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Léon (1994)

Immagine del redattore: michemar
michemar
9 lug
Tempo di lettura: 5 min

Léon

Francia USA 1994 thriller 1h50’/2h7’/2h16’ (a seconda della versione)

 

Regia: Luc Besson

Sceneggiatura: Luc Besson

Fotografia: Thierry Arbogast

Montaggio: Sylvie Landra

Musiche: Éric Serra

Scenografia: Dan Weil

Costumi: Magali Guidasci

 

Jean Reno: Léon

Natalie Portman: Mathilda

Gary Oldman: Norman Stansfield

Danny Aiello: Tony

Peter Appel: Malky

Michael Badalucco: padre di Mathilda

Ellen Greene: matrigna di Mathilda

Elizabeth Regen: sorellastra di Mathilda

Maïwenn: prostituta

Adam Busch: Manolo

 

TRAMA: Léon è un killer che vive solo, avendo unicamente una pianta da vaso come compagnia. Mathilda è una adolescente che abita nell’appartamento a fianco. Quando la famiglia della ragazzina viene sterminata per una storia di droga, lei gli chiede aiuto. Tra i due nasce una tenera amicizia, fra scambi di lezioni sull’uso delle armi da una parte e di lettura dall’altra.

 

VOTO 8,5

 

 

Luc Besson aveva qualche film alle spalle e si era fatto conoscere prima con Subway e poi esploso a livello internazionale con uno dei suoi più tipici lavori, perfetta espressione del suo cinema, il bellissimo Nikita. La conferma arriva davvero ora, con questo film che tra l’altro è anche l’attestazione globale per Jean Reno ma specialmente per una ragazzina debuttante che lascia un segno definitivo per una carriera molto importante: Natalie Portman. Difficile scegliere tra i due chi lascia l’impronta più importante, andrebbero messi entrambi sullo stesso piano, prima perché i due personaggi sono unici nel panorama cinematografico, poi perché ognuno ha le carte giuste per emergere nella trama. La dimostrazione arriva anche dal fatto che l’uno aiuta l’altra e viceversa, in più modi. Diventano, malgrado lui, un connubio di azione e di sentimenti sinceri che all’inizio pareva impossibile, provenienti da zone diverse della vita, ma confluenti in una situazione limite, assurda, drammatica.

 

 

Léon (Jean Reno) è un sicario italoamericano che vive da solo a Little Italy. La sua esistenza, quasi maniacale, è interamente dedicata al mestiere di killer e sembra priva di qualsiasi emozione. Fanno eccezione due aspetti: le cure amorevoli che riserva a una pianta in vaso, che considera simile a sé perché anch’essa priva di radici, e la sua regola fondamentale: non uccidere donne e bambini. I suoi vicini di casa sono i membri della problematica famiglia allargata di Mathilda (Natalie Portman), una ragazzina che vive con il padre, coinvolto in traffici di droga, la matrigna, la sorellastra e il fratellino di quattro anni, l’unica persona a cui Mathilda sia davvero affezionata. Che tipo è lei? È sufficiente assistere ad una scena nella sua classe in cui la preside le chiede: “Devi smetterla di raccontarmi bugie, Mathilda. Voglio che tu provi ad avere fiducia in me. Ora, dimmi che cosa ti è successo.” E lei: “Ok. La mia famiglia è stata sterminata dagli agenti dell'antidroga a causa di un problema di roba. Io sono venuta via con l'uomo più strepitoso che esista sulla terra. Era un sicario ma è morto stamattina e, se lei non mi aiuta, io sarò morta entro stasera.” Immaginate la reazione della donna. Ecco questi sono i due protagonisti, mentre la contrapposizione arriva da un personaggio duplice: poliziotto e villain, Norman Stansfield (Gary Oldman).

 

 

A New York vive Léon, un killer professionista solitario e metodico, che passa le giornate tra esercizi fisici, missioni su commissione e la cura maniacale della sua pianta, l’unico legame affettivo che possiede. Nel suo palazzo abita Mathilda, dodicenne intelligente e inquieta, trascurata da una famiglia disfunzionale e affezionata solo al fratellino minore. Quando un gruppo di agenti della DEA corrotti compie una brutale irruzione nell’appartamento della ragazza, Mathilda si ritrova improvvisamente sola e in pericolo. In un gesto disperato, bussa alla porta di Léon, che dopo un attimo di esitazione decide di offrirle rifugio. Tra i due nasce un rapporto inatteso: Mathilda vede in Léon una figura protettiva e gli chiede di insegnarle il suo “mestiere” per vendicare ciò che ha perso; Léon, inizialmente riluttante, accetta di prendersi cura di lei e di guidarla con un codice morale ferreo. 

 

 

La convivenza li porta a conoscersi davvero: Léon scopre una sensibilità che non credeva di avere, Mathilda trova finalmente qualcuno che la ascolta e la rispetta. Ma la minaccia degli agenti corrotti, guidati dall’instabile e violento Stansfield, incombe su entrambi, trascinandoli in una spirale di tensione crescente. Il film segue l’evoluzione di questo legame fragile e potentissimo, sospeso tra protezione, crescita e ricerca di una nuova identità, mentre il mondo esterno si fa sempre più pericoloso.

 

 

È uno di quei film che, a distanza di anni, continua a sorprendere per la sua capacità di fondere generi e sensibilità in un equilibrio quasi perfetto. Luc Besson costruisce un thriller che non vive solo di tensione e azione, ma di una cura formale ed emotiva rara: ogni inquadratura è pensata per raccontare la solitudine dei personaggi, ogni movimento di macchina aggiunge un dettaglio al loro mondo interiore. Jean Reno offre una delle sue interpretazioni più memorabili: un personaggio che potrebbe facilmente scivolare nella caricatura diventa invece un uomo complesso, vulnerabile, persino poetico: lavora di sottrazione, di silenzi, di gesti minimi che rivelano più di qualsiasi dialogo. Accanto a lui, Natalie Portman – come detto al suo debutto – è sorprendente. Non solo per la naturalezza, ma per la maturità con cui regge un ruolo difficilissimo, evitando ogni compiacimento. Pare un’attrice esperta, accidenti! La sua presenza dà al film una forza emotiva che trascende il genere: è il cuore pulsante della storia, la scintilla che trasforma un thriller in un racconto di formazione. Gary Oldman, con la sua interpretazione volutamente sopra le righe, aggiunge un’energia disturbante che amplifica la tensione e rende ogni scena imprevedibile, diventando anche per lui, il film, il vero trampolino di lancio per una carriera bellissima e piena di soddisfazioni.

 

 

La regia di Besson è “stilosa” senza essere gratuita: alterna momenti di pura adrenalina a passaggi intimi, quasi sospesi, creando un ritmo che non concede distrazioni. La fotografia di Thierry Arbogast scolpisce New York come un luogo insieme reale e fiabesco, mentre la colonna sonora di Éric Serra accompagna i personaggi con una malinconia che resta addosso. È un film che funziona su più livelli: come thriller, come racconto di solitudini che si incontrano, come ritratto di due anime ai margini che trovano un modo per salvarsi a vicenda. È un’opera che non teme l’ambiguità emotiva e che proprio per questo rimane impressa.

 

 

Impossibile, per un appassionato di cinema, dimenticare i due personaggi e le delicate e trattenute tenerezze che, nonostante tutto, si scambiano. Due personaggi, che non dovevano incontrarsi mai, che sono destinati a lasciarsi (perché mai dovrebbe andar bene e dove mai andrebbero?) grandi quanto il film. Che è grande perché funziona tutto anche a livello tecnico.

 

 

Riconoscimenti

César 1995

Candidatura al miglior film

Candidatura al miglior attore protagonista a Jean Reno

Candidatura al miglior regista

Candidatura alla migliore musica

Candidatura alla migliore fotografia

Candidatura al miglior montaggio

Candidatura al miglior sonoro

 


 
 
 

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