Corsa contro il tempo - The Desperate Hour (2021)

Corsa contro il tempo - The Desperate Hour
Lakewood
USA Canada 2021 thriller 1h24’
Regia: Phillip Noyce
Sceneggiatura: Chris Sparling
Fotografia: John Brawley
Montaggio: Lee Haugen
Musiche: Fil Eisler
Scenografia: Zosia MacKenzie
Costumi: Amanda Street
Naomi Watts: Amy Carr
Colton Gobbo: Noah Carr
Andrew Chown: Robert Ellis
Sierra Maltby: Emily
Michelle Johnston: Heather
Woodrow Schrieber: detective Paulson
David Reale: CJ
Jason Clarke: Greg Minor
Debra Wilson: Dedra Wilkinson
Christopher Marren: Peter
TRAMA: Una madre intraprende una disperata lotta contro il tempo per salvare suo figlio da una sparatoria scolastica in corso mentre le autorità pongono in isolamento la piccola città in cui vive.
VOTO 6

Phillip Noyce e il thriller vanno a braccetto sin dal primo momento e nonostante che gli anni passino lui resta nel genere impassibile, qualche volta lasciando l’impronta vincente, altre meno. In questo caso un po’ meno, almeno a sentire i giudizi di molti critici. Eppure, sebbene nell’ambito di un giallo semplice, mi son lasciato coinvolgere e appassionare e, contro tutti, metto il segno più, cioè la sufficienza. Non era un progetto semplice: il cast esiste ma il film si sviluppa essenzialmente su una donna che corre per hobby ed il suo smartphone. Quasi solo questi due, come una pièce teatrale da monologo. O meglio, gli altri ci sono, ma tutti al telefono, lontano, almeno per la protagonista, isolata nei boschi con la connessione telefonica che va e viene, esasperandola.

Amy Carr, madre ancora segnata dalla perdita del marito, decide di prendersi una mattina libera per correre nei boschi vicino casa, mentre i suoi figli si avviano alla routine scolastica. La quiete viene interrotta da un improvviso dispiegamento di pattuglie, che la insospettisce e la spinge a controllare il telefono. Un bollettino d’emergenza annuncia il lockdown di tutte le scuole della zona, generando in lei un’ansia crescente. Nel tentativo di capire cosa stia accadendo, Amy effettua una serie di telefonate che le permettono di ricostruire lentamente la situazione. Scopre che al liceo locale è in corso una sparatoria e che una studentessa è già rimasta uccisa. La tensione aumenta quando Amy capisce che Noah, il figlio adolescente che credeva a casa malato, potrebbe trovarsi proprio nella scuola sotto attacco. Il suo veicolo è stato infatti avvistato nel parcheggio, e la polizia lo sta perquisendo. Le domande degli agenti insinuano il dubbio che Noah possa essere coinvolto, alimentando il panico. Amy continua a correre, fisicamente e mentalmente, cercando disperatamente di raggiungere la verità.

Mentre cerca di raggiungere la scuola, Amy continua a muoversi freneticamente tra telefonate, indicazioni e contatti con la polizia, nel tentativo di capire come aiutare suo figlio. Un autista la accompagna verso la zona bloccata, mentre lei prova a ottenere informazioni più precise sulla situazione interna. Le comunicazioni con gli agenti diventano sempre più tese: Amy ha fatto una chiamata non autorizzata al presunto responsabile, gesto che complica le trattative in corso. Nel frattempo, Noah riesce a contattarla per pochi istanti, lasciando intuire che è coinvolto da vicino nell’emergenza. Ogni nuovo dettaglio aumenta la pressione emotiva, spingendo Amy a non fermarsi e a cercare un modo per essere utile. La polizia le chiede di collaborare ancora, sfruttando la sua voce per tentare di stabilire un contatto con l’uomo armato. Amy arriva infine nei pressi del perimetro, dove l’attesa diventa un peso quasi insostenibile. Le sirene, le comunicazioni concitate e l’incertezza alimentano un clima di tensione continua. Tutto ciò che può fare è restare vigile, sperando che la situazione si risolva senza ulteriori conseguenze.

A prescindere dalla trama specifica, l’intento di regista e sceneggiatore è quello di parlare delle purtroppo frequenti sparatorie che avvengono negli USA nelle scuole di ogni ordine e grado. Una piaga. Una piaga causata principalmente dalla facilità di ottenere armi pericolose e dalla antica e radicata mentalità da Far West degli americani.

Ma dalla visione del lavoro di Noyce si deduce che è un thriller costruito su un’idea tanto minimale quanto immediata: una madre isolata nei boschi, un telefono come unico contatto con il mondo, e la notizia che nella scuola del figlio è in corso una sparatoria. Il regista sceglie di raccontare tutto quasi in tempo reale, seguendo Amy mentre corre, si ferisce, si orienta e cerca di capire cosa stia succedendo. L’ambiente naturale, quieto e autunnale, contrasta con l’angoscia crescente che arriva dalle notifiche e dalle telefonate. È un film che nasce da un clima sociale preciso, quello delle sparatorie scolastiche americane, e punta a restituire la paura di un genitore che non può intervenire. La struttura è volutamente essenziale: niente scene d’azione, niente cambi di location, solo una donna e il suo smartphone. Questa scelta dà al film un taglio quasi sperimentale, che può risultare coinvolgente o ripetitivo a seconda dello spettatore. Noyce lavora sul ritmo, alternando momenti di stasi a improvvise accelerazioni emotive. Il risultato è un thriller che vive di tensione più che di spettacolo.

Il film si regge quasi interamente sulle spalle di Naomi Watts, che interpreta Amy con una fisicità continua e un’emotività trattenuta ma credibile. La sua corsa diventa il motore narrativo: ogni telefonata cambia la direzione, ogni informazione modifica il suo stato d’animo. L’isolamento funziona bene nel creare immedesimazione, perché lo spettatore riceve frammenti di verità proprio come la protagonista. Questa scelta, però, ha anche un effetto collaterale: alcune situazioni sembrano costruite per allungare la tensione più che per far avanzare la storia. Si può obiettare come il film ricorra a diverse caratteristiche del genere parecchio sfruttate – la caduta, il segnale che si interrompe, il passaggio mancato – e in parte è vero. Tuttavia, l’ottima attrice riesce a dare dignità anche ai momenti più prevedibili, mantenendo il personaggio sempre umano e vulnerabile. La regia la accompagna con discrezione, evitando virtuosismi e lasciando che sia il volto dell’attrice a raccontare la paura. Nel complesso, il dispositivo funziona: non sempre in modo impeccabile, ma con una tensione costante.

Di negativo c’è che il film risulta anche manipolativo e prevedibile. In parte, il terzo atto effettivamente forza la credibilità, spingendo Amy in un ruolo troppo attivo rispetto alla situazione reale. Alcune svolte sembrano pensate più per colpire emotivamente che per rispettare la logica della trama. Tuttavia, si evidenzia anche ciò che il film riesce a fare: restituire l’impotenza di un genitore, la frammentazione delle informazioni, la distanza che diventa un incubo. Il film non è un thriller perfetto, ma è onesto nel suo intento e mantiene una tensione continua per tutta la durata. La durata breve aiuta, così come la scelta di non mostrare mai direttamente la violenza. È un’opera che vive più di atmosfera che di colpi di scena, e che trova nella performance di Watts il suo vero punto di forza. Alla fine, è un film che non eccede, non sorprende sempre, ma coinvolge abbastanza da meritare una sufficienza piena o quasi. La mia c’è.






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