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I cancelli del cielo (1980)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 9 ago 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

I cancelli del cielo

(Heaven's Gate) USA 1980 dramma 3h39’


Regia: Michael Cimino

Sceneggiatura: Michael Cimino

Fotografia: Vilmos Zsigmond

Montaggio: Tom Rolf, William Reynolds, Lisa Fruchtman, Gerald B. Greenberg

Musiche: David Mansfield

Scenografia: Tambi Larsen

Costumi: J. Allen Highfill


Kris Kristofferson: James Averill

Christopher Walken: Nathan D. Champion

John Hurt: William C. Irvine

Sam Waterston: Frank Canton

Brad Dourif: Eggleston

Isabelle Huppert: Ella Watson

Joseph Cotten: reverendo

Jeff Bridges: John L. Bridges

Geoffrey Lewis: Fred

Paul Koslo: Charlie Lezak

Richard Masur: Cully


TRAMA: Siamo nella contea di Johnson, nello Wyoming, fine del XIX secolo. I grandi allevatori sono in guerra contro gli immigrati dall'Europa dell'Est, che reclamano la terra che è stata loro promessa. I contadini sono difesi dallo sceriffo Averill, mentre gli allevatori hanno come legale un amico di gioventù dello stesso Averill, Billy Irvine. Lo sceriffo riesce a organizzare militarmente gli immigrati e ad affrontare finalmente lo squadrone dei killer pagati dagli allevatori in una sorta di battaglia campale.


Voto 8

Da che mondo è mondo gli immigrati sono il nemico da combattere, che ci troviamo in una terra ospitale e vasta (vedi la “frontiera americana”) o in piccolo villaggio poco importa. Qui siamo nel Wyoming del 1890. Sullo sfondo di quella che è passata alla storia come La guerra della contea di Johnson, allevatori e notabili locali ingaggiano a suon di dollari i “pareggiatori”, killer per eliminare i coloni ungheresi, polacchi, bielorussi e ucraini sempre più numerosi nella regione, arrivati con il cuore gonfio di speranze di una vita migliore, davanti a tanta terra libera. In mezzo c’è lo sceriffo James Averill, il quale cerca di tamponare le intemperanze e frenare il massacro.

Michael Cimino veniva dal successo e dai premi de Il cacciatore (recensione) e il sogno di realizzare un’opera gigantesca e memorabile lo portò ad un enorme progetto, tanto costoso che, a causa del totale flop del film (inspiegabile per molti cinefili, ma la storia andò così) mandò gambe all’aria la United Artists: 44 milioni di dollari spesi mai recuperati. Un film lungo, analitico nell’esame dei caratteri, riprese bellissime, poi forse sciupato da un montaggio che rovinò le idee iniziali e il risultato fu l’accantonamento del film e del suo visionario autore (solo dopo 5 anni poté girare L’anno del dragone). Ma alla lunga possiamo anche definire il film come la vittoria dell’arte e della creatività sull’aspetto economico che è l’unico a cui guardano le majors hollywoodiane.

Se nel suo mitico ed impareggiabile cacciatore Cimino ci mostra la fine misera del sogno americano che impera in tutto il pianeta, nel lontano ricordo del Wyoming la storia si era già verificata in una terra falsamente “promessa”: il sangue bagna, rilava, sporca, ridetermina la storia dell’uomo. Per esperienza diretta, posso dire che se il film viene visto distrattamente non conquista (è lungo, è impegnativo), ma entrandovi anima e cuore si viene trascinati nella visione del regista: il sogno della Frontiera si è mai realizzato oppure questo film ne canta la morte?

Enormi le interpretazioni dei vari protagonisti, a cominciare dal grande Kris Kristofferson, nel ruolo di un personaggio potente e carismatico, e dalla giovane Isabelle Huppert, in piena ascesa sugli schermi di tutto il mondo. Altrettanto potente ed esaltante, come fosse ancora in trance del soldato Nick de Il cacciatore, è lo spietato Christopher Walken, alto, magro e senza pietà. Dirompente poi il personaggio di Jeff Bridges.


Attori tutti in gran forma per una grandiosa opera da apprezzare e da amare.

Il finale è ineluttabile: è la fine dei sogni.



 
 
 

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