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After the Hunt - Dopo la caccia (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min
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After the Hunt - Dopo la caccia

(After the Hunt) USA, Italia 2025 dramma 2h18’

 

Regia: Luca Guadagnino

Sceneggiatura: Nora Garrett

Fotografia: Malik Hassan Sayeed

Montaggio: Marco Costa

Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross

Scenografia: Stefano Baisi

Costumi: Giulia Piersanti

 

Julia Roberts: Alma Imhoff

Ayo Edebiri: Margaret “Maggie” Resnick

Andrew Garfield: Henrik “Hank” Gibson

Michael Stuhlbarg: Frederik Imhoff

Chloë Sevigny: dott.ssa Kim Sayers

Thaddea Graham: Katie

David Leiber: RJ Thomas

Lío Mehiel: Alex

Ariyan Kassam: Tony

Will Price: Arthur

 

TRAMA: Una professoressa universitaria si trova a un bivio personale e professionale quando una sua brillante allieva lancia un’accusa contro uno dei suoi colleghi e un oscuro segreto del suo passato minaccia di venire alla luce.

 

VOTO 6,5


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Che ci fanno i titoli di testa con il tipico e caratterizzante font di Woody Allen nel film di Guadagnino? Come mai? Si sarà mica montato la testa? Per fortuna la sorpresa viene mitigata e allietata dalla meravigliosa voce di Tony Bennett che canta A Child Is Born accompagnato dal pianoforte di Bill Evans, brano che fa immaginare un film sofisticato e intrigante. Poi, nel resto della visione, si viene invece condotti, nella bufera che ne seguirà, dalle note della musica elettronica sperimentale e minimalista della coppia di compositori Trent Reznor e Atticus Ross che ormai collaborano col regista da diversi anni. Musica straniante che preannuncia svolte e sviluppo da thriller, se non proprio da horror, genere che da sempre ha attirato l’attenzione creativa di Guadagnino.


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Comunque, eccoci qui, nella prestigiosa Yale University, a New Haven, nel Connecticut, ad osservare la vita professionale e privata di Alma Imhoff (Julia Roberts) - con cognome di origine tedesche, particolare importante come si scoprirà solo nel finale - che ha una posizione costruita su certezze consolidate, una brillante carriera accademica e un matrimonio con lo psicoterapeuta Frederik (Michael Stuhlbarg), uomo brillante e imprevedibile. Nei giorni in cui lei e il collega molto amico Hank Gibson (Andrew Garfield) si stanno giocando le chances per ottenere l’unica cattedra di professore ordinario di filosofia a disposizione, la sua vita viene scossa da un evento inatteso: la sua allieva e dottoranda Maggie (Ayo Edebiri), che ha seguito e sostenuto nel suo percorso e che le sarà utile per arrivare al traguardo sognato da sempre, accusa proprio Hank di violenza sessuale. Una bomba, in pratica.


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L’episodio innesca una crisi che travolge l’ambiente universitario, infrange l’apparente stabilità delle relazioni personali e mette in discussione dinamiche di potere e responsabilità individuale. Alma si ritrova al centro di una situazione in cui passato e presente si intrecciano, costretta a riesaminare decisioni passate e a confrontarsi con una rete di tensioni legate a genere, razza, verità soggettiva e opinione pubblica. Colpisce la tecnica usata dal regista, forse per influenzare le sensazioni del pubblico, scegliendo una fotografia cupa, dominata da colori scuri, la cui visione viene volutamente peggiorata dal contrasto molto smorzato, fino a nascondere il viso degli attori nel buio delle stanze. Se la prima variazione narrativa ci conduce nel thriller, pare che la fotografia voglia preannunciarci una svolta da horror, genere che Luca Guadagnino, come sappiamo, ha sempre amato e prediletto, e non solo dai tempi di Suspiria. Sensazione che aumenta sempre più con i primi piani così vicini ai visi dei protagonisti da mostrarceli deformati. Se le prime volte possono sfuggire all’attenzione, il susseguirsi frequente di questo utilizzo dell’obiettivo diventa ossessivo se non proprio eccessivo.


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La protagonista è senza dubbio Alma, donna riflessiva e seriosa, sempre con un’ombra sul viso come se non sia del tutto sincera e abbia un segreto da custodire o un episodio del passato che ha cercato con ogni mezzo di mettere da parte e fuori dalla vita attuale.  Tutto deriva dalla casuale scoperta, fatta da Maggie in casa della professoressa, di una busta incollata sotto il ripiano di un mobiletto contenente una foto ingiallita ed un ritaglio di un giornale tedesco, sicuro vecchio ricordo della professoressa. Non sapremo mai nulla del contenuto se non alla fine, che diventa la chiave di lettura del comportamento della studentessa. Prova ne è – ma intuibile solo a posteriori – che la giovane, che esce dall’appartamento in compagnia di Hank, il giorno dopo lo accusa, nei fumi dell’abbondante alcol bevuto al party dei coniugi, di essersi autoinvitato a casa sua e di aver abusato di lei, causando un terremoto nella facoltà, con il conseguente licenziamento del prof. Il quale, professandosi energicamente innocente, reagisce in modo violento alle accuse, chiedendo alla grande amica come mai non gli crede.


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Dopo la grave imputazione, il fulcro della trama diventa quindi Maggie, la quale non ha mai negato di essere gay e di vivere con la compagna Alex (Lío Mehiel): se, infatti, la sua versione è vera, Alma rimane la sola candidata alla cattedra. Ovviamente Hank, sempre reclamando la sua innocenza e che la ragazza si sia inventata tutto chissà per quale motivo, non si è arreso e scopre che la tesi del dottorando della studentessa è frutto di un clamoroso plagio e accusa la sua collega di esserne al corrente, ma di non dire nulla per trarne vantaggio. Il dramma diventa thriller, soprattutto psicologico, mettendo ogni personaggio sul sentiero di guerra. L’unico che guarda con sguardo divertito ma anche professionale è il marito di Alma, Frederick, il quale dall’alto della sua esperienza di psichiatra imbastisce una spiegazione che pare logica. Il mondo si sta ora rivoltando contro Alma, anche da parte di chi una volta era sua amica, l’assistente psicologica della facoltà Kim Sayers (Chloë Sevigny), specialmente dopo che la protagonista compie una grave irregolarità: Alma è alle strette anche per i suoi frequenti malori che accusa da tempo, per i quali ha bisogno sempre di farmaci. A causa di ciò corre ai ripari con un sotterfugio così serio e disonesto che il preside decide di sospendere la nomina alla cattedra. Alma ormai non è più il punto di riferimento di tutti: prima in tanti si rivolgevano a lei, tutti volevano parlare con lei, che ascoltava con pazienza, a cominciare dai suoi studenti, che ora, invece, la notano nervosa e non la guardano più con ammirazione come prima.


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Il colloquio decisivo tra Alma e Maggie è chiarificatore sia per le due, perché finisce malissimo, sia perché intuiamo il contenuto del ritaglio di giornale tedesco e il brutto episodio adolescenziale della donna, che ha fatto scaturire il comportamento della ragazza, che accusa il mondo intero per essere trattata in modo ingiusto, perché nera, gay e che ha reso pubblica la violenza subita. Che, molto spesso, purtroppo, diventa un boomerang per la donna che denuncia. Ora si fa passare per vittima anche della mentalità maschilista dell’università e per vendetta riesce a scatenare l’ambiente studentesco contro la sua professoressa, ormai passata da mentore a nemica. La verità, si sa, prima o poi viene a galla e a distanza di tempo le due si incontreranno ancora, da persone mature, dopo che ognuna avrà trovato la sua strada. Come infatti dice il sempre saggio e sorprendente Frederick, dopo si dimentica tutto, perché prima arriva una catastrofe, e poi, arrivandone un’altra si passa oltre. Il personaggio del buon Michael Stuhlbarg, attore che è più di un semplice caratterista in ogni apparizione, si rivela sin dal primo momento il più riflessivo e il più assennato, colui che sa leggere sempre la situazione con intelligenza e la spiegazione finale sul comportamento dei personaggi, in fondo, è solo sua. Come quando aveva già visto giusto affermando che Maggie era solo una studentessa mediocre di famiglia ricca e benefattrice di Yale. A noi spettatori spetta solo intuire che i disturbi fisici molto dolorosi di Alma sono solo dovuti ad una sorta di malattia psicosomatica, frutto della brutta esperienza che ha raccontato solo ora al marito.


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Il film è a lenta carburazione, afflitto da una lunga apertura servita per illustrare il mondo accademico e presentare i personaggi centrali, i quali si perdono in lunghi dialoghi filosofici anche nei momenti di relax e durante le cene e i party, mettendo a dura prova l’attenzione e la comprensione dei discorsi da parte dello spettatore. Se a ciò si aggiunge una regia che fa sfoggio di manierismo e virtuosismi evitabili, alla pari della recitazione troppo plateale in alcuni frangenti del pur sempre bravo Michael Stuhlbarg, il film può risultare ridondante, dal momento che secondo me, qualcosa si poteva sforbiciare. Buona, comunque, la crescita di tensione nell’aspetto psicologico del thriller, tenendo presente però che non è questo il tema principale del film. La questione vera e centrale è che non è ancora un film sulla violenza di genere, che pur merita sempre di essere oggetto del cinema, bensì è il giustificato ed ennesimo allarme sul potenziale senso di patriarcato, di maschilismo, di sessismo e, perché no, di razzismo. Ed infatti Maggie rappresenta un po’ tutto questo, li sente tutti addosso e se ad un certo punto entra in cattiva luce, per i dubbi che la regia fa venire a tutti noi, in fondo se li merita, anche perché la storia pare più volte darle torto dopo che sembrava aver ragione di urlare la sua rabbia. Un solo dubbio: e se Guadagnino abbia voluto dimostrare che spesso si dà per scontato che la vittima abbia detto la verità ed invece è una bugia? Bel dilemma!


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Il problema di questo regista è che ultimamente non riesce a soddisfare le attese che sa stuzzicare e si perde in film che troppo articolati e pieni di punti dubbi. Stavolta, però, dispone di un buon parterre di interpreti: Julia Roberts è sempre un’attrice capace di vari tipi di ruoli, spesso, ultimamente, drammatici ed è sempre brava, come in questo film; Andrew Garfield è finalmente un attore maturo e qui è davvero eccellente ed encomiabile; di Michael Stuhlbarg mi sono già espresso e se lo chiamano tanti registi è solo perché è una garanzia, è un attore affidabile; Chloë Sevigny è relegata ad un ruolo marginale e svolge bene il suo compito. La scoperta è piuttosto Ayo Edebiri, che compare poco sul grande schermo in Italia ma è una trentenne già con molta esperienza di recitazione anche in serie TV, di sceneggiatrice e regista: sua è la regia di un episodio della terza serie del celeberrimo The Bear. Attrice in gamba, indubbiamente. La colonna sonora, come spesso nei film di Guadagnino, è un fattore importante. Dopo Queer e Challengers, tornano i notevoli Trent Reznor e Atticus Ross, che cesellano un tappeto sonoro fatto di brani spezzati di pianoforte, elettronica abrasiva, citazioni colte. A tratti la musica sembra un respiro, altre volte un’incrinatura che graffia l’immagine: è una partitura che non accompagna, ma aggredisce, insinuando dubbi in ogni scena. Perfetta per il lato thriller.


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Una caratteristica evidente del film è che non consegna risposte e lascia domande. È quel cinema che ti fa voltare verso chi ti siede accanto e dire: Tu come l’hai visto? Luca Guadagnino costruisce un’opera che sembra un orologio inesorabile: il tic-tac di una lancetta invisibile accompagna lo spettatore, ricordando che i conflitti esplodono anche quando si tenta di nasconderli e che l’arte di spazzare la polvere sotto il tappeto funziona raramente. Non ci sono colpevoli assoluti, ma un groviglio di verità parziali, di poteri che si sovrappongono, di desideri repressi. Se in Challengers la partita si giocava sul desiderio, qui la partita è tutta sul potere: chi lo possiede, chi lo esercita, chi lo perde.

C’era del potenziale per fare un film più tosto, però.

 


 
 
 

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