Presence (2024)
- michemar

- 7 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min

Presence
USA 2024 thriller 1h24’
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Steven Soderbergh
Montaggio: Steven Soderbergh
Musiche: Zack Ryan
Scenografia: April Lasky
Costumi: Marci Rodgers
Lucy Liu: Rebekah
Chris Sullivan: Chris
Callina Liang: Chloe
West Mulholland: Ryan
Eddy Maday: Tyler
Natalie Woolams-Torres: Lisa
Julia Fox: Cece
TRAMA: In cerca di un nuovo inizio e per riprendersi da un’esperienza traumatica, Rebekah e Chris Payne si trasferiscono con i figli in una bella casa in un tranquillo sobborgo residenziale di periferia. L’abitazione sembra perfettamente normale, ma poco dopo il trasloco della famiglia cominciano ad accadere misteriosi e inquietanti eventi.
VOTO 7,5

Gli interessi di Steven Soderbergh sono talmente variegati che oltre ad essere prolifico (gira un film all’anno) si fa fatica a definirlo con un solo aggettivo: eclettico, versatile, poliedrico e via dicendo. E non basta, perché attraversando i vari generi - non ne tralascia uno, compreso quelli poco classificabili, quasi d’autore - ha la notevole dote di interpretare il cinema sempre in maniera originale. Questo film ne è un clamoroso esempio, essendo una ghost story raccontata esclusivamente attraverso lo sguardo della Presenza del titolo: lo spettatore non vede mai l’entità, ma diventa essa stessa, come un occhio invisibile che osserva come noi, senza mai intervenire se non in caso estremo. È un esperimento unico nel cinema horror contemporaneo e ciò fa diventare ancora più interessante questa sorta di esperimento.
Ci si rende conto solo dopo qualche secondo di visione: la “vista” spazia in una bella casa su due piani, vaga per i vani, scende le scale e osserva una donna, Cece (Julia Fox), l’agente immobiliare che è appena arrivata per accogliere la famiglia Payne che vuole visionarla per potersi trasferire lì. Eccoli che arrivano: sono quattro, il papà Chris (Chris Sullivan), la moglie Rebekah (Lucy Liu) e i figli Tyler (Eddy Maday) e Chloe (Callina Liang), la quale si mette subito ad esplorare le stanze, in particolare il piano superiore dove visita la sua futura cameretta. La Presenza la segue, come se sia la persona che le interessa di più. La ragazza ha recentemente perso l’amica del cuore, Nadia, morta, per quello che si sa, per overdose, evento che l’ha avvilita parecchio.
Una volta decisi, i Payne incaricano una ditta di imbianchini per preparare l’abitazione e l’occhio che guida la nostra visione ci mostra i lavori e salta direttamente a quando i quattro si sono sistemati. La Presenza continua a “narrarci” la loro vita domestica, il carattere dei personaggi, le difficoltà economiche che sta attraversando Chris e quindi la famiglia (motivi vagamente accennati che hanno l’anno spinta a trasferirsi), le attività della signora e quelle dei figli. I particolari che risaltano all’attenzione (bene inquadrata la situazione in varie sequenze, sempre come viste dall’essere che ci fa da guida) sono soprattutto il cattivo umore che si aggira per le vicende professionali del padre; il facile nervosismo della mamma; il carattere vanesio e arrogante di Tyler, giovanotto consapevole del suo talento di nuotatore amatoriale, che usa come scudo mostrando atteggiamenti di superiorità rispetto alla sorella e agli altri; il morale tutt’altro che alto di Chloe, giovane sensibile e vulnerabile, traumatizzata dalla morte dell’amica Nadia. Lui, che è il cocco della mamma che lo protegge e perdona sempre, anche nelle arroganze, è molto amico del compagno di bravate Ryan (West Mulholland), un falso bravo ragazzo che, come si scoprirà ben presto, causerà il fatto determinante. Lei invece è la prediletta di papà e come lui è incerta e insicura, succube della madre e del fratello gradasso, ed è, come l’uomo, emotiva ma, unica della famiglia, avverte qualcosa nelle stanze, è guardinga perché si sente osservata anche quando non c’è nessuno nella stanza.
Quando Chloe comincia a convincersi della Presenza di “qualcosa” non facilmente definibile, e di ciò si convince sempre più avendo scoperto libri spostati, si confida con Chris, il quale ovviamente reagisce scettico. Siamo quindi nel classico caso di chi avverte o vede o ha prove della vicinanza di una specie di fantasma ma non può dimostrarlo e non viene creduto. Quando poi il manipolatore e opportunista Ryan, ormai di casa soprattutto per approfittare della disponibilità della ragazza a concedersi a lui, compie azioni poco gradite allo spirito vagante, ecco che questi non resta passivo e, a rischio di far scoprire la sua presenza, da finestra dello schermo che guardiamo diventa autore e attore, nel senso che (re)agisce facendo cadere rumorosamente oggetti o ripiani. Ora è veramente arrabbiato, con l’evidente scopo di soccorrere Chloe in difficoltà. Ma è lo spirito di chi, se le sue intenzioni sono di protezione della giovane? Solo Nadia potrebbe avere le prerogative di aiutare l’amica: che sia davvero in quella casa per dare un chiaro messaggio a Chloe affinché non le succeda ciò che le sta accadendo, di cui nessuno è al corrente? E sopra ogni altra domanda: chi è davvero e quanto bisogna diffidare di Ryan?
Se inizialmente poteva dare l’idea di essere un film di leggero horror sovrannaturale riguardante una Presenza fantomatica come un film qualsiasi, a metà ci si rende conto di avere a che fare con un thriller vero e proprio, dove tutto può succedere. Torna presto l’accento sovrannaturale quando, spinti dalla paura e dalla certezza che la casa sia “abitata” dal altri, i Payne chiamano una chiaroveggente che ha il dono di avvertire con una certa sicurezza presenze estranee alla realtà, donna che in effetti ha una strana reazione, appena entrata in casa, anche attratta da un vecchio e prezioso specchio che era già in quella casa. Lisa (Natalie Woolams-Torres), quella donna, capisce la situazione e avverte Chris che deve stare attento ad una finestra: cosa voglia dire lo capiremo solo nel finale, come nei migliori thriller.

Soderbergh, per aumentare l’atmosfera da vero mistery, adotta due accorgimenti furbi e intelligenti. Il primo è l’utilizzo di una cinepresa dotata di grandangolo, scelta deliberata per accentuare la percezione spaziale della casa, amplificare la distorsione prospettica e rendere lo sguardo della Presenza più straniante. Scelta che si lega, come detto all’inizio, alla costante “soggettiva”: lo spettatore stesso diventa l’entità invisibile, osservando ambienti e personaggi con un senso di vicinanza inquietante. Però, da notare, senza le consuete inquadrature ravvicinate ai personaggi, men che meno i primi piani, dato che l’essere si aggira intorno ma non si accosta mai. Secondo accorgimento, altrettanto inquietante, è lo stacco deciso tra una sequenza e l’altra (ognuna delle quali è un vero e proprio piano sequenza della durata variabile a seconda della scena da girare): la transizione avviene di botto e con uno schermo totalmente nero per una durata che va sa 1 a 2 secondi, per quindi ricominciare con un’altra. Commento musicale minimale, fotografia dalla luce smorzata, personaggi che si muovono su tradizionali pavimenti lignei (come si usa in America) il cui rumore dei passi pare aumentare la tensione.

Gli effetti sullo spettatore sono intuibili ed efficaci, perché il sempre eccellente regista, operatore, montatore, ci procura, con questi espedienti, un’immersione totale: il grandangolo avvolge lo spazio, dando la sensazione di essere dentro la casa insieme ai personaggi; subiamo e partecipiamo ad un inquieto voyeurismo che non è il nostro ma di cui ci serviamo standoci dentro, con uno sguardo, diciamo, “altro”, non umano. Ed infine, come summa, ci si cala in un minimalismo claustrofobico dovuto anche alla scelta tecnica che rafforza un certo tono sperimentale del film, che è un esercizio di stile tra horror e dramma familiare. E con ancora un’osservazione. La differenza chiave con opere simili è che mentre i classici usano la soggettiva per aumentare la tensione, questo la trasforma in un vero e proprio dispositivo narrativo, rendendo lo spettatore parte integrante della “Presenza invisibile”. Mi piace precisare, però, che non trovo esatto – come in tanti hanno scritto – parlare di horror sovrannaturale per collocarlo in un filone riconoscibile, perché non rende giustizia alla sua natura. Anche perché, come si scopre, la Presenza è davvero protettiva, non agisce per far male come in tantissimi film. Anzi, non è da trascurare l’affetto e quindi l’amore che l’entità riversa verso non tanto la famiglia quanto alla giovane Chloe e in definitiva, vista la non facile situazione creata in famiglia dai problemi del padre, è senz’altro una storia drammatica. Quindi non è da ridurre ad una semplice definizione di genere.
In pratica, c’è un ribaltamento del genere, in cui la Presenza agisce come osservatore e protettore. Steven Soderbergh propone un approccio radicalmente nuovo rispetto al consueto tema della "casa infestata". Non si tratta infatti della solita dimora abitata da spiriti maligni determinati a terrorizzare o danneggiare i suoi inquilini. Al contrario, la Presenza che aleggia tra le mura della casa si rivela essere tutt’altro che malvagia: essa assume il ruolo di uno spettatore silenzioso e partecipe, osservando con attenzione le dinamiche familiari e, in alcuni momenti chiave, sembra persino intenzionata a prendersi cura dei componenti della famiglia.
A rendere ancor più originale la narrazione è la scelta di non far mai uscire i personaggi dalla casa: tutto si svolge in questo ambiente, dando vita a un autentico thriller domestico in cui la dimensione del mistero si intreccia intimamente con la quotidianità familiare. In particolare, la giovane Chloe non appare realmente spaventata dalla Presenza che si manifesta attraverso piccoli gesti – come lo spostamento dei libri o il nascondersi nell’armadio – ma piuttosto ne è attratta, percependo un legame che va oltre la paura e che la porta a convincersi che lo spirito sia qualcuno che conosce profondamente.
Questa inversione di prospettiva pone una domanda cruciale: dove si annida davvero il male che ci inquieta? È forse tra le mura di una casa infestata da spiriti oppure, più subdolamente, si cela tra i vivi, nelle tensioni e nei conflitti che attraversano le relazioni umane? Soderbergh sembra suggerire proprio questo, invitandoci a riflettere sull’origine della paura e sulla natura del pericolo. Così, aggiunge un ulteriore tassello alla sua già variegata filmografia, costruendo una storia horror che rifiuta i sentieri già battuti del genere e si distingue per la ricercatezza sia estetica sia narrativa, rivoluzionando le convenzioni e offrendo una visione nuova e originale. Parte del merito va anche allo sceneggiatore David Koepp (Carlito’s Way, Mission: Impossible, Jurassic Park – Il mondo perduto).
Gran film (presentato al Sundance 2024) da non perdere. Che bravo Soderbergh!
































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