Miroirs No. 3 - Il mistero di Laura (2025)
- michemar

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 7 min

Miroirs No. 3 - Il mistero di Laura
Miroirs No. 3
Germania 2025 dramma 1h26’
Regia: Christian Petzold
Sceneggiatura: Christian Petzold
Fotografia: Hans Fromm
Montaggio: Bettina Böhler
Scenografia: Kade Gruber
Costumi: Katharina Ost
Paula Beer: Laura
Barbara Auer: Betty
Matthias Brandt: Richard
Enno Trebs: Max
Philip Froissant: Jakob
TRAMA: Laura è una giovane studentessa di pianoforte di Berlino che sopravvive miracolosamente a un grave incidente stradale. Illesa nel corpo ma scossa nell’anima, viene accolta da una donna del posto che ha assistito allo schianto e che, con una premura quasi materna, si prende cura di lei.
VOTO 7

Paula Beer sembra uscita dai tre film precedenti di Christian Petzold per continuare un discorso già iniziato e sembra la stessa donna che prolunga un percorso già tracciato ma che il suo personaggio ancora non conosce. Anzi, per essere più precisi, nella sua inestricabile espressività è il misterioso passato che sovrasta la narrazione e il titolo (allungato ed esplicativo in italiano) lo preannuncia: il mistero di Laura. Che poi, in realtà, non è l’unica che ha un mistero nel passato, ce l’hanno tutti, ad osservare quel minuto gruppo di personaggi che si muovono nella trama. Se Laura ha un trascorso che non conosciamo, lo stesso può dirsi della donna che la accoglie subito dopo il tragico incidente stradale che le fa incontrare: perché Betty è così triste e misteriosa? E con lei anche il marito Richard ed il loro figlio Max i quali, evidentemente proprio a causa di qualcosa successo nel passato, vivono separati da lei. Direi il mistero di Laura e di Betty, infatti. Questo arcano in comune unisce la giovane e la donna di mezza età, che trovano conforto e attrazione psicologica quasi istintivamente, ognuno per le proprie ragioni. Fortemente.

Laura (Paula Beer), giovane pianista dell’Università delle Arti di Berlino, parte per un weekend nella Uckermark con il suo compagno ed un’altra coppia. Lei, cupa e non comunicativa, si pente della partecipazione e decide di rinunciare. Durante il tragitto per essere accompagnata alla stazione, il suo ragazzo perde improvvisamente il controllo dell’auto: Laura sopravvive quasi illesa, mentre l’uomo muore sul colpo. Sconvolta e senza un luogo dove andare, viene soccorsa e accolta da Betty (Barbara Auer), una donna che ha assistito al cappottamento e vive in una casa isolata ai margini di un piccolo villaggio a pochi passi dal luogo dell’incidente. Nella quiete domestica, Laura trova un rifugio provvisorio e inizia ad aiutare nelle faccende, cercando di riabituarsi alla vita quotidiana. Betty invita il marito Richard (Matthias Brandt) e il figlio Max (Enno Trebs) a cena: i due, molto meravigliati dell’evento, arrivano controvoglia e rimproverano Betty per il suo comportamento impulsivo, finché Laura non appare a sorpresa servendo il pasto. Gli uomini, che gestiscono una piccola officina per automobili per operazioni illegali, si occupano delle necessarie riparazioni domestiche ed arriva anche un accordatore del piccolo pianoforte per permettere a Laura di tornare a suonare. Il fragile equilibrio si incrina quando Laura porta un dolce a Max in officina: il ragazzo tenta di confessarle qualcosa, poi la respinge bruscamente. Le urla rivelano la verità: la famiglia vedeva in Laura una sorta di sostituta della figlia Jelena, morta suicida. Ferita e turbata, Laura lascia la casa e si fa riprendere dal padre.

Tempo dopo, Betty scopre che Laura terrà un’esibizione pubblica all’università e convince la famiglia ad assistere. Laura la riconosce tra il pubblico ma continua a suonare con compostezza. Il film si chiude con la famiglia di Betty riunita sulla veranda, mentre Laura riprende la sua vita a Berlino, finalmente autonoma e libera dal ruolo che gli altri avevano proiettato su di lei.

Da grande autore del cinema contemporaneo qual è, Christian Petzold chiude una trilogia, definita da tutti “degli elementi”, iniziata con Undine: Un amore per sempre (2020) e continuata con Il cielo brucia (2023): l’acqua, il fuoco, ed ora l’aria. O il vento, che muove le foglie degli alberi in quella campagna tedesca dove si svolge la quasi totalità del film. Un’aria che suona melodie silenziose, che muove i capelli, che intima riflessioni personali. Che riporta alla mente ricordi che si vogliono accantonare, che parevano sepolti ma che vigilano pericolosamente. Laura sta cercando di lasciarsi alle spalle qualcosa che non conosciamo e la permanenza, prima forzata poi scelta, nella casa di Betty posta nella campagna, è una cura lenitiva per il corpo e la mente, mentre lei si accorge che Betty non solo l’ha accolta con affetto e generosità, ma ora la accudisce come una figlia, non potendo mai immaginare le motivazioni psicologiche di questo comportamento.

Tutto il contrario della contrarietà che invece provano il marito della signora, Richard, e di suo figlio Max, i quali, a qualche chilometro di distanza, hanno un’officina meccanica in cui manomettono, ben pagati, la centralina elettronica del GPS per auto evidentemente rubate. Essi non vedono di buon occhio l’accoglienza che la moglie e la mamma riserva a questa sconosciuta, temendo che lei possa soffrire maggiormente dopo – come si scoprirà – la perdita per suicidio della figlia e sorella. Si stabilisce comunque uno strano rapporto tra i quattro: prima diffidenza e poi confidenza ed una sorta di affettiva accoglienza, una migliore predisposizione a tenerla come una amica intima di famiglia. Fino a quando, però, succede ciò che era latente e che scatena la reazione da sempre temuta. Laura capisce che quello, anche se lo trovava ideale, non può essere per lei un luogo per sempre.

La straordinarietà di questo autore sta nel modo in cui costruisce il suo cinema sull’arte della sottrazione: pochi personaggi, pochi luoghi, pochissime parole. Questa essenzialità non è povertà, ma precisione. Le storie intime che ha sempre raccontato – ed il presente film lo conferma – nascono da gesti minimi, silenzi, sguardi che rivelano più dei dialoghi. La sua “poetica dei fantasmi”, ricorrente sin dai primi film, gli permette di lavorare su figure sospese, ferite, che cercano di tornare alla vita: un terreno narrativo che richiede vicinanza, attenzione millimetrica, un cinema che respira insieme ai personaggi. Proprio per questo mi ha anche colpito Jerichow (2008).

La forza del film sta anche nella direzione degli attori. Petzold sceglie interpreti che conosce profondamente e che sanno muoversi dentro il suo linguaggio fatto di sfumature. Con quattro soli attori costruisce un microcosmo emotivo completo: ognuno porta con sé una storia non detta, un dolore, un desiderio, e il regista li osserva come se fossero strumenti di una stessa partitura. La casa nella Uckermark diventa un organismo vivo, uno spazio che accoglie e respinge, che amplifica le tensioni e le riparazioni, trasformando l’intimità in drammaturgia.

Infine, egli lavora sulla materia stessa del quotidiano: oggetti da aggiustare, stanze attraversate, cambi di luce, musica che non commenta ma rivela. Tutto concorre a un racconto che procede per vibrazioni più che per eventi, dove la riparazione – dei legami, delle identità, dei corpi – è il vero motore narrativo. È per questo che quattro attori bastano: perché il suo cinema non ha bisogno di quantità, ma di precisione chirurgica nel cogliere ciò che accade tra le persone quando nessuno parla, quando tutto sembra immobile e invece sta cambiando. E con Paula Beer si compie la meraviglia, soprattutto perché si conoscono bene: l’attrice è già alla quarta collaborazione col regista e possiamo immaginare quanto entrambi sappiano ciò che vuole l’altro. A prescindere dal fatto che osservare sullo schermo la bellezza limpida ed espressiva, la profondità di sguardo, la recitazione misurata della Beer è essenza pura di cinema moderno e pienamente europeo.

Ma non si può fare a meno di elogiare anche la straordinaria interpretazione di Barbara Auer, che in Italia non sarà molto famosa ma che avevamo potuto ammirare almeno in La donna dello scrittore (sempre di Petzold) e in Storia di una ladra di libri (2013), troppo poco da noi per un’attrice di tale maturità e precisione. Qui è davvero commovente e brava. Anche il buon Matthias Brandt è uno dei soliti attori del regista, il che indica quanto questi ami appoggiarsi a interpreti fidati per andare sul sicuro e per sapere come guidarli. E i risultati si vedono chiaramente da come Petzold dirige un’opera tra il lirico e l’onirico, in un’atmosfera sospesa tra il mondo materiale e una dimensione metafisica, con passo lento ma sicuro, fino ad un finale che acquieta l’animo di tutti. Un film che lui stesso acconsente a definirlo “politico, perché tutti i personaggi cercano di riparare qualcosa, e per riparare le cose bisogna capirle. Questo nel nostro mondo capitalista non avviene più, si distrugge e si butta via, mentre il processo di riparazione, che nel film riguarda sia gli oggetti sia le anime e le famiglie, necessita di un ‘libretto di istruzioni’. Capendo come aggiustare le cose, allora forse sarà possibile contrastare il declino del mondo.”

Il titolo Miroirs No. 3 non allude soltanto al gioco dei riflessi e dei doppi, ma richiama direttamente il terzo movimento della suite per pianoforte Miroirs di Maurice Ravel, Une barque sur l’océan, che attraversa il film come un’onda emotiva costante. È una musica fatta di correnti, vortici, sospensioni: la stessa materia impalpabile che avvolge Laura, pianista sopravvissuta a un trauma che la lascia viva nel corpo ma alla deriva nello spirito. In questo senso, il “numero 3” non indica solo un capitolo della trilogia degli elementi di Petzold – dopo l’acqua e il fuoco, qui l’aria – ma suggerisce anche una composizione in tre movimenti interiori: smarrimento, accoglienza, rinascita. Gli specchi evocati dal titolo sono quelli in cui i personaggi si riflettono senza riconoscersi, proiettando sull’altro desideri, mancanze e fantasmi: Laura diventa il riflesso della figlia perduta, la famiglia che la accoglie diventa per lei un’immagine possibile – e impossibile – di casa. Così il film si muove come la barca di Ravel: sospeso, impressionista, fatto di correnti sottili più che di eventi. E in questo flusso, il riflesso diventa la chiave per comprendere come i personaggi – cadendo – riescano, per un attimo, a sostenersi a vicenda.






Commenti