A Different Man (2024)


A Different Man
USA 2024 dramma 1h52’
Regia: Aaron Schimberg
Sceneggiatura: Aaron Schimberg
Fotografia: Wyatt Garfield
Montaggio: Taylor Levy
Musiche: Umberto Smerilli
Scenografia: Anna Kathleen
Costumi: Stacey Berman
Sebastian Stan: Edward / Guy
Renate Reinsve: Ingrid
Adam Pearson: Oswald
C. Mason Wells: Carl
Owen Kline: Nick
Charlie Korsmo: Ron Belcher
Patrick Wang: regista
Michael Shannon: se stesso
TRAMA: Dopo aver subito con successo un intervento di completa ricostruzione facciale, Edward rimane a poco a poco ossessionato da un attore che recita nella produzione teatrale basata sulla sua vita precedente.
VOTO 6,5

Non conoscendo Aaron Schimberg, scopro che è un regista che ha provato anche in precedenza a ragionare sulle difformità delle persone sia per l’aspetto esteriore, quindi l’immagine, sia per le conseguenze che queste causano nei comportamenti degli altri e perciò la sensibilità umana, ipocrisia compresa. Che è, prevedibile, la parte più interessante se si vuol raccontare la vita di un essere afflitto da gravi patologie. È giusto il caso del nostro protagonista, un aspirante attore solitario che, insoddisfatto del proprio aspetto (è affetto da neurofibromatosi di tipo 1, una malattia che provoca la crescita di tumori non cancerosi sul tessuto nervoso), si sottopone a un intervento medico sperimentale per cambiare radicalmente volto. Ci troviamo al cospetto di un’opera ambiziosa e provocatoria che esplora i confini dell’identità e dell’ossessione per l’immagine, raccontando una trama ai confini della logica, fino al punto che questo film è sì un dramma ma anche un thriller psicologico che rasenta la paranoia.

Edward (Sebastian Stan), giovane attore affetto da neurofibromatosi, vive isolato a causa delle deformità che la malattia gli provoca al volto. L’arrivo della drammaturga Ingrid (Renate Reinsve) nell’appartamento accanto apre uno spiraglio: tra i due nasce un’amicizia che gli restituisce un minimo di fiducia. Quando Edward si sottopone a una sperimentazione medica e guarisce, il suo aspetto cambia radicalmente, offrendogli una nuova possibilità di vita. Decide allora di cancellare il proprio passato, finge la morte e assume l’identità di Guy, un agente immobiliare. Ma la sua vecchia esistenza non scompare: scopre che Ingrid ha scritto una pièce sulla loro relazione e ne rimane ossessionato. Senza essere riconosciuto, si presenta all’audizione per interpretare proprio Edward, ottenendo la parte.

L’equilibrio si spezza con l’arrivo di Oswald (Adam Pearson), anche lui affetto da neurofibromatosi ma orgoglioso del proprio corpo e della propria identità. La sua presenza mette Edward di fronte a ciò che ha rinnegato, mentre la relazione con Ingrid si complica fino a diventare un nodo emotivo ingestibile. Oswald conquista spazio nella produzione teatrale e nella vita di Ingrid, che rimane incinta. Edward precipita in una spirale di frustrazione e violenza: aggredisce Oswald durante uno spettacolo, resta ferito dal crollo dell’impalcatura e, in seguito, uccide il proprio fisioterapista, finendo in carcere. Anni dopo, Ingrid e Oswald hanno già formato da tempo una famiglia, mentre Edward tenta di ricostruire un’esistenza diversa, finalmente consapevole del peso delle sue scelte.

All’inizio si può, ignorando la trama, scambiare il film per un semplice (si fa per dire) dramma sulle diversità ma quando la traiettoria della vita dei personaggi cambia con molti sussulti, si capisce che è più che altro una commedia dark ed anche, come detto, un tramestio mentale che porta il protagonista a comportamenti assurdi e paranoici. Direi del tutto inaspettati e inconsulti. Da un lato vediamo la vita non facile di un uomo deforme che ha una vita condizionata dall’aspetto, da un altro, una volta miracolosamente guarito dalla medicina moderna e da cure ancora sperimentali, il tentativo di diventare attore di teatro per via della relazione con la bella regista Ingrid, la quale, con la medesima facilità con cui aveva liquidato il precedente compagno per mettersi con lui ancora deforme, abbandona anche lui per mettersi, affascinata anche dalla predisposizione alla recitazione, del nuovo arrivato Oswald (Adam Pearson), praticamente sosia del precedente aspetto dell’ex Edward.

Una sorta di vaudeville drammatico e paradossale, con personaggi che entrano ed escono scambiandosi ruoli nella vita e sul proscenio del mitico Off-Broadway. A questo punto il film vira, cambia, si sposta muovendosi tra la suspense e la riflessione sociale, affrontando temi complessi come il ruolo dell’aspetto fisico nella costruzione della propria identità e il desiderio di riscatto. Il problema è che il protagonista Edward, o, meglio, il nuovo Guy, non accetta la nuova realtà, geloso sia della donna persa a causa di un uomo brutto (la mia non è cattiveria, ma penso che il regista apra in questa maniera la guerra ormai scoppiata), sia per la mancata conferma di attore teatrale. Non era nessuno prima, peggio ora che viene perfino scartato da donna e arte. Non resta che scatenare la rabbia in un assalto a spettacolo in corso con conseguenze tragicomiche, con il risultato di restare ingessato come una statua. Da qui ne scaturisce una vendetta senza sbocco, la galera, la rassegnazione di una vita anonima e della visione di una famiglia felice e appagata. Che non è la sua ma di Ingrid e Oswald. Un karma.

Il film ci pone una domanda fatale: interroga con ferocia la relazione tra identità, immagine e percezione, mettendo in scena un protagonista che, liberatosi della propria deformità, scopre che la metamorfosi esteriore non basta a riscrivere il sé. Aaron Schimberg costruisce un racconto che oscilla tra thriller psicologico, ironia nera e surrealtà, dove la maschera diventa più rivelatrice del volto e la normalità un territorio instabile. L’arrivo di Oswald, corpo reale e fiero della propria diversità, ribalta lo stigma e smaschera l’ipocrisia sociale che Edward tenta di eludere. Il film diventa così un gioco di specchi: attori che interpretano sé stessi, ruoli rubati, vite riscritte da altri, in un continuo slittamento tra realtà e rappresentazione. L’estetica espressiva, le torsioni narrative e la tensione paranoica compongono un dispositivo che non cerca risposte ma amplifica le contraddizioni, mostrando quanto fragile sia la costruzione dell’identità quando affidata allo sguardo degli altri.

Per tutto ciò e per come il regista ha scelto di narrarlo, si rivela un film audace, spericolato, al limite dell’accettabile, e quindi provocatorio (e questo è sempre un merito, in ogni caso), che tra l’altro ha pochi precedenti o addirittura alcuno. Non è il pietismo umano o la generosità che David Lynch seppe distribuire ai personaggi del meraviglioso The Elephant Man, tutt’altro: è una maniera di esporre la realtà con chiarezza e quasi cinismo, ma a causa del carattere e della voglia di rivalsa di Edward.

Nulla da eccepire per la regia, tranne il fatto che per una buona parte della visione mi stavo preparando ad un film notevole e con un gran finale, restando però parzialmente deluso dalla conclusione moscia, pur se, va notato, con la significativa rilevanza del comportamento umano. Chi dà risalto al film sono i tre attori principali. La prima sorpresa è Adam Pearson, che merita un paragrafo tutto suo, dedotto – strada facile – da Wikipedia. Nasce a Croydon, quartiere di Londra, insieme al suo gemello identico Neil. A cinque anni, dopo aver battuto la testa, una protuberanza che non si riassorbiva porta alla diagnosi di neurofibromatosi di tipo 1, condizione che segnerà profondamente la sua crescita. Durante l’infanzia e l’adolescenza subisce episodi di bullismo e violenza legati al suo aspetto, esperienza che lo spingerà più tardi a impegnarsi in campagne contro lo stigma delle differenze visibili. Dopo gli studi in Business Management, lavora dietro le quinte in produzioni BBC e Channel 4, finché nel 2013 debutta come attore nel bell’horror fantascientifico Under the Skin (20139 del mio amato Jonathan Glaze accanto a Scarlett Johansson, ruolo che gli permette di trasformare la sua immagine pubblica in un atto politico. Da allora alterna recitazione, divulgazione e attivismo, fino alla consacrazione con questo film, dove la sua presenza diventa centrale nel discorso sulla rappresentazione della disabilità.

Renate Reinsve? Be’, facile e scontato dire che è bravissima, tra le migliori in assoluto in questi anni in campo europeo e non solo. Lei sa scegliere sempre bene i ruoli e i film giusti, tanto da risultare ogni volta una grande interprete azzeccata. La rivelazione, che non è, visti i film che gira, è Sebastian Stan, attore senza sosta in tantissimi set, che dopo questa ottima prestazione ha replicato e confermato il suo stato di grazia con The Apprentice - Alle origini di Trump (2024) di Ali Abbasi dove ha replicato l’incubo del giovane Trump immobiliarista. Bravissimo lì, altrettanto e ancor di più qui, in una recitazione potentissima, trasformativa e centrale nell’economia del film. La sua capacità di attraversare registri diversi, dal dramma psicologico alla paranoia, fino a una dimensione quasi surreale e la metamorfosi fisica – ottenuta tramite prostetici – non è solo un espediente tecnico, ma diventa parte integrante della costruzione del personaggio, tanto da valergli premi e riconoscimenti meritati.

Il film si conclude con un’esperienza perturbante ma senza clamore, lasciando lo spettatore sospeso tra fascinazione e disagio. Aaron Schimberg non offre soluzioni né consolazioni: preferisce lasciare aperte le ferite, mostrando quanto fragile e manipolabile sia l’identità quando diventa oggetto di sguardo, desiderio o appropriazione. La prova di Sebastian Stan, insieme alla presenza sorprendente di Adam Pearson (motivo in più per godere il film in VOS), offre valore ma con questo finale sono rimasto comunque un po’ perplesso, considerando la qualità del film e dall’interesse suscitato per buona parte della visione.
Riconoscimenti
Oscar 2025
Candidatura per miglior trucco e acconciatura
Golden Globe 2025
Miglior attore protagonista in commedia o musical a Sebastian Stan
Berlino 2024
Orso d’argento miglior protagonista a Sebastian Stan






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