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La festa è finita (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

La festa è finita

Classe moyenne

Francia Belgio 2025 commedia 1h35’

 

Regia: Antony Cordier

Sceneggiatura: Jean-Alain Laban, Steven Mitz, Antony Cordier, Julie Peyr

Fotografia: Nicolas Gaurin

Montaggio: Camille Toubkis

Musiche: Clémence Ducreux

Scenografia: Eugénie Collet, Marc-Philippe Guérig

Costumi: Sabrina Riccardi

 

Laurent Lafitte: Philippe Trousselard

Élodie Bouchez: Laurence Trousselard

Laure Calamy: Nadine Azizi

Ramzy Bedia: Tony Azizi

Sami Outalbali: Mehdi El Glaoui

Noée Abita: Garance Trousselard

Mahia Zrouki: Marylou Azizi

 

TRAMA: La vacanza del venticinquenne Mehdi si trasforma in caos quando scoppia un conflitto tra la ricca famiglia della sua ragazza e i custodi della loro villa.

 

VOTO 6

 

 

Quando la lotta di classe pare “dormiente” vuol dire che è in pausa, non che sia finita o che non interessa più a chi subisce il predominio della società borghese agiata. Cova solo sotto la brace e un incendio mai totalmente domato, si sa, può sempre riattizzarsi scatenando l’imprevedibile. Un’altra caratteristica è che può risvegliarsi localmente, magari solo in una zona ristretta, oppure riaccendersi in campo addirittura nazionale, o più ancora. Dalle e dalle, se scasse pure 'o metalle, diceva Arbore alla radio: dagli e dagli, l’individuo sottoposto alle angherie un giorno può pure arrabbiarsi e reagire. È precisamente quello che accade nella magnifica villa di vacanza dell’avvocato Philippe Trousselard (Laurent Lafitte) di Parigi che sta trascorrendo un periodo estivo di riposo nella verdeggiante e calda campagna dell’Occitania in compagnia della moglie (attrice in declino) Laurence (Élodie Bouchez) e la figlia Garance (aspirante attrice che non sa fingere di piangere), interpretata da Noée Abita, a sua volta seguita dal fidanzato Mehdi (Sami Outalbali), aspirante avvocato in cerca di uno stage prestigioso (come appunto quello del padrone di casa).

 

 

La situazione? Basta la primissima sequenza per capire l’aria che tira: è solo l’antipasto di tutto ciò che esploderà dopo. Il nostro avvocato d’affari, appassionato di cucina, scopre e non sopporta il lavandino intasato e così, senza il minimo imbarazzo, piomba in casa dei custodi della sua scintillante villa e che stiano festeggiando il compleanno della figlia poco importa: il problema va risolto subito. La famiglia Azizi, formata da Tony (Ramzy Bedia), dalla moglie Nadine (Laure Calamy) e dalla figlia Marylou (Mahia Zrouki), è a tavola per l’occasione da celebrare ma il signore è sempre molto esigente (li paga per questo) e l’uomo deve per forza darsi da fare. Quando finalmente i condotti vengono sistemati, il povero custode si ritrova letteralmente ricoperto dagli escrementi dei suoi datori di lavoro perché nel frattempo, nonostante le raccomandazioni, la fanatica Laurence ha fatto scorrere l’acqua ed il povero Tony è stato inondato dalla melma marrone. Un caso classico di menefreghismo verso il sottoposto che però qui diventa una metafora talmente chiara che il regista Antony Cordier (Amore facciamo scambio? alias Happy Few alias Ama chi vuoi) potrebbe anche non aggiungere altro: il tono della sua commedia sulle dinamiche di classe è servito.

 

 

Il tema gli è familiare – il suo primo film era un documentario sulla sua famiglia operaia – e con questo lavoro di finzione ci torna sopra in versione farsa. La trama procede per accumulo, un’escalation continua: le tensioni seminate all’inizio raggiungono il punto di rottura quando il custode spazientito, dopo qualche bicchiere di troppo, decide di presentarsi a casa dei padroni per sputare fuori tutto quello che pensa di loro. Apriti cielo! Essere disturbati, per giunta da un dipendente alticcio, per una protesta verso di loro? Si scopre così che l’avvocato paga la famiglia di custodia in nero, li fa lavorare tutto l’anno e non è neanche molto generoso in fatto di salario. Ora, spazientiti da tanta tracotanza, gli Azizi vogliono licenziarsi e pretendono una congrua cifra di liquidazione che rappresenti anche i danni causati dalle continue angherie subite negli anni.

 

 

Dove sono finiti i bei rapporti, sicuramente ipocriti, finora tenuti tra i due nuclei familiari? Tutti sorrisi falsi? Cortesie solo di circostanza? Sarebbe guerra totale da subito, ma per fortuna c’è sul luogo, diciamo per coincidenza, una settima persona: Mehdi, il fidanzato della ragazza, il quale rivela un talento evidente per la sua futura carriera di avvocato. È un giovanotto a modo ed educato, che istintivamente è dalla parte dei padroni di casa per via del legame con la giovane Garance, ma è anche molto onesto ed obiettivo, per cui, spinto dalla mentalità e dalla correttezza professionale, cerca subito di mediare tra le due barricate, trovandosi a fare il pendolo tra le due barricate, causando la reazione negativa della fidanzata. Vi è mai capitato di leggere che il paciere spesso le busca più delle parti in battaglia? Be’, capita spesso. Qui peggio ancora.

 

 

Anzi, qui il finale è giusto la ciliegina sulla torta confezionata su una ricetta fatta di grottesco e farsesco, su una commedia che parrebbe all’inizio divertente e insopportabile assieme, a causa del fanatismo dei padroni di casa, esigenti sul cibo solo di pregio, vini in bottiglie da migliaia di euro, puzza sotto il naso… C’è di ogni, in poche parole. A loro si contrappone una famiglia di individui che non ci stanno a subire senza reagire. Uno dei punti deboli della sceneggiatura ad otto mani è però proprio la mancanza delle ragioni per cui gli Azizi sono già così predisposti a reagire nonostante lavorino lì da anni: perché solo adesso si ribellano? Era così importante la bella camicia che indossava Tony quando è stato coperto dagli escrementi fuoriusciti dai tubi che riparava? Oppure covavano da tempo il rancore da servitù che ora non sopportano più? Fatto sta che ora è battaglia. Di classe e di carattere. E di soldi. Perché con un’intesa monetaria adeguata tutto potrebbe andare in cavalleria, anche con il compromesso di restare se ben retribuiti e con una somma che parifichi il passato.

 

 

Potrebbe essere a portata di mano l’accordo, anche e soprattutto per merito del giovane Mehdi, intromessosi per sminare il territorio e per dare una dimostrazione del suo valore di futuro avvocato proprio per lo stage che sta chiedendo all’ipotetico futuro suocero. Ma questa non è una favoletta con l’happy end: questa è una storia che non può finire bene e non perché non ci sarà accordo, anzi: l’accordo tacito è all’orizzonte ma il costo è altissimo e non turba neanche più di tanto i cinici attori. C’è il ricco ed il modesto, ma il rispetto reciproco è saltato (e forse non è mai esistito) e la lotta al massacro spinge l’uno versus l’altro perfino armati: inevitabile che qualcuno resti a terra. Ovviamente il meno cattivo. È logico ed imprescindibile nella farsa! Che farsa è, perché si ride, a volte per la forza da commedia che si sviluppa, a volte amaramente, altre nervosamente, ma ci si diverte il giusto, anche per la bravura degli attori. Peccato solo che alla migliore di tutte nel campo brillante, Laure Calamy, sia concesso non molto spazio e, di contrappasso, le vengano chiesti movimenti e azioni troppo eccitati e qualche sviluppo della trama è tirato per i capelli, ma si trascorre un’ora e mezza piacevole e senza grandi pretese. Un inciampo qui e là ma il messaggio della crudeltà narrata con la forma della commedia funziona, perché se alla fine quasi tutti i personaggi sono risultati antipatici e che i buoni sono solo un’invenzione per i bimbi, vuol dire che il film ha funzionato e ha centrato l’obiettivo.

 

 

Anche se non eccelso, il film dimostra che la cinematografia francese sforna sempre commedie di un livello come minimo accettabile, fenomeno che in Italia, ahimè, non succede. Antony Cordier, per esempio, firma un film che è, in fondo, un elaborato sul potere e su come questo plasmi, e spesso deformi, le persone e mostra con lucidità come la corsa al denaro e il bisogno di sentirsi qualcuno possano trasformare anche i più insospettabili in piccole creature mostruose. Un esempio orientale è stato l’enorme successo di Parasite, per esempio. Il duello tra capitale economico e capitale culturale si fa feroce, quasi animalesco, così come il divario tra chi può permettersi di mentire senza pagare pegno e chi, invece, vive con il timore costante dell’autorità. Compito dell’Arte (come in questo caso) è assumersi un compito tanto crudele quanto liberatorio: smascherare le ipocrisie, prendere in giro i privilegi e costringerci a guardare in faccia le nostre piccole complicità. L’ironia non è mai un semplice gioco, ma uno specchio che non perdona. E quando il grottesco affiora, lo fa per rendere ancora più nitida la verità dei rapporti di classe. Ci sono casi in cui questo riesce meglio, qui ci si può accontentare. L’unico errore vero è stato commesso dalla distribuzione italiana che ha scelto un titolo che non rende l’idea del film: da Ceto Medio a La festa è finita ce ne passa. Al massimo lo concedo perché, alla fine, le illusioni sono terminate e le maschere cadono. Ma resta un titolo sbagliato.

 


 
 
 

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