5 centimetri al secondo (2025)
- michemar

- 6 giorni fa
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5 centimetri al secondo
Byosoku 5 senchimetoru
Giappone 2025 dramma romantico 2h3’
Regia: Yoshiyuki Okayama
Soggetto: Makoto Shinkai (anime)
Sceneggiatura: Fumiko Suzuki
Fotografia: Imamura Keisuke
Montaggio: Hirai Kenichi
Musiche: Ayatake Ezaki
Scenografia: Inoue Shinpei
Hokuto Matsumura: Takaki Tohno
Yuzu Aoki: Takaki giovane
Mitsuki Takahata: Akari Shinohara
Noa Shiroyama: Akari giovane
Hidetaka Yoshioka: Ryuichi Ogawa
Mai Kiryû: Risa Mizuno
Aoi Miyazaki: Midori Koshimizu
Nana Mori: Kanae Sumida
TRAMA: La storia del (quasi) amore fra Takaki e Akari si svolge in tre momenti della vita: infanzia, adolescenza e maturità. Comune alle tre storie/età, i cui piani temporali si intrecciano nella logica emotiva del racconto anime del maestro Shinkai, è il concetto di momento mancato, ora materialmente, ora spiritualmente.
VOTO 8

Quando nel 2007 Makoto Shinkai realizzò 5 centimetri al secondo, costruì un piccolo classico dell’animazione giapponese: un racconto in tre movimenti sul tempo che scorre, sulle distanze che si allargano e sulla fragilità dei primi amori. Il live‑action (così definibile perché riproduce una storia già esistente in forma animata con attori veri, ambienti fisici, riprese dal vero e luce naturale) del 2025 riprende quella struttura e la porta nel mondo reale, mantenendo intatto il nucleo emotivo dell’opera originale. Non è un semplice remake: è un adattamento che traduce in immagini fisiche – treni, cieli, città, isole, stagioni – ciò che nell’anime era sospeso tra memoria e sentimento. Il risultato è un film che dialoga apertamente con il suo predecessore, rispettandone la delicatezza e ampliandone lo sguardo.

Infanzia e primo distacco (1991–1994)
Takaki e Akari si conoscono alle elementari a Tokyo. Entrambi timidi, entrambi reduci da un trasferimento, trovano l’uno nell’altra un punto fermo: condividono libri, passioni, piccoli rituali quotidiani. Quando la famiglia di Akari si sposta nella prefettura di Tochigi, i due continuano a scriversi lettere, aggrappandosi a un legame che sembra più forte della distanza. Nel 1994, sapendo che presto anche lui dovrà trasferirsi molto più a sud, Takaki decide di incontrarla un’ultima volta. Il viaggio in treno, rallentato da una tempesta di neve, diventa una piccola odissea fisica ed emotiva. Si ritrovano, parlano poco, si capiscono molto. Si scambiano un unico bacio, e poi si separano di nuovo. È il momento che segnerà entrambi per tutta la vita.

Adolescenza a Tanegashima (fine anni ’90)
Il film live‑action amplia questa parte rispetto all’anime. Takaki trascorre l’ultimo anno di liceo sull’isola di Tanegashima, dove si trova il centro spaziale giapponese. Qui vive un’adolescenza sospesa: studia, osserva i lanci dei razzi, coltiva amicizie, ma resta prigioniero di un ricordo che non riesce a lasciar andare. La natura dell’isola – mare, vento, cieli immensi – diventa lo specchio del suo stato d’animo. È un periodo di crescita, ma anche di immobilità emotiva.

Età adulta a Tokyo (circa 2012–2025)
Da adulto Takaki lavora come programmatore a Tokyo. È competente, stimato, ma interiormente irrisolto. Continua a pensare ad Akari, che non ha più rivisto. Il film mostra la sua routine, le sue esitazioni, il suo modo di vivere “a metà”, come se una parte di sé fosse rimasta su quel binario innevato del 1994. Akari, nel frattempo, ha costruito una vita diversa: lavora in una libreria, ha trovato un equilibrio affettivo e professionale. Quando un incarico la porta a un planetario dove Takaki è ospite per una presentazione, il film suggerisce la possibilità di un incontro dopo diciotto anni. Ma ciò che accade è più sottile: entrambi comprendono che il tempo ha trasformato quel sentimento in un ricordo prezioso, non in una promessa da mantenere. È un finale malinconico, ma liberatorio.

La scelta di Yoshiyuki Okayama di seguire fedelmente l’originale ma di non imitarlo e quindi di farne un’opera che ne mantenga comunque lo spirito e l’atmosfera è indubbiamente da elogiare. In questo modo diventa un adattamento che rispetta il silenzio e la distanza dell’originale, senza replicarne lo stile ed amplia la parte adolescenziale con sensibilità fotografica. Il regista, provenendo dalla fotografia, costruisce un film fatto di luce, stagioni, dettagli naturali, tutti affascinanti ed è per ciò che la resa è pregevole anche nei contrasti tra spazi aperti e palazzoni della città, mentre nel cielo i due protagonisti ammirano estasiati il miracolo dell’universo notturno e l’uso dei lanci spaziali come metafora del desiderio di andare oltre.

Hokuto Matsumura e Mitsuki Takahata sono, nella loro incantevole interpretazione, contenuti, realistici, coerenti con il tono dell’opera: la loro recitazione non cerca il melodramma ma privilegia pause, esitazioni, sguardi. Aiutati da una delicatissima sceneggiatura e da una regia ispirata che li inquadra da vicino per cogliere le minime reazioni, perfettamente espresse, sanno mettere in evidenza i patemi che i Takaki e Akari vivono: la difficoltà di crescere, la distanza tra ciò che si desidera e ciò che si diventa, la necessità di accettare che alcuni amori restano purtroppo solo nella memoria. Capisco le critiche di chi non ha gradito il ritmo lento e una certa ripetitività emotiva, soprattutto nella parte adulta, ma ritengo che un’accelerazione avrebbe sicuramente rovinato il climax e non avrebbe dato tutto il tempo necessario per farci studiare i due bellissimi personaggi. Oltre al fatto che il film è coerente con il suo tema del tempo: che scorre a “cinque centimetri al secondo”, come i petali di ciliegio che cadono al suolo, come i fiocchi di neve che vengono giù dal cielo, quel cielo che i due ragazzini amano contemplare mentre Takaki parla della Luna e dei Voyager che non torneranno mai più.

La narrazione è più che mai un caso esemplare di narrazione ellittica. Perché la storia procede per salti, non per continuità, tra un segmento e l’altro passano anni, cambiano luoghi, cambiano i personaggi. E lo spettatore deve ricostruire ciò che è avvenuto fuori campo. Non solo. L’ellissi è funzionale al tema in quanto mostra come il tempo separi, come i ricordi si sedimentino, come la vita scorra anche quando non la guardiamo direttamente. È la forma narrativa perfetta per raccontare un amore che non si compie, ma che continua a vivere nella memoria.

In questo live‑action, come nell’anime di Shinkai, il tempo non è solo un contesto: è la vera forza che modella i personaggi. Il film mostra come il passare degli anni non sia un semplice avanzare cronologico, ma un processo che stratifica emozioni, desideri e rimpianti. La distanza – geografica, emotiva, esistenziale – diventa il motore della storia: separa Takaki e Akari, ma allo stesso tempo dà forma alla loro identità adulta. La memoria agisce come un territorio intermedio, un luogo dove ciò che è stato continua a vivere anche quando la realtà è cambiata. È una memoria che consola e ferisce, che trattiene e immobilizza. La crescita, infine, arriva quando i personaggi accettano che il ricordo non può sostituire la vita presente: è il momento in cui comprendono che l’amore dell’infanzia non è un destino, ma un frammento prezioso da portare con sé. Il film racconta proprio questo: la maturità come capacità di lasciar andare senza cancellare, di riconoscere che alcune persone restano importanti anche quando non camminano più accanto a noi. A ciò dà un enorme contributo la fotografia che (per rimanere nel campo del regista, fotografo affermato), con il suo splendido realismo visivo, fa muovere i personaggi in spazi reali che sembrano dipinti e fotografie artistiche, facendo aumentare l’intenso romanticismo adolescenziale: il paesaggio innevato, il delicato colore dei fiori di ciliegio, le inquadrature notturne.
Osservando il film, mi sono emozionato ricordando le suggestioni che mi aveva procurato un film come Past Lives (gli stessi sguardi complici, i medesimi silenzi carichi di significato, i saluti da ragazzini, i non detti lì per delicatezza, qui per trattenimento di lui), ma è anche una sorta di Serendipity capovolto, dove il destino qui non aiuta quando invece avrebbe potuto farli rincontrare. Un amore che nasce da bambini e cresce a distanza, tra lettere, traslochi e occasioni mancate. Si incontrano, si perdono e si ritrovano solo nei ricordi: un legame fragile come i petali di ciliegio che danno il titolo al film. È un racconto dolce e doloroso sulla distanza, sulle promesse dell’infanzia e su ciò che il tempo trasforma senza chiedere permesso. Un film che non parla solo di amore perduto, ma di tutti gli amori che restano sospesi nella memoria.

Se alla visione si rimane agganciati e sintonizzati, se ne resta rapiti come me. Che dolcezza, che poesia! E che bello il testo delle canzoni, soprattutto quella sui titoli di coda One More Time, One More Chance, che sembra una preghiera per la speranza romantica.
A proposito, il finale? Ognuno scelga il suo, ma è malinconico. Infinita nostalgia per una giovinezza ormai scolorita nel tempo, per un amore pieno di stelle e promesse infrante.
Riconoscimenti
Awards of the Japanese Academy 2026
Candidatura miglior attore Hokuto Matsumura
Candidatura miglior fotografia
Candidatura miglior luce
Candidatura miglior promessa dell’anno Noa Shiroyama














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