La gita scolastica (2023)
- michemar

- 1 giorno fa
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La gita scolastica
Ekskurzija
Bosnia-Erzegovina Croazia Serbia Francia Norvegia 2023 dramma 1h33’
Regia: Una Gunjak
Sceneggiatura: Una Gunjak
Fotografia: Matthias Pilz
Montaggio: Clémence Diard
Musiche: Draško Adžić
Scenografia: Emina Kujundzic
Costumi: Katarina Pilic
Asja Zara Lagumdžija: Iman
Nađa Spaho: Hana
Maja Izetbegović: Mediha
Mediha Musliović: Razrednica
Izudin Bajrović: Dedo
Viktor Gataric: Damir
Izudin Bajrovic: nonno
TRAMA: Una bugia può costarti tutto. La giovane Iman scopre quanto può costare una bugia che le sembrava innocente, quando, durante un gioco, inventa di aver avuto una relazione con un ragazzo più grande. Ma quella frase, nata per attirare attenzione, si diffonde in un attimo sui social. Incapace di fermarsi, alimenta la menzogna fino a trasformarla in uno scandalo che travolge la scuola intera. In un mondo dove tutto corre veloce e nulla si dimentica, Iman dovrà affrontare le conseguenze delle sue scelte.
VOTO 6,5

È il primo lungometraggio della regista bosniaca Una Gunjak, presentato in concorso a Locarno 76 dove ha ottenuto una menzione speciale. Rientra a pieno titolo nel sottogenere coming-of-age di stampo prettamente europeo, unendo realismo sociale, osservazione antropologica e un’attenzione quasi documentaria ai comportamenti degli adolescenti.

Il film segue Iman (Asja Zara Lagumdžija), una ragazza di terza media che, per sentendosi trascurata, racconta una bugia destinata a sfuggirle di mano, trasformandosi in un caso sociale che travolge scuola, famiglia e comunità. La regista adotta uno stile molto simile al cinema che abbiamo ammirato in Abdellatif Kechiche e al realismo balcanico: camera a mano, recitazione naturalistica, ambienti quotidiani, dialoghi spontanei, e un’attenzione chirurgica alle dinamiche di gruppo. È un film che parla di identità, pressione sociale, religione, corpo femminile e potere delle parole.

Lei, Iman, è una tredicenne timida, inquieta, che vive in un quartiere popolare di Sarajevo. La sua classe sta preparando una gita scolastica molto attesa, forse in Italia, ma non tutti possono permettersela economicamente, e questo crea già tensioni sotterranee. Durante un gioco con le compagne di “obbligo o verità”, così tanto diffuso tra gli adolescenti di sempre, lei – desiderosa di sentirsi interessante, adulta, desiderata – racconta di aver avuto un rapporto con un ragazzo più grande, Damir.

La frase nasce come un gesto impulsivo, quasi infantile, ma nel microcosmo della scuola diventa subito materia di gossip, rimbalza sui social, si deforma, si amplifica. Nel tentativo di mantenere il controllo sulla narrazione, Iman aggiunge un altro dettaglio: potrebbe essere incinta. Da quel momento, la voce si trasforma in un “fatto” agli occhi degli altri. Le compagne reagiscono con curiosità morbosa, giudizio, pietà o malizia; gli adulti – genitori, insegnanti, presidi – intervengono con un misto di paternalismo, panico morale e rigidità. La vita di Iman si restringe: ogni gesto viene osservato, interpretato, discusso. La gita stessa rischia di saltare, e la ragazza si ritrova intrappolata in una spirale di aspettative, pressioni e malintesi che non riesce più a controllare.

Il film la segue nei tre spazi chiave della sua vita: la casa, con un nonno silenzioso e una madre che non sa come parlarle; la scuola, dove i corridoi e i bagni diventano arene sociali; la strada, tra campetti da basket e piazzette, dove cerca invano di incontrare Damir. La regista non costruisce un thriller, ma un vibrante ritratto emotivo in quanto il vero conflitto è interno, fatto di vergogna, desiderio di essere vista, paura di crescere e bisogno di appartenenza.

La bugia di Iman è piccola, quasi innocente e lei, inconsciamente e per inesperienza adolescenziale, non pensava che avrebbe causato tutto quello che invece ne è scaturito, spaventandosi quando si accorge che nel contesto iperconnesso della scuola diventa un incendio. Osserva, silenziosa come sempre, l’evolversi senza capire fin dove si può spingere, attraversando momenti anche di un leggero appagamento, notando quanto ora, finalmente, il mondo si è accorta di lei. Ma non si rende conto di quanto sia forte e distruttivo il potere delle parole incontrollate e dei maledetti social che ci infestano.

Il film (di)mostra come una voce possa diventare “verità” in poche ore, come i social amplifichino la notizia (vera o falsa non importa più, oggi in quel luogo virtuale) e soprattutto il giudizio che si sparge a macchia d’olio, e di come gli adolescenti vivano in un sistema dove l’immagine conta più dei fatti. Poi non va trascurato il tema del corpo femminile che diventa terreno di controllo sociale. Difatti, il solo sospetto di una gravidanza trasforma Iman in un caso morale e di conseguenza entrano in ballo il giudizio delle compagne, la pressione religiosa e culturale, l’ossessione degli adulti per la sessualità delle ragazze, ma anche la totale assenza dei ragazzi, muti e impenetrabili. Questi ultimi sono gli spettatori più silenziosi e immobili, testimoni-sfinge. Anche perché, come ben sappiamo, sono quelli che crescono e maturano più lentamente rispetto alle femmine.

La scuola è rappresentata come microcosmo politico e come nel cinema di Mungiu, è anche metafora del Paese, con gerarchie rigide, moralismi, dove aleggia la paura dello scandalo, piena di insegnanti e genitori, insomma di adulti, incapaci di ascoltare, di capire i giovani. Di conseguenza, Iman è circondata da persone, ma nessuno la vede davvero, o perlomeno è così che lei si sente. Una Gunjak – nessuno se non una donna può narrarla meglio - la filma spesso di spalle, o in mezzo alla folla, come se fosse già un fantasma della propria storia, taciturna, in difficoltà a trovare un linguaggio adatto per esprimersi, a capire cosa la affligge, cosa desideri: è la fotografia della solitudine dell’adolescenza. Per giunta, quella gita scolastica, che rappresenta un rito di passaggio che rischia di essere negato (anche per problemi finanziari della famiglia) viene messa in discussione proprio quando lei ne avrebbe più bisogno.

È, in buona sostanza, un racconto sul modo in cui la società sorveglia, disciplina e interpreta il corpo delle adolescenti, girato con realismo e spontaneità, recitazione naturalistica e dialoghi che paiono spontanei. È sì un film semplice, ma anche potente nella sua semplicità: un ritratto autentico dell’adolescenza contemporanea, dove una bugia diventa il detonatore di un’intera struttura sociale. La Gunjak filma con empatia e precisione, costruendo un’opera che parla di identità, vergogna, desiderio e controllo e che restituisce con lucidità la fragilità di un’età in cui tutto è definitivo e tutto è reversibile. Che indica ancora una volta l’attenzione e la comprensione che necessitano i giovani di ogni parte del mondo.
Raccogliendo 11 trofei e 12 candidature, primeggiano i premi a Una Gunjak come regista emergente al Festival di Locarno 2024. L’opera prende ispirazione da un fatto realmente accaduto: nel 2014, sette ragazze tra i 13 e i 15 anni di Banja Luka, in Bosnia, rimasero incinte dopo una gita scolastica a Sarajevo. La vicenda ebbe un forte eco anche sulla stampa internazionale, portando alla luce le contraddizioni di una società moralista e patriarcale, segnata da pregiudizi radicati.









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