top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Cinque secondi (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Cinque secondi

Italia 2025 dramma 1h45’

 

Regia: Paolo Virzì

Sceneggiatura: Francesco Bruni, Carlo Virzì, Paolo Virzì

Fotografia: Luca Bigazzi

Montaggio: Jacopo Quadri

Musiche: Carlo Virzì

Scenografia: Sonia Peng

Costumi: Ottavia Virzì

 

Valerio Mastandrea: Adriano Sereni

Galatéa Bellugi: Matilde

Valeria Bruni Tedeschi: Giuliana

Ilaria Spada: Letizia

Anna Ferraioli Ravel: avvocata Pesaresi

Caterina Rugghia: Elena Sereni

Luca Charles Brucini: Matteo Sereni

Giancarlo De Cataldo: giudice

 

TRAMA: Un uomo burbero e solitario scopre che la villa vicina alla sua abitazione è stata occupata da giovani che stanno facendo rivivere i vigneti abbandonati. All’inizio la presenza lo infastidisce e vuol trovare un modo per mandarli via.

 

VOTO 6,5

 

 

Paolo Virzì – con la collaborazione di un eccellente cast tecnico che comprende anche il fratello Carlo quale cosceneggiatore (assieme a lui e al sempre notevole Francesco Bruni) e la figlia Ottavia quale costumista – dopo qualche passaggio (quasi) a vuoto (di certo gli ultimi film non sono in linea con i suoi migliori lavori) lascia la sua tipica commedia sarcastica che fa riflettere e a volte commuovere per imboccare la strada opposta: un dramma che fa sorridere. Un po’ come era successo anche altre poche volte. E dimostra, ancora una volta, che il suo luogo mentale e ambientale preferito è la provincia.

 

 

Al centro della storia c’è un misterioso uomo trasandato e isolato, Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), che vive nelle stalle rimesse ad abitazione di una villa di campagna, immerso in una routine che sembra aver cancellato ogni slancio. È un uomo che ha scelto il silenzio come rifugio: parla poco, osserva molto, evita tutto ciò che potrebbe rimetterlo in gioco, respinge tutti, compreso il postino. La sua vita procede così, in un equilibrio fragile che lui stesso non osa toccare. L’arrivo di un gruppo di giovani per un progetto legato alla villa rompe questa quiete. Sono ragazzi pieni di energia, di idee, di un entusiasmo che Adriano non accetta. Non mancano le discussioni e gli equivoci, che però cominciano a sparire quando ha la possibilità di conoscerli meglio.

 

 

Tra loro spicca Matilde (Galatéa Bellugi), spontanea, diretta, capace di vedere oltre le superfici. È lei a intuire che Adriano non è semplicemente un uomo riservato e che porta addosso un peso che non ha mai davvero affrontato. La convivenza forzata crea un movimento inatteso. I ragazzi occupano gli spazi, li riempiono di rumore, di vita; l’uomo, suo malgrado, è costretto a uscire dalla sua bolla. Piccoli gesti, conversazioni minime, sguardi trattenuti: tutto contribuisce a incrinare la corazza che si è costruito.

 

 

Al centro del film c’è un momento cruciale della vita di Adriano: i maledetti cinque secondi del titolo, attimi che hanno segnato un prima e un dopo. Non vengono raccontati in modo diretto, ma emergono per frammenti, come un ricordo che non vuole farsi afferrare. Sono cinque secondi che parlano di responsabilità, di paura, di ciò che può cambiare un’esistenza intera. La presenza dei ragazzi, e soprattutto di Matilde, costringe Adriano a riconsiderare quel momento. Non è un confronto generazionale, ma un confronto con se stesso: con ciò che ha evitato, con ciò che non ha mai detto, con ciò che teme di guardare in faccia. Il film segue questo lento processo di riemersione: Adriano non diventa un altro uomo, ma inizia a muoversi, a interrogarsi, a lasciare che qualcosa lo tocchi. È un percorso fatto di esitazioni, di aperture minime, di scelte che sembrano piccole ma che cambiano la direzione del suo sguardo. Il racconto conduce Adriano verso un punto in cui non può più restare fermo. Senza rivelare nulla, è un momento che non chiude, ma apre: suggerisce che il cambiamento non è un gesto clamoroso, ma un atto interiore che nasce proprio da quei cinque secondi.

 

 

Virzì non perde tempo a farci capire che aria tira in quelle stalle ristrutturate ma peggiorate dalla noncuranza del protagonista: la prima sequenza è eloquente. Quell’Adriano apre un frigo semivuoto e puzzolente, il pane è così duro che si taglierebbe solo con un’accetta, il disordine regna unico sovrano, la sporcizia fa parte dell’arredamento. Eppure, questo non è un barbone. Ora gira con un grosso pick-up ma presto di capisce che si è privato dell’elegante BMW che possedeva nella vita precedente semplicemente regalandola ad una coppia del paese vicino. Cosa gli è accaduto per arrivare a questo punto?  E perché nel vuoto esistenziale dell’uomo irrompe Giuliana nell’introduzione del film?

 

 

Questa Giuliana, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, è una presenza che appartiene al “prima” di Adriano, una figura affettiva e caotica che conosce bene le sue fragilità e che continua a gravitargli intorno nonostante lui cerchi di tenere il mondo a distanza. Non sono una coppia, né il film suggerisce un rapporto sentimentale attivo: ella rappresenta piuttosto un nodo emotivo irrisolto, una parte della vita che Adriano ha cercato di archiviare senza riuscirci davvero. La sua esuberanza - simpaticamente invadente, affettuosa, adorabilmente imprevedibile - contrasta con la chiusura del protagonista e ne rivela le crepe interiori: accanto a lei, Adriano appare ancora più trattenuto, più incapace di gestire il caos delle relazioni umane. Giuliana non è un interesse amoroso, ma una forza centrifuga che lo costringe a confrontarsi con ciò che ha evitato, rendendo visibile il conflitto tra il suo desiderio di isolamento e il bisogno, inconfessato, di tornare a vivere davvero. È tramite questo personaggio femminile, il quale sotto sotto ha tanto bisogno di affetto anche a causa di un brutto episodio della sua vita, che conosciamo lentamente il passato di Adriano e perché si è chiuso al mondo.

 

 

Ci sono due storie parallele nel film e solo apparentemente indipendenti. Da una parte la nascita di un bellissimo rapporto con i giovani vicini, a partire da Matilde, esuberante come l’altra, ma giovane, intraprendente, intelligente, esperta della coltivazione del sangiovese e della vinificazione, che tra l’altro si scopre incinta dell’amico del gruppo, che in realtà è assimilabile alle formazioni hippies degli Anni Sessanta. Con la differenza che questi sono tutti studenti o laureati proprio nelle materie utili ad una giusta ed ecologica agricoltura. Se Giuliana lo scuote, Matilde sconvolge la vita di Adriano, svegliandolo dal torpore esistenziale. Gli ridà la vita, gli restituisce la voglia di prendersi cura di una persona come fosse una figlia. Il perché riguarda l’altra storia.

 

 

Adriano era un avvocato, uno dei soci responsabili di uno studio legale di successo, aveva una bella moglie e due figli Matteo e Elena, quest’ultima gravemente affetta dalla SLA, che lui cura amorevolmente. Essendosi separato dalla moglie Letizia (Ilaria Spada), li porta sempre in gita quando tocca a lui potersene occupare, magari portandoli dove la ex non vorrebbe. E lì succede il tragico imprevisto. Che lo uccide socialmente, inducendolo al totale rifiuto della vita in società. Ha chiuso con tutti, si è rintanato in affitto nelle stalle della villa Guelfi-Camajani e attende un processo penale in cui non vorrà difendersi. Nonostante tutto, troverà l’appoggio della cara Giuliana e dell’avvocata d’ufficio Pesaresi.

 

 

Alti e bassi, affetto turbolento con Matilde, soddisfazione nel prendersene cura, appoggio totale da Giuliana, scontro con Letizia, difficoltà con il figlio Matteo, rifiuto di aiuti, isolamento, accettazione della sua condizione. Tutto per colpa di cinque secondi, quelli intercorsi tra la disgrazia e la sua reazione, essendo rimasto immobile per lo sconforto. Inspiegabilmente. Accettando l’evento come colpa, non cerca discolpa, solo essere dimenticato, dispiaciuto solo per il distacco con il maschietto di casa. Per fortuna c’è la bimbetta di Matilde che ha bisogno anche di lui: due femmine che prenderanno il posto di Elena.

 

 

Parrebbe uno scontro tra generazioni, visibile soprattutto quando il protagonista si avverte disturbato oltre modo dalla dirompente gioventù vicinale ed invece il film gira verso la collaborazione e la colpa, in parallelo, richiederà rinascita e vita nuova, accettazione e pacificazione con se stessi. Invece di lasciarsi schiacciare dall’inutilità, il protagonista si riaccende per merito di una ragazza travolgente che ha nella schiettezza tutta toscana (l’accento livornese domina il film) la sua trascinante simpatia. È la naturalezza con cui vive e affronta la vita che riaccende prima la curiosità e poi la voglia del ritorno alla luce dell’uomo, che si lascia contagiare, anche per una strana forma di pazzia gioiosa che trascina dietro di sé la triste matta chiamata Giuliana: Valeria Bruni Tedeschi sembra essere uscita dal set della Pazza gioia per entrare in quest’altro set e rinverdire la sua rigogliosa e contagiosa esuberanza che porta sorriso pur se con una punta di malinconia.

 

 

Ma è l’energia di Galatéa Bellugi la scossa che riceve il film. Come accaduto nella sua esplosione artistica (con Gloria!), l’elettricità della sua presenza ripete l’exploit e porta una ventata di felicità incosciente che fa sembrare ogni cosa possibile e attuabile, inarrestabile. A parte che Valeria Bruni Tedeschi si dimostra ancora una volta una presenza importante in ogni film a cui partecipa (una simpatia irrefrenabile), l’opera di Paolo Virzì, con una regia senz‘altro riuscita, punta tutto sulle spalle dell’ottimo Valerio Mastandrea, che si rivela l’attore adatto ad un personaggio di questo tipo. Un po’ perché portato, un po’ tanto perché è bravo (pare un Bill Murray all’italiana), il suo Adriano è perfetto e la battuta finale detta alla bella cagnolona Mimì che attende all’uscita del tribunale (“È femmina!”) detta il finale divertente, confortato dal bel messaggio che arriva sul cellulare. Ognuno per la sua strada, ma almeno tutti soddisfatti.

 

 

Speriamo solo che con questo buon film Paolo Virzì stia tornando ai livelli di una volta perché ce lo stavamo perdendo per strada. Ma è il lavoro di ogni componente del crew che è stato veramente apprezzabile, dalla sceneggiatura a sei mani alla fotografia di Luca Bigazzi e alle musiche di Carlo Virzì. Perfino il sonoro in diretta ha funzionato benissimo, cosa rara in Italia.

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page