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Agata the Writer (2026)

Immagine del redattore: michemar
michemar
1 ora fa
Tempo di lettura: 6 min

Agata the Writer

Australia 2026 dramma 1h35’

 

Regia: Kuba Dorabialski

Sceneggiatura: Kuba Dorabialski

Fotografia: Yanni Kronenberg

Montaggo: Kuba Dorabialski

Musiche: Kuba Dorabialski

Costumi: Kylie Gonder

 

Mia Wasikowska: Agata

Vedrana Bozinovic: Jasmina

Mia Morrissey: Davina

Zoran Jevtic: Malik

Janek: Kuba Dorabialski

 

TRAMA: La scrittrice australiana Agata si reca a Sarajevo per lavorare a un romanzo sulla guerra. Accolta con sospetto dalla gente del posto, arriva a comprendere meglio le sue responsabilità di autrice.

 

VOTO 6,5

 

 

83.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026 – Sezione Giornate degli Autori.

 

Finalmente, dopo alcuni anni che non riuscivo a trovare e vedere film che vedono la presenza di una mia beniamina, di nome Mia Wasikowska, che da giovane attrice ha avuto ottime occasioni e ha saputo non sprecarle, ecco che me la ritrovo in un piccolo film in concorso in una Sezione collaterale della Mostra di Venezia 2026 e che non ho voluto perdere. Scopro così il parallelismo tra lei ed il regista Kuba Dorabialski che si riflettono nella protagonista di questa trama: entrambi sono australiani ma di provenienza polacca. Meglio: lui ha queste connotazioni, ma la Mia è nata in quel continente da una madre del luogo e da un padre polacco (ecco il motivo del cognome) ed è la caratteristica precisa della protagonista Agata del film. Una scrittrice in un momento di pausa (crisi creativa o blocco mi paiono termini eccessivi) viene sollecitata dal suo editore per rinnovare la sua ispirazione e per questo motivo viene inviata nella lontanissima Bosnia-Erzegovina per trarne ispirazione, magari su un romanzo che non parli proprio di guerra ma di una storia che gira nei pressi della guerra e che sappia raccontare qualcosa che la vede come ambientazione.

 

 

Infatti, la prima inquadratura è sulle montagne bosniache in un clima invernale, mentre un taxi percorre le ampie curve che salgono verso la città, lì dove la Agata della trama si sta recando per visitare e osservare il paesaggio di un luogo che ha visto una tragedia umanitaria immane: il genocidio ad opera dei serbi. Per pura coincidenza, proprio in questi giorni si sono celebrati solennemente (!) i funerali di quel generale che fu definito “il macellaio di Srebrenica” ed io, ora, mi trovo a vedere un film di quei luoghi. Tant’è che il regista ci mostra in più di un’inquadratura le sterminate distese di croci bianche dei cimiteri che avvolgono la collina della città. Orrore, dice il colonnello Walter E. Kurtz di Coppola. Orrore.

 

 

Nel frattempo, una voce off (l’autore?) ci introduce nel film. “Nel mezzo di un mese particolarmente lento, caratterizzato da un fluire costante di eventi insignificanti, Agata la scrittrice ricevette una telefonata dal suo editore, che le chiedeva se le interessasse fare la custode di una casa vuota di un amico a Sarajevo, a dicembre. ‘Potrebbe essere una bella occasione per scrivere’, le disse, suggerendo con gentilezza che non vedeva l'ora di leggere qualcosa di nuovo di suo, dopo che il successo del suo romanzo precedente iniziava a svanire in un passato ormai esaurito. Agata, un'ottimista riluttante, apprezzò l'incoraggiamento. Ma non gradì la pressione. Sapendo in anticipo che avrebbe fatto di tutto per sfuggire all'estate australiana, disse di sì. E ben presto iniziò a documentarsi su Sarajevo, con l’ambientazione di un possibile romanzo. Scrisse qualche e-mail e organizzò alcune interviste. Comprò una valigia nuova, iniziò un corso di bosniaco, ma lo abbandonò quando divenne chiaro che il bosniaco era relativamente simile alla sua lingua madre, il polacco, e poteva cavarsela arrangiandosi nella confusa terra di mezzo della somiglianza delle lingue slave. E poi, poche settimane prima della partenza, Agata sentì le prime fitte di tenerezza per il suo futuro romanzo su Sarajevo, che arrivarono inattese nel suo petto, come una sensazione calda e liquida. Non diversa dal processo di innamorarsi perdutamente. O dal risveglio da un sogno indecifrabile.” Un incipit poetico, romantico, romanzesco, sicuramente efficace, che spinge la nostra protagonista a intraprendere un lunghissimo viaggio e andare ad abitare in quell’appartamento vuoto ma ricco di opere d’arte – dipinti o manufatti – molto particolari e persino provocatori, che, molto misteriosamente, cominceranno ad essere rubati e sentirsi colpevolizzata dal giovanotto che la ospita, Malik.

 

 

La trama ci parla di Agata, scrittrice polacco‑australiana, che lascia Sydney per raggiungere Sarajevo con un obiettivo preciso: raccogliere testimonianze e materiali per un romanzo sulla guerra bosniaca. Arriva con un’idea chiara, quasi rigida, su ciò che vuole raccontare: un libro che affronti il trauma storico, la violenza, le ferite ancora aperte. Ma fin dai primi incontri con gli abitanti della città, il suo progetto si incrina. Le persone che dovrebbero aiutarla, invece, la mettono in discussione: le chiedono chi sia lei per raccontare una storia che non le appartiene, le fanno notare i suoi pregiudizi, la sua distanza culturale, la sua posizione privilegiata. Agata si ritrova così in un territorio emotivo incerto, dove ogni parola sembra inadeguata e ogni domanda rischia di ferire.

 

Mentre cerca di capire come procedere, un fatto curioso e inquietante scuote la città: alcune opere d’arte provocatorie e oscene iniziano a scomparire misteriosamente. Nessuno sa chi le stia rubando né perché. Questo evento, apparentemente marginale, si insinua nella sua immaginazione e finisce per contaminare il romanzo che sta scrivendo. Quando Agata rilegge i primi capitoli, si accorge che la storia non parla più della guerra come fenomeno storico, ma dei momenti silenziosi che la circondano: le vite quotidiane, le tensioni sotterranee, le contraddizioni culturali, le fragilità delle persone che incontra. Il romanzo diventa un racconto sulla responsabilità di chi narra, sulla distanza tra chi osserva e chi ha vissuto, sul confine sottile tra solidarietà e appropriazione.

 

Durante il suo soggiorno, Sarajevo si rivela un luogo complesso, stratificato, dove le culture slave convivono e si scontrano, e dove il passato continua a filtrare nel presente. Agata, immersa in questo contesto, comprende lentamente che raccontare una storia non significa solo raccogliere fatti, ma assumersi un peso etico: capire quando si può parlare e quando invece è necessario ascoltare. Il viaggio diventa così un percorso di consapevolezza, che la costringe a interrogarsi sul suo ruolo di narratrice, sulla legittimità del suo sguardo e sul modo in cui l’arte affronta i traumi collettivi.

 

 

La donna aveva evidentemente sottovalutato l’ambiente e le persone che vi abitano e pensava di trovare elementi adatti per un semplice nuovo romanzo. Ma resta spiazzata ogni volta che l’interlocutore, in special modo la regista teatrale Jasmina, le rimprovera di voler scrivere di un argomento che non può capire, che non ha vissuto, che non può stravolgere mettendo per iscritto la tragedia che solo loro hanno passato. Anzi, quest’ultima arriva quasi a redarguirla e a bloccarla. Lei, donna gentile e intelligente, reagisce solo sorridendo ma facendo intendere che capisce e che si adegua, adattando meglio la sua scrittura. Cosa che si ripete con il padrone di casa quando si scoprono i furti delle opere d’arte (vere schifezze) e lei viene accusata di leggerezza nel gestire la casa: reagisce con il sorriso e con la promessa di stare più attenta. È evidente come questi abitanti siano nervosi e intrattabili, salvo poi, davanti alla gentilezza e al sorriso di Agata, pentirsi del comportamento chiedendo scusa. Atteggiamento di certo dovuto al fatto che ancora oggi, a decenni di distanza, le persone del luogo non hanno mai cicatrizzato la ferita profonda dell’eccidio e di conseguenza non vedono di buon occhio l’estraneo e soprattutto non gradiscono che questi parli o scrivi di quegli avvenimenti luttuosi senza averli vissuti. Per fortuna Agata ha l’amica del cuore, Davina, che le ha fatto compagnia in città e l’ha sempre incoraggiata, affamata dalla voglia di poter leggere almeno le prime pagine del nuovo romanzo.

 

 

Cosa che avviene nella lunga parte finale del film: l’ultima mezz’ora, infatti, consiste solo in un unico significativo primo piano della scrittrice che, inframmezzando con qualche inquadratura di Parigi o della Bosnia, ci legge praticamente il primo capitolo del libro, “La responsabilità”. Come ha ben recepito, ha dato quel titolo perché scopre che scrivere non è un atto neutro: è un gesto che implica ascolto, rispetto, consapevolezza dei propri limiti e attenzione verso chi ha vissuto ciò che tu vuoi raccontare. I rimproveri che ha ricevuto non l’hanno bloccata ma l’hanno convinta e trasformata. Le hanno insegnato che la storia che cercava non è quella della guerra, ma quella delle persone che ora vivono nel proprio silenzioso, che va rispettato. In quella mezz’ora lei ci racconta tutto ma secondo i canoni che si è imposta e quindi ci sono tanti elementi che ha raccolto ma inseriti in una trama che pare un’altra storia. Ha solo preso spunto ed ora il romanzo è pronto. La responsabilità.

 

 

Tema che il regista Kuba Dorabialski (come si può notare in multifunzioni) sente particolarmente e che ha saputo condividere con la nostra eccellente Mia Wasikowska che sa dare molto del suo talento in una storia di non facile lettura. Ancora una volta l’ho potuta apprezzare ed ancora mi chiedo perché mai non si veda nelle realizzazioni dei grandi autori del cinema serio di questi anni. È bravissima e tiene il film quasi per intero sulle sue spalle. Ovvio che quel lungo finale non è facile da digerire e richiede attenzione per la “lettura” che Agata ci rivolge, e forse appesantisce la pellicola, arrivando, tra l’altro alla fine. Ma tra il colloquio nel bar tra la regista e la scrittrice e la lettura finale, si comprende meglio il senso del film. In quanto, la domanda scomoda è: chi ha il diritto di raccontare una guerra che non ha vissuto? Si può raccontare una tragedia che non ci appartiene? E soprattutto: trasformare il dolore degli altri in letteratura significa preservarne la memoria oppure appropriarsene? E per questi motivi il film si muove sul confine scivoloso tra testimonianza e appropriazione. Perché il dolore altrui non è un souvenir da infilare in valigia prima del volo di ritorno.

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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