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La misura del dubbio (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 11 mar
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 12 mar

La misura del dubbio

Le fil

Francia 2024 dramma 1h55’

 

Regia: Daniel Auteuil

Soggetto: Jean-Yves Moyart (Le Livre de maître Mô)

Sceneggiatura: Daniel Auteuil, Steven Mitz

Fotografia: Jean-François Hensgens

Montaggio: Valérie Deseine

Musiche: Gaspar Claus

Scenografia: Christian Marti

Costumi: Charlotte Betaillole

 

Daniel Auteuil: Jean Monier

Grégory Gadebois: Nicolas Milik

Sidse Babett Knudsen: Annie Debret

Alice Belaïdi: pubblico ministero Adèle Houri

Gaëtan Roussel: Roger Marton

Isabelle Candelier: Violette Mangin, il presidente

Suliane Brahim: Judith Goma

Aurore Auteuil: Audrey Girard

Jean-Noël Brouté: esperto

Charlie Nelson: antiquario

Anna Mihalcea: giurata

 

TRAMA: Nicolas Milik, padre di famiglia, è accusato dell'omicidio della moglie. Toccato dalla storia dell'uomo, l'avvocato Jean Monier decide di tornare a praticare il diritto penale - dal quale si era ritirato dopo aver fatto assolvere un assassino che si sarebbe rivelato recidivo - e di difenderlo in tribunale perché dichiaratosi del tutto innocente. Monier si scopre pronto a tutto pur di far vincere al cliente il processo in corte d’assise e strada facendo ritrova il senso della propria vocazione.

 

VOTO 6,5



Il filo, dice il titolo originale, tutto è nel filo blu della giacca dell’accusato di uxoricidio rimasto incagliato nell’anello della vittima, la moglie, la donna che – come si scoprirà solo alla fine – si era data all’alcol per affogare la scomodità di una situazione familiare incancrenita. Senza quel filo sarebbe stato assolto l’imputato? Erano sufficienti le altre prove portate dall’accusa a suo carico? Chissà. Forse no, se non fosse stata per quella convinzione della giudice che, intervenendo, ha influenzato fortemente la decisione della giuria popolare ancora indecisa e certamente non compatta nel verdetto finale. Andiamo a guardare dentro al caso.



Di cosa narra il film di Daniel Auteuil, qui alla sua quinta regia ma anche coprotagonista (ma anche produttore e cosceneggiatore) assieme all’uomo sul banco degli accusati del tribunale? In Provenza, Nicolas Milik (il sempre ottimo Grégory Gadebois), padre di cinque figli, viene arrestato con l’accusa di aver ucciso la moglie, una donna fragile, incline all’alcol e spesso trascurata nella cura dei bambini. A difenderlo è l’avvocato Jean Monier, che da anni evita i processi dopo aver ottenuto l’assoluzione di un assassino recidivo. Conoscendo da vicino Nicolas, Monier si convince della sua innocenza: l’uomo non avrebbe avuto alcun vantaggio dall’omicidio, poiché un divorzio, che aveva chiesto ma poi abortito, gli avrebbe garantito comunque l’affidamento dei figli. L’accusa sostiene invece che Nicolas abbia agito insieme all’amico Roger Marton (Gaëtan Roussel), anch’egli fermato, per liberarsi di una moglie alcolizzata ingestibile. Ma la morte di Roger in carcere e alcune testimonianze contraddittorie complicano il quadro, incrinando le certezze dell’avvocato. Nonostante gli sforzi della difesa, Nicolas viene condannato. E non è spoiler, o perlomeno non determinante, perché l’ultimo colloquio tra avvocato e assistito diventa la vera svolta agghiacciante.



Tre anni dopo, infatti, Nicolas chiede di rivedere Monier per raccontargli finalmente la verità. Le rivelazioni costringono l’avvocato a fare i conti con il peso morale delle proprie scelte. Il caso diventa così un percorso interiore sul limite tra verità e percezione, tra fiducia e inganno, tra il dovere dell’avvocato e la fragilità dell’essere umano.



Monier, sposato con Annie (Sidse Babett Knudsen) ma vivono in case separate, anch’ella avvocato, si trova per caso a difendere d’ufficio l’accusato in quanto è proprio la moglie, che ha altri impegni, a pregarlo di andare in carcere per parlare con il sospettato e magari occuparsene. La vicenda che lo aveva allontanato da anni dai tribunali era stata scioccante per lui: era riuscito a far assolvere dall’accusa di omicidio un uomo che poi aveva ucciso ancora e questo lo aveva completamente sfiduciato nelle proprie convinzioni ed ora si era praticamente ritirato dall’attività. Ora è rimasto incagliato da Nicolas, sembratogli un brav’uomo impantanato da un’accusa da cui non riusciva a cavarsela indenne. Ha ancora paura di sbagliare nell’esprimere giudizi umani su uno sconosciuto diventato cliente, ma si appassiona al caso, anche fin troppo, rimanendone vittima mentale. Sente il dovere morale di salvarlo dalla condanna e va anche oltre il giudizio professionale: riuscendovi, riuscirebbe a cancellare il peso del successo inclemente che lo aveva sconfitto nell’intimo. E se si sbagliasse ancora, ma all’incontrario? Ma si sa: il compito di un avvocato difensore è sempre quello di salvare il cliente, giusto o sbagliato che sia. È il principio basilare del giusto processo.



Il film ha due chiari risvolti. Uno giudiziario, quindi un vero courtroom drama; l’altro è anche doppio: sociale perché è un dramma familiare; personale perché basato su convinzioni umane e professionali. Il primo riguarda la vita dell’imputato Nicolas, un omone che pare ami molto i suoi cinque figli (pure troppo) e che soffre per la moglie che ha rinunciato a vivere decentemente e che si rifugia nella dipendenza etilica. Ma quando questa viene trovata sgozzata nella campagna, dopo che lui, la stessa sera, era andato a sfogarsi nel bar dell’amico Roger a proposito del comportamento biasimevole della consorte, la polizia era andato a prelevarlo a casa, lasciando i figli sconcertati. Anche noi spettatori, assistendo ai colloqui dell’imputato con il difensore, crediamo facilmente alla sua innocenza, tale è lo sconforto che mostra e la preoccupazione dei figli rimasti soli.

 

 

L’altro dramma riguarda, come detto, l’avvocato Jean, a volte titubante, altre intestardito nel voler difendere e salvare quello che sembra una seconda vittima del caso violento. Vediamo spesso Daniel Auteuil riflettere non solo sul da farsi nella battaglia in aula, ma per guardarsi dentro e capire se sta andando nella direzione giusta anche nella vita e nella fiducia che sta riponendo su quell’uomo che pare sia sincero. Le perplessità si riflettono sul suo modo di condurre il dibattito e non dà l’impressione di essere un avvocato di grido, non è la figura che si vede nel film americani dove il legale tira sempre fuori dal cilindro la prova per salvare il cliente. Tutt’altro. E ciò dimostra quanto si senta anche a disagio. Le prova tutte ma mai in maniera convincente. Verrà sconfitto (ripeto, non è il vero spoiler del film) ma quando pare rassegnato, avendo messo mentalmente da parte il caso, viene ricontattato dal carcere dove il condannato sta scontando la lunga pena perché Nicolas vuole parlargli. La vera sconfitta arriva ora.

 

 

La motivazione alla base del film nasce per raccontare il punto in cui la giustizia smette di essere un dispositivo astratto e torna a essere una faccenda umana, fatta di voci, esitazioni, vuoti. Daniel Auteuil torna dietro la macchina da presa a distanza di anni dopo essere stato attratto dal blog di un avvocato penalista, Jean-Yves Moyart (Maître Mô), l’autore del soggetto, e da questa storia particolare che contiene la contraddizione di quei processi che dovrebbero produrre chiarezza e che invece spesso fanno emergere l’opposto. Non una verità unica, compatta, ma una somma di verità parziali e contraddittorie.

 

 

Il filo, il filo blu diventa in italiano “la misurazione del dubbio”, che può avere una doppia attribuzione. Da una parte è il dibattito intimo di un avvocato che mostra sicurezza ma è roso dal dubbio, anche e soprattutto per il suo clamoroso caso precedente, che, tra l’altro, gli viene rinfacciato con rabbia dalla sorella della vittima, in tribunale, davanti a tutti; dall’altra accompagna continuamente la mente dell’imputato che – lo capiamo un po’ durante lo sviluppo della trama, un po’ nei minuti finali – prima offre l’impressione di dire tutta la semplice verità che lo riguarda (e l’avvocato non sa mai se credergli del tutto, tanto da insistere per avere una versione definitiva) e poi svela particolari orribili. Perché Nicolas non aveva parlato chiaramente sin dal primo momento? La misura del dubbio pare più che mai variabile, quanto proprio sia il dubbio. Nulla è certo, né all’inizio né durante. Al termine la nebbia si alza ed il panorama è orrendo. Che la giustizia sia stata fatta giusta per caso?

 

 

Viste le premesse mi ero atteso di più, pur tenendo presente che Daniel Auteuil non ha mai avuto grande fortuna come regista (almeno in Italia) firmando opere sufficienti ma non eccezionali (l’ultima è una commedia inguardabile) e questa era una bella occasione. È un buon film ma poteva ottenere di più perché la recitazione è ottima (lui e Sidse Babett Knudsen sono indiscutibili) e Grégory Gadebois è sempre affidabile, non sbaglia un colpo. Qui riesce addirittura ad essere un papà malinconicamente infantile, persino quando confessa l’inconfessabile, con un mezzo sorriso. E non era facile. Nel complesso il film funziona ma manca il grado di tensione necessario per fare il salto di qualità. Pure l’autore stesso pare trattenuto nella recitazione e l’antagonista lo supera ampiamente. Il film sceglie di partire in quarta e andare subito al nocciolo della trama, approfondisce bene i personaggi principali, ma non si guarda intorno, nell’ambiente, è un film al chiuso, tra aula, casa della coppia di avvocati e prigione. Film rispettabile ma non clamoroso, ma sicuramente – e finalmente – il migliore firmato Daniel Auteuil.

 

 

Sembrava un caso semplice, è il claim del poster, ed in effetti pareva. Ma non lo è stato affatto. È però, senz’altro, un omaggio alla difficile vocazione di avvocato.

 


 
 
 

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