Goodbye June (2025)
- michemar

- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min

Goodbye June
UK, USA 2025 dramma 1h54’
Regia: Kate Winslet
Sceneggiatura: Joe Anders
Fotografia: Alwin H. Küchler
Montaggio: Lucia Zucchetti
Musiche: Ben Harlan
Scenografia: Alison Harvey
Costumi: Grace Clark
Kate Winslet: Julia
Helen Mirren: June
Timothy Spall: Bernie
Johnny Flynn: Connor
Andrea Riseborough: Molly
Toni Collette: Helen
Fisayo Akinade: infermiere Angel
Stephen Merchant: Jerry
TRAMA: Fratello e sorelle si riuniscono, nonostante le divergenze, al capezzale della mamma June.
VOTO 6,5

Di film sul distacco terreno di una persona a cui si è molto legati ne è pieno il cinema, ma solo pochi autori si sono cimentati osservando da un’angolazione diversa o insolita, oppure più intima e non convenzionale. Un esempio è L’amore che resta, di Gus Van Sant. Stavolta ci prova una esordiente importante, Kate Winslet, la quale, dopo aver letto la sceneggiatura - basata a quanto pare su un’esperienza personale - di Joe Anders (giovane figlio dell’attrice e di Sam Mendes, oggi 22enne) con cui avrebbe dovuto solo recitare, ha deciso di assumere pure il ruolo di regista e produttrice, scegliendo quindi buona parte del cast tecnico badando ad offrire l’opportunità a talenti emergenti. Il film ruota attorno a quattro fratelli le cui vite cambiano quando la madre malata peggiora durante il periodo natalizio.

È un esordio che punta sulla delicatezza, sulla dimensione corale e su un realismo emotivo domestico, rischiando di restare troppo composto e poco incisivo nei suoi conflitti. Che è un po’ il vero limite che si può riscontrare. Il tono scelto è sullo stile del family drama natalizio ma la grande artista (per inciso: da me amatissima, la mia preferita) ha intelligentemente evitato il facile melodramma preferendo girare un film non sulla morte ma sulla presenza, su come ci si prepara insieme a perdere qualcosa di fondamentale, sfruttando ogni momento rimasto per godere delle piccole gioie, poco dei ricordi, puntando ai progetti futuri. Ovviamente, ogni personaggio, tutti mirabilmente descritti e scolpiti, ha un suo modo di (re)agire e il lavoro della Winslet è infatti consistito nei contrasti e nei punti di vicinanza tra questi. I quattro figli ed il marito si ritrovano nella camera della clinica dove June (Helen Mirren) è stata ricoverata, un paio di settimane prima di Natale, dopo un malore dovuto al peggioramento delle sue condizioni fisiche a causa della massa tumorale che va aumentando e che le sta bloccando il funzionamento dei polmoni.

Non le resta ormai molto e Connor, il più giovane della prole che vive con lei ed il papà Bernie, telefona agitato trattenendo a stento le lacrime alla sorella Julia, incaricandola di avvisare anche le altre, Molly e Helen. Intanto segue in auto, col padre, l’ambulanza che porta la mamma in sala operatoria per svuotare il liquido creatosi nei polmoni e metterla in condizione di respirare autonomamente, scoprendo però che non le resta ancora molto da vivere. Le donne accorrono e con loro le antiche divergenze, le dinamiche disfunzionali, i ruoli cristallizzati, i rancori sedimentati mai messi da parte. Anzi, consolidati dalla scarsa frequentazione e dal rifiuto dei chiarimenti necessari. I cinque familiari sono molto diversi tra loro, soprattutto di carattere e di come reagiscono davanti alle difficoltà, soprattutto la presente.

Il marito del perno della famiglia, June, Bernie (Timothy Spall), è un uomo apparentemente burbero ma che in realtà non riesce ad accettare l’inevitabile: quando le discussioni si accendono e le donne disputano per la loro superiorità, lui ha solo un unico metodo per risolvere la scomoda situazione, la fuga. Lui si rintana nei consueti rituali del quotidiano - il calcio in TV, la birra, le battute fuori luogo - che sono, in effetti, il suo modo di non crollare. Fa quasi finta di non capire per non accettare e non fa mai cenno del suo dolore.

Helen (Toni Collette) è la figlia maggiore, donna libera, caotica e incinta (e non ha uomo…), che vive lontanissimo, ha una palestra di yoga, veste con il giallo odiato dalla madre, è svampita e sregolata come un orologio che va per conto suo, con un’energia forte ma fuori sincrono dal resto della famiglia. Basta ascoltarla quando afferma “Sì, ho sempre pensato che avessimo una relazione aperta, ma a quanto pare ero solo io ad andare a letto con altre persone.”

Kate Winslet, oltre a dirigere, interpreta Julia, la secondogenita, la più stabile e realizzata, ma anche quella più logorata dal peso delle responsabilità. Con la forza di questo senso, trova energie inesauribili per gestire i tre figli (tra cui il più piccolo affetto dalla sindrome down), lavorare duramente e pagare il mutuo dei genitori, della sorella minore quando non ce la fa (spesso), non avere mai tempo per sé. Quando è occupata in qualche impegno, la chiamano e lei interrompe e accorre. E tutto da sola, perché il marito (il vero assente del film) lavora chissà dove. Deve anche intervenire con autorevolezza quando serve, deve consolare chi ha bisogno, è sempre in linea con gli altri. Per nulla con Molly.

Andrea Riseborough dà il volto a Molly, madre di quattro figli, in guerra con la sorella e con se stessa, alle prese con una vita che, vegana e biologicamente fissata, non riesce a governare (stranamente, ricorda il personaggio della Fiona di Toni Collette in About a Boy - Un ragazzo). Nervosa, strepita ordini al marito più distratto e fuori sintonia che lei poteva trovare, Jerry (Stephen Merchant). Odia Julia per gelosia, forse, in realtà per invidia e perché avrebbe voluto essere brava, efficiente e generosa come lei.

Infine, c’è Connor (Johnny Flynn), il figlio più giovane, rimasto a vivere con i genitori per non aver mai saputo scegliersi una strada tutta sua, né una donna, diventando di conseguenza il caregiver della madre ammalata, che vive preoccupandosi solo dei genitori. Non ha un indirizzo per il futuro e guardando la madre ne resta paralizzato, sempre sul punto di piangere, chiedendo aiuto a… Julia, naturalmente.

In buona sostanza, l’intero film si svolge nella camera della clinica, dove - alla pari della grotta di Betlemme - tutti accorrono e si stabiliscono con schiamazzi come fossero nella casa di famiglia, osservati - altro bel personaggio - da Angel (Fisayo Akinade), l’infermiere dal sorriso gentile, dal cuore d’oro e dalla gentilezza che conquista. A lui, June è grata per le giuste attenzioni, della disponibilità, dell’aiuto e del conforto morale, dell’ottimismo che infonde. Un Angel(o) in camera è un piccolo miracolo natalizio.

Eppure, non è un film claustrofobico rinchiuso in una stanza, che pare grande, dove ognuno porta qualcosa di sé, anche da mangiare e da bere, persino un frigorifero per le birre del papà. Quando nei corridoi riesplode la guerra tra Julia e Molly, che ora si evitano, mamma June, che resiste e nota ogni cosa, si inventa una lettera da scrivere al futuro nipotino nel ventre della figlia maggiore e le chiama per farsi aiutare, prospettando e sperando i chiarimenti tra le due rivali. Winslet regista e Anders sceneggiatore adottano la strada del compromesso e della pacificazione, una soluzione accomodante che rende meno tragico l’evolversi della trama ma che conduce al fazzolettino d’emergenza per il pubblico più sensibile. Se I segreti di Osage County finiva con la battaglia finale sanguinosa al funerale del capostipite, qui la regista persegue la via più positiva e la morte di June, come augurato da lei stessa, diventa l’occasione della riunione fisica e affettiva della numerosa famiglia, anche ad un anno di distanza, quando, finalmente tutti, ma proprio tutti, brindano al suo ricordo.


La morte, per la coppia madre regista / figlio sceneggiatore, per questi vari motivi, non ha un approccio ricattatorio come succede spesso, ma ha attenzione per la dignità morale, una lucida ironia, l’amore familiare. Non è neanche il pretesto per fare uno spettacolo da proiettare sullo schermo ma, invece, il luogo per guardarsi in faccia e per volontà di chi lascia e di chi resta si giunge al momento della sincerità chiarificatrice. Ogni figlio, lo vediamo, porta con sé un fallimento, un segreto, un’irrisolutezza, ma per fortuna il ricongiungimento consegna loro una famiglia meglio definita in senso pieno: un po’ per merito di tutti, maggiormente per l’eredità di June, che non lascia nulla di materiale ma molto dal punto di vista affettivo e morale. Il film riflette allora su cosa deve davvero restare, dicendola alla Van Sant, dopo la morte e con questa sorta di resa dei conti nessuno perde, tutti guadagnano qualcosa.
La regia della Winslet è tanto, tanto discreta, è intima, attenta ai volti in primo piano, alle piccole reazioni, portando gli attori a recitare con semplice devozione, senza mai forzare il pathos, ma non possono evitare, però, del tutto la sindrome del commovente e del “vogliamoci bene” della parte finale della sceneggiatura. Ma la storia è questa e andava portata a termine con dignità, anche con l’uso, come scopro, di piccoli microfoni addosso agli attori invece delle tradizionali apparecchiature, per creare un’atmosfera più intima in scena. La regista punta ad una impostazione che pare più da teatro che di set. L’autrice ha sottolineato anche la natura terapeutica della storia, descrivendola come una storia sulla famiglia e non solo sulla morte. Anche dal suo modo di recitare (dall’alto della sua esperienza) traspare la volontà di creare qualcosa di quieto e non drammaturgico. Ed è stata bravissima pure nel gestire i vari adolescenti e bambini che imperversano, facendoli sembrare tutti spontanei e naturali. Deve ovviamente migliorare, però si può giudicare “discreta la prima”.
Il mezzo voto in più è perché gli attori sono superlativi: da Helen Mirren in giù (lei è il cuore emotivo del film, con una presenza scenica da Oscar), formano tutti un capolavoro di cast, con performance di livello, a cominciare dal gigantesco Timothy Spall, il quale dedica commosso la Georgia (On My Mind) di Ray Charles mutandola in June. Che attore! Toni Collette è debordante come solo lei sa fare e Andrea Riseborough è una forza della natura, perbacco! Simpatico ed efficace anche Johnny Flynn: tutti bravi perché ognuno contribuisce perfettamente a rendere l’idea di come incarnare un diverso modo di reagire alla perdita.
I punti di forza restano l’umanità dei personaggi, la delicatezza della regia, l’interpretazione della Mirren. Convincono un po’ meno la struttura narrativa prevedibile (sceneggiatura poco matura) ed il finale troppo accomodante.
Un dramma familiare che non cerca lacrime, ma verità, sincerità, concordia.


















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