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The Elephant Man (1980)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 20 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

The Elephant Man

USA UK 1980 dramma biografico 2h4’

 

Regia: David Lynch

Soggetto: Frederick Treves (The Elephant Man and Other Reminiscences), Ashley Montagu (The Elephant Man: A Study in Human Dignity)

Sceneggiatura: Christopher De Vore, Eric Bergren, David Lynch

Fotografia: Freddie Francis

Montaggio: Anne V. Coates

Musiche: John Morris

Scenografia: Stuart Craig

Costumi: Patricia Norris

 

Anthony Hopkins: dr. Frederick Treves

John Hurt: John Merrick

Hannah Gordon: Anne Treves

Anne Bancroft: Madge Kendal

John Gielgud: Francis Carr Gomm

Wendy Hiller: madre Shead

Freddie Jones: Bytes

Michael Elphick: Jim, il guardiano notturno

John Standing: dr. Fox

Helen Ryan: principessa Alexandra

Dexter Fletcher: ragazzo di Bytes

Hugh Manning: Broadneck

Phoebe Nicholls: Mary Jane Merrick

 

TRAMA: John Merrick, che una rara malattia ha reso mostruoso, è maltrattato ed esibito in un baraccone di Londra. Raccolto da un medico, incuriosisce aristocratici e artisti, presto conquistati dalla sua intelligenza e sensibilità. Ma lo sfortunato non è ancora al riparo dai malvagi.

 

VOTO 8,5

 

 

L’uomo ha paura di ciò che non capisce”, dice sconsolato lo sfortunato ma dignitoso protagonista di questa storia vera accaduta nella Londra ottocentesca, pur con qualche inesattezza storica, che poco influisce sia sul contenuto sia, soprattutto, sulla magnificenza del lungometraggio di David Lynch. È un concetto così vero che è valido per l’intera Storia dell’Uomo, ancor più oggi con le paure sociali sollevate e agitate da parti politiche che mirano ad ottenere risultati mediante l’ignoranza di chi ascolta. Ed in effetti, l’uomo si spaventa per il diverso a prescindere dal significato che si voglia dare al termine. Diverso è chi ha gusti differenti in qualsiasi campo, che ha un colore di pelle non uguale al tuo, parla una lingua che non capisci, ha una presenza fisica (e qui siamo nel caso) con difetti naturali dovuti a malattie o ad altro. John Merrick è un mostro se lo si vuol vedere tale e se non lo si conosce da vicino, che diventò il compito principale di Frederick Treves, il dottore che prese a cuore la storia e soprattutto l’uomo.

 

 

Nel cuore della Londra vittoriana, il chirurgo Frederick Treves (Anthony Hopkins) scopre un uomo gravemente deformato esibito in un freak show con il nome di “Elephant Man”. L’uomo, John Merrick (John Hurt), vive in condizioni disumane, trattato come un oggetto e non come una persona. Colpito dalla sua situazione, Treves decide di portarlo al London Hospital per studiarne il caso clinico e offrirgli un rifugio temporaneo. All’inizio, il personale dell’ospedale è terrorizzato dal suo aspetto, ma Treves intuisce che dietro quelle deformità potrebbe esserci un’intelligenza sopita. Con pazienza e rispetto, lo incoraggia a comunicare, scoprendo che Merrick è molto più lucido, sensibile e colto di quanto chiunque avesse immaginato. La sua presenza nell’ospedale suscita dibattiti etici: è giusto ospitarlo? È un paziente, un caso clinico o un uomo che merita una vita dignitosa? L’ospite inizia lentamente a costruire relazioni, trovando in alcune persone una gentilezza che non aveva mai conosciuto. La sua storia si diffonde e l’alta società londinese comincia a interessarsi a lui, oscillando tra sincera compassione e morbosa curiosità. Intanto, Treves si interroga sul proprio ruolo: sta davvero aiutando Merrick o lo sta esponendo a un nuovo tipo di spettacolarizzazione?

 

 

Il film segue il percorso di Merrick verso una forma di riconoscimento umano e sociale, mostrando come la dignità possa emergere anche nei contesti più crudeli. La sua fragilità fisica e la sua forza interiore diventano il centro di un racconto che esplora empatia, pregiudizio e desiderio di normalità, senza rivelare gli eventi conclusivi.

 

 

Al primo sguardo verso il malato, il medico resta con lo sguardo bloccato. Non è un orrore nato dalla paura o dal disgusto, ma piuttosto dalla costernazione per tale sventura umana. Uno sguardo di pietà, una richiesta silenziosa di pietà. Come spettatori sensibili, avvertiamo questa supplica: la richiesta per una creatura che, nel profondo, non ha nulla di mistico o mostruoso: è solo un uomo, condannato e imprigionato nel proprio corpo. In questo momento, lui ci offre umanità e speranza, ma anche un dilemma morale: nel ruolo del rispettato chirurgo londinese, salva John Merrick da uno spettacolo di mostri, restituendogli un po’ di dignità. Tuttavia, mentre cerca di aiutarlo a essere accettato da una società che lo ha sempre ripudiato, Treves inizia a chiedersi se in qualche modo stia perpetuando lo stesso ciclo di sfruttamento che condanna.

 

 

Basato su una storia vera tanto tragica quanto straordinaria, il film di David Lynch, è un’opera sul lato più animalesco dell’umanità, un ritratto di una società prevenuta, che valorizza l’estetica sopra ogni cosa, ma che, paradossalmente, si dimostra anche capace di essere accettata. Nonostante sia un film dei primi anni ‘80, emula la grandiosità dei veri classici di Hollywood: girato in bianco e nero, con una messa in scena attenta e intense pause narrative, si comporta come un’opera senza tempo.

 

 

Lynch, oggi riconosciuto come uno dei maestri del surrealismo cinematografico americano, offre qui il suo film più accessibile in termini narrativi. Tuttavia, il suo segno è presente: l’evocazione spettrale dell’industrializzazione, il disagio esistenziale, l’atmosfera opprimente. Ma, soprattutto, è uno dei suoi film più conflittuali, tristi e crudeli. John Merrick (un John Hurt irriconoscibile e straordinario) si trova ad affrontare un mondo abitato da mostri di carne e ossa, non quelli delle fiere degli orrori, ma quelli della cosiddetta società civilizzata. Il regista trae da questi momenti di brutalità una carica emotiva impressionante, amplificata dalla colonna sonora di John Morris e coronata da un finale travolgente al suono di Adagio for Strings, di Samuel Barber, un tema che, anni dopo, sarebbe tornato protagonista nel Platoon di Oliver Stone.

 

 

Dopo Eraserhead, un incubo industriale in cui Lynch esplorava la fobia della deformità e della paternità, questo film segnò la sua transizione dal circuito underground ai riflettori. Solo tre anni dopo il suo debutto al lungometraggio, Lynch conquista un vasto pubblico e l’attenzione dell’Academy, guadagnandosi otto nomination agli Oscar. Un capolavoro e un’affermazione che, oltre a consolidare la carriera di Lynch, si impone come una storia nera e miserabile, ma in cui persiste ancora un barlume di speranza. Di una bellezza triste e inimmaginabile.

 

 

È necessario, però, tornare al primo concetto: la dignità. Perché questa non andrebbe tolta ad alcuno, perché questa è un diritto naturale che si acquisisce alla nascita, e la si può perdere solo per colpa del proprio comportamento, per demeriti personali. Perché dentro ogni involucro che è il nostro corpo c’è non solo un’anima o qualcosa che si rassomigli (a seconda dell’idea personale) ma anche una mente che se non scopriamo non capiremo mai. Il John Merrick di questa triste vicenda vera ce lo insegna.

Un capolavoro commovente. Memorabile. Come lo sono Anthony Hopkins e John Hurt, che andrebbero ascoltati in v.o.s. per apprezzarne l’interpretazione pienamente.

 

 

Il film occupa un posto anomalo ma decisivo nella filmografia di David Lynch. È il suo film più “classico” nella forma, ma già attraversato da tutte le sue ossessioni: l’empatia per i corpi marginali, la tensione tra mostruoso e innocente, l’incubo che affiora sotto la superficie vittoriana. Pur essendo un’opera su commissione, segna il momento in cui dimostra di poter portare il suo immaginario nel cinema mainstream senza tradirsi, aprendo la strada alla libertà radicale dei film successivi.


“Non sono un animale! Sono un essere umano, IO... SONO... UN UOMO!”

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1981

Candidatura miglior film

Candidatura migliore regia

Candidatura miglior attore protagonista a John Hurt

Candidatura migliore sceneggiatura non originale

Candidatura migliori costumi

Candidatura migliore scenografia

Candidatura miglior montaggio

Candidatura miglior colonna sonora

Golden Globe 1981

Candidatura miglior film drammatico

Candidatura migliore regia

Candidatura miglior attore in un film drammatico a John Hurt

Candidatura migliore sceneggiatura

BAFTA 1981

Miglior film

Miglior attore protagonista a John Hurt

Migliore scenografia

Candidatura migliore regia

Candidatura migliore sceneggiatura non originale

Candidatura migliore fotografia

Candidatura miglior montaggio

 


 
 
 

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