Jersey Boys (2014)
- michemar

- 6 feb
- Tempo di lettura: 5 min

Jersey Boys
USA 2014 biografico/musicale 2h14’
Regia: Clint Eastwood
Soggetto: Marshall Brickman, Rick Elice (Jersey Boys: The Story of Frankie Valli & the Four Seasons)
Sceneggiatura: Marshall Brickman, Rick Elice
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox, Gary D. Roach
Scenografia: James J. Murakami
Costumi: Deborah Hopper
John Lloyd Young: Frankie Valli
Erich Bergen: Bob Gaudio
Vincent Piazza: Tommy DeVito
Michael Lomenda: Nick Massi
Christopher Walken: Angelo De Carlo
Freya Tingley: Francine Valli
Kathrine Narducci: Mary Rinaldi
Francesca Eastwood: Waitress
James Madio: Stosh
Mike Doyle: Bob Crewe
Joseph Russo: Joe Pesci
Steve Schirripa: Vito
Johnny Cannizzaro: Nick DeVito
Jeremy Luke: Donnie
Steve Monroe: Barry Belson
Michael Patrick McGill: ufficiale Mike
Barry Livingston: ragioniere
Ian Scott Rudolph: manager
Josh Hamilton: Robert Irwin
Zach Grenier: John Condon
Gary Werntz: avvocato generale
Josh Stamberg: agente Stokes
Renée Marino: Mary Delgado
TRAMA: L’ascesa, i momenti difficili, gli scontri personali e il trionfo finale dei Four Seasons, un gruppo di amici la cui musica è diventata il simbolo di un’intera generazione. Con un’attenzione particolare nei confronti del frontman Frankie Valli, “il piccolo bambino dal grande falsetto”, si seguono le vicissitudini dei quattro ragazzi, fedeli a un codice d’onore imparato tra le strade del New Jersey e chiamati a una moltitudine di sfide, provocate loro dai debiti di gioco, dalle minacce mafiose e dai disastri familiari.
VOTO 6,5

Il film di Clint Eastwood è l’adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Broadway, che è stato in scena diversi anni. La storia, ispirata a eventi realmente accaduti, racconta le vicissitudini di Frankie Valli, Bob Gaudio, Nick Massi e Tommy DeVito, quattro giovani uomini del New Jersey che tentano di allontanarsi dai binari sbagliati delle loro vite formando il gruppo rock dei “The Four Seasons” destinato a entrare nella leggenda.

Nel New Jersey degli Anni Cinquanta, un gruppo di ragazzi di periferia cerca di farsi strada nella musica tra piccoli locali, lavori precari e frequentazioni non sempre raccomandabili. Frankie (John Lloyd Young), dotato di una voce fuori dal comune, viene notato da figure influenti del quartiere e si unisce al trio guidato da Tommy DeVito (Vincent Piazza) in cui c’è anche Nick Massi (Michael Lomenda). L’arrivo del giovane autore Bob Gaudio (Erich Bergen) dà al gruppo una direzione nuova, portandoli a trovare un nome, un suono e un’identità che li distinguono nel panorama musicale dell’epoca. Le prime incisioni non decollano, ma la determinazione e l’alchimia tra i membri li spingono a tentare ancora, fino a trovare la canzone capace di cambiare tutto.

Il successo, però, porta con sé tensioni, responsabilità e scelte difficili. I rapporti interni si incrinano, emergono debiti, compromessi e sacrifici personali che mettono alla prova la solidità del gruppo. Mentre la fama cresce, ciascuno dei quattro deve confrontarsi con ciò che desidera davvero e con il peso delle proprie decisioni. La storia segue così l’ascesa e le fratture dei Four Seasons, mostrando come dietro le luci della ribalta si nascondano amicizie complesse, ambizioni divergenti e un legame che, nonostante tutto, continua a definire le loro vite.

Quando mi sono avvicinato al film ero curioso di vedere come Clint Eastwood avrebbe affrontato la trasposizione cinematografica di un musical così iconico, ma ben sapendo quanto lui ami la musica e i musicisti. Fin dalle prime scene ho percepito un approccio più sobrio rispetto a quello che altri registi avrebbero scelto, quasi a voler lasciare che la storia dei Four Seasons parlasse da sola. È vero che alcuni numeri musicali non esplodono di energia come ci si aspetterebbe, ma ho apprezzato la scelta di non trasformare tutto in una giostra scintillante: Eastwood punta su un racconto lineare, asciutto, che mette al centro la dinamica del gruppo e la voce di Frankie Valli, straordinariamente ricreata da John Lloyd Young.

Seguendo la vicenda dalla formazione della band ai primi successi, ho trovato interessante la struttura narrativa che alterna punti di vista diversi, con i membri del gruppo che si rivolgono direttamente alla camera. Questo espediente dà ritmo e personalità al racconto, anche se non sempre riesce a compensare la prevedibilità di alcuni passaggi tipici del genere “ascesa-caduta-riscatto”. La ricostruzione d’epoca, invece, mi ha colpito davvero: colori desaturati, ambienti curati, un’atmosfera che sembra uscita da una fotografia degli Anni Sessanta. E quando arrivano i brani più celebri, la forza della musica riesce comunque a trascinare, anche nei momenti in cui la regia rimane più trattenuta.
Clint Eastwood sceglie un approccio molto più vicino al dramma biografico che al musical. Pur utilizzando le canzoni come filo emotivo e come segnale delle tappe della loro ascesa, il film concentra la sua attenzione soprattutto sulla parabola umana del gruppo: le amicizie nate nei quartieri del New Jersey, le lealtà messe alla prova, i debiti, gli errori, le fratture interne che il successo non fa che amplificare. Eastwood guarda ai Four Seasons come a un microcosmo di rapporti complessi, segnati da ambizioni divergenti e da un ambiente sociale che non smette mai di influenzarli.
La musica, pur presente e fondamentale, non è mai trattata come spettacolo autonomo: non c’è la messa in scena teatrale del musical di Broadway, ma un uso più sobrio, quasi documentaristico, delle performance, che emergono nei momenti chiave come memoria, identità e commento emotivo. Solo il numero finale si concede un tono più “musical”, quasi un saluto affettuoso al materiale originale. Il risultato è un film che racconta i Four Seasons non tanto attraverso ciò che cantavano, quanto attraverso ciò che vivevano.
Devo ammettere che il film non riesce sempre a coinvolgere sul piano emotivo, soprattutto nelle parti dedicate alla vita privata di Frankie, che avrebbero meritato maggiore intensità. Ma quando la storia si avvicina al finale, qualcosa si accende: l’esecuzione di Can’t Take My Eyes Off You, forse il brano che ancora oggi risuona dappertutto, oppure l’irresistibile Rag Doll (che fa ballare, tenere il ritmo, che porta nostalgia a chi è vecchio come me) restituiscono finalmente quella vibrazione che avevo atteso per tutto il film e il numero conclusivo durante i titoli di coda è una ventata di vitalità che fa rimpiangere di non aver visto più spesso questo spirito. In definitiva, non è un musical travolgente, ma è un’opera elegante, rispettosa e ricca di momenti riusciti, capace di conquistare chi ama i Four Seasons e chi apprezza un cinema che preferisce raccontare piuttosto che stupire.



Sicuramente film nascosto dalle celebrazioni consuete del grande Clint, ed in effetti non lo collocherei in cima alla mia lista personale. Resta comunque un passaggio della lunga gloriosa carriera del mitico.


















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