paco Delgado
Bárbara Lennie: Elsa
Leonardo Sbaraglia: Raúl
Aitana Sánchez-Gijón: Mónica
Victoria Luengo: Patricia
Patrick Criado: Bonifacio
Milena Smit: Natalia
Quim Gutiérrez: Santi
Nieves Álvarez: Elena
Carmen Machi: dott.ssa García
María Morales: dott.ssa Otero
Gloria Muñoz: madre di Elsa
Rossy de Palma: Gabriela
Amaia Romero: Amaia
TRAMA: Dopo la morte della madre a dicembre, la direttrice pubblicitaria Elsa si rifugia nel lavoro per affrontare il dolore. Quando un attacco di panico la costringe a prendersi una pausa, decide di andare a Lanzarote con la sua amica Patricia, lasciando il suo compagno Bonifacio a Madrid.
VOTO 6,5

Pedro Almodóvar torna a interrogare il proprio mestiere e lo fa attraverso una storia che scivola con naturalezza nella zona grigia dell’autofiction. Non è un’autobiografia, e nemmeno la sua parodia: è un racconto che usa frammenti di vita reale – la crisi creativa, il rapporto con gli attori, la necessità di trasformare il dolore in racconto – per costruire una finzione che somiglia sorprendentemente al suo autore. In questo gioco di specchi, il film diventa semibiografico non perché racconti ciò che lui ha vissuto, ma perché mette in scena ciò che conosce intimamente: il lavoro, le ossessioni, le ferite che alimentano ogni sua storia. Riecco quindi i suoi temi preferiti da sempre: malattia, dolore, morte, rimorso, desiderio, che trasferisce, come al solito, nei suoi colorati personaggi (il colore, preferibilmente “rosso” è sempre lì, sullo e dentro lo schermo, nella bella scenografia di Antxón Gómez, per la 13.a volta assieme).

La trama parla di uno sceneggiatore in crisi che sta scrivendo una storia che man mano che va avanti Pedro tramuta in immagini, come una storia parallela, come in Tutto su mia madre, con la differenza che lì le faceva coincidere e qui osserviamo in fasi alternate quelle del film pensato e quelle dello sceneggiatore al computer. Ma, a quanto pare, c’è meno grinta e più riflessione, perché, ovviamente e a tanti anni di distanza, il nostro regista tende a diventare un po’ stantio e forse ripetitivo. È sempre lui riconoscibilissimo, ma la maturità lo ha reso più meditativo e i dialoghi son diventati più lunghi e meno coinvolgenti di una volta.

A Madrid, nel dicembre 2004, Elsa (Bárbara Lennie) è una regista in crisi che, dopo due insuccessi, si è rifugiata negli spot pubblicitari trascurando il compagno Bonifacio (Patrick Criado) e perfino la madre morente. Durante la Festa della Costituzione è colpita da violente emicranie e, su consiglio della psichiatra, parte per Lanzarote con l’amica Patricia (Victoria Luengo), appena tradita dal marito. La storia che seguiamo è però la bozza di un film che Raúl (ancora Leonardo Sbaraglia, dopo Dolor y gloria), regista nel 2026, sta cercando di scrivere per superare il blocco creativo, mentre la sua storica assistente Mónica (Aitana Sánchez-Gijón) si dimette lasciando il posto al giovane Santi (Quim Gutiérrez). Elsa propone a Patricia di trasformare i suoi tradimenti in una sceneggiatura, ma l’amica reagisce male e la abbandona, costringendola a confrontarsi con il lutto irrisolto per la madre. Nel frattempo, nella realtà, Raúl percepisce che la storia non è completa e, colpito dal dramma di Elena (Nieves Álvarez) – la donna amata da Mónica, devastata dalla malattia e dalla morte del figlio – decide di rielaborare un personaggio minore creando Natalia (Milena Smit), amica di Elsa segnata dalla perdita del proprio bambino in un incidente.

Rimasta sola sull’isola, Elsa chiama Natalia per aiutarla a elaborare il dolore, come lei ha fatto con il proprio, e il viaggio sembra inizialmente funzionare. Ma Natalia crolla e tenta il suicidio, spingendo Elsa a restarle accanto e a impedire a Bonifacio di raggiungerla, compromettendo definitivamente la loro relazione. Le due donne affrontano insieme i rispettivi traumi, mentre Raúl continua a modellare la sua storia. Quando Mónica legge la nuova bozza, accusa il regista di aver sfruttato senza pietà il dolore di Elena e di aver abusato della metanarrazione, insinuando che Elsa sia troppo simile a lei e che Bonifacio sia ispirato a Santi. Raúl sembra cedere, ma poi ribalta tutto: decide di riscrivere il film trasformando Elsa nell’alter ego di Mónica, una scelta che l’ex assistente vive come una vendetta ma che non ostacola. In un impeto creativo, Raúl ribattezza il progetto prima Amarga Elsa e poi Dulce Elsa, completando così la sua opera.

Come si può notare è un classico mélo almodóvariano al 100%, con amori sofferti, cambi drammatici, svolte che incrinano i rapporti che parevano saldi. La scenografia accennata è sempre perfetta e colorata (con molti oggetti rossi, ovviamente) e attornia i personaggi come un involucro protettivo e mai minaccioso ma sempre profetico di dramma. Le vicende dei tanti personaggi, tra la vita reale del 2026 e quella di fiction del regista, si intrecciano e si sovrappongono in due distinte storie ma la coincidenza non pare poi tanto casuale: è come se le due trame si completino e parlino continuamente dei crucci di Pedro.

Elsa nel 2004 e Raúl nel 2026 non sono semplicemente personaggi: sono specchi che Almodóvar usa per interrogare il rapporto tra vita reale e finzione, tra dolore vissuto e dolore rappresentato. Il film diventa così un regolamento di conti con il mestiere stesso di raccontare, con la tentazione – e il rischio – di cannibalizzare le emozioni altrui per farne materia cinematografica. Questa architettura, che richiama tanto Pirandello quanto certi giochi di riflessi bergmaniani, è governata con una lucidità sorprendente: non è un virtuosismo fine a sé stesso, ma la spina dorsale di un’opera che vuole mostrarsi mentre si costruisce. Inoltre va detto che Almodóvar si espone più del solito, abbandonando in lunghi tratti la protezione del melodramma puro per una forma di autocritica che attraversa ogni scena. Raúl è il suo alter ego più spietato: un autore che teme di ripetersi, che sfrutta ciò che ha intorno, che si guarda allo specchio senza indulgenza. Questa confessione artistica si riflette anche nella cura visiva del film, dove scenografie, colori e location – da Madrid a Lanzarote – diventano estensioni emotive dei personaggi. L’isola vulcanica, nera e scabra, funziona come un paesaggio mentale; le canzoni di Chavela Vargas e Amaia Romero irrompono nella narrazione come detonatori emotivi. È un cinema che non consola, ma che rivendica la propria onestà: un autore che si mette in scena e, nel farlo, accetta di mostrarsi vulnerabile.

Pur riconoscendo la consueta intelligenza della scrittura di Almodóvar, ho la sensazione che film dopo film il suo impianto narrativo stia diventando più faticoso, meno fluido, quasi trattenuto. Il film resta interessante, certo, ma non l’ho trovato coinvolgente come le sue opere migliori. E, come spesso accade nel suo cinema, tornano figure e dinamiche legate all’universo LGBTQ+: una presenza che non mi disturba affatto, anzi, ma che mi interroga. Mi chiedo perché autori come lui o Özpetek sentano il bisogno di farne una costante narrativa, quasi un marchio identitario. Capisco il valore culturale di questa scelta, la volontà di normalizzare e combattere i pregiudizi, ma a volte ho l’impressione che la reiterazione rischi di indebolire la forza del messaggio invece di amplificarla. Diventano macchiette. Gentili, gradevoli, ma macchiette.

Il cast assolve bene alla funzione di ben rappresentare le caratteristiche dei vari personaggi e la recitazione è consona al melodramma a cui dobbiamo assistere, anche perché la buona parte degli interpreti fa parte di “richiamati” in servizio: sono degli habitué, sono fedelissimi di Pedro: Victoria Luengo, Milena Smit, Bárbara Lennie, Aitana Sánchez‑Gijón, Leonardo Sbaragli, solo per fare qualche nome, sono presenti in diversi ultimi film. Uno nuovo, invece, che si affaccia è Patrick Criado, che si esibisce come stripper pur essendo un pompiere, ma che sa rendersi antipatico ad ogni sorriso che sfoggia. Chissà se è solo la mia impressione oppure è una scelta ben precisa del maestro, che forse cercava di non far simpatizzare il pubblico con il personaggio che, nel prosieguo, viene trascurato da Elsa perché evidentemente per lei era solo un bel bambolotto gonfiabile e poi, quando le vicende son diventate serie, lo ha lasciato al suo destino, benché nell’ultima scena lo richiama a telefono.

Non nascondo che, avendo imparato ad amare questo grande autore solo da qualche anno, mi attendevo di più. Noto che a molta parte della critica è piaciuto tanto, ad alcuni un po’ meno, anzi giudicato pessimamente, ma io preferisco restare in mezzo al guado e ammiro comunque le idee e la messa in scena sempre elegante e armoniosa, con attori che ripagano le sofferte pagine di scrittura: il vero grande pregio di Pedro Almodóvar è che è sincero, trasparente, e come i più grandi scrittori e registi non ha paura di rivelarsi al pubblico, contando – immagino – sull’effetto terapeutico dell’apertura psicologica e dell’abbandono nelle braccia dello spettatore che lo ama.

Non è uno dei suoi film migliori ma è pur sempre il lungo cammino di un regista che ha dato tantissimo alla Storia del Cinema con 23 lungometraggi e 2 medio (The Human Voice, Strange Way of Life). Adesso è solo quasi un ottantenne, niente di grave.






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