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Enzo (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 9 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Enzo

Francia Italia Belgio 2025 dramma 1h42’

 

Regia: Robin Campillo

Sceneggiatura: Laurent Cantet, Robin Campillo, Gilles Marchand

Fotografia: Jeanne Lapoirie

Montaggio: Robin Campillo

Scenografia: Mélissa Ponturo

Costumi: Isabelle Pannetier

 

Eloy Pohu: Enzo

Pierfrancesco Favino: Paolo

Élodie Bouchez: Marion

Maksym Slivins’kyj: Vlad

Nathan Japy: Victor

Vladyslav Holyk: Myroslav

Malou Khebizi: Amina

Philippe Petit: Corelli

 

TRAMA: Un ragazzo di sedici anni sfida le aspettative della sua famiglia borghese iniziando un apprendistato di muratore dove incontra un collega ucraino che sconvolge il suo mondo.

 

VOTO 6,5

 

 

Più che scrivere riflessioni nel merito, servirebbe una attenta disamina da parte di uno psicologo esperto di adolescenza e delle crisi che attraversano la mente dei giovani. Il film di Robin Campillo - che porta a termine un lavoro che è del povero Laurent Cantet che non è riuscito neanche ad iniziare le riprese, e con cui ha collaborato già in quattro suoi film come sceneggiatore - è senz’altro e soprattutto un racconto di formazione ma non solo: è la fotografia di un momento non facile e di smarrimento di Enzo, un ragazzo di 16 anni che, vivendo in una agiata famiglia - che lascia ampio spazio di libertà d’agire ai suoi due figli (lui e Victor, più grande) dentro la loro bella villa con sguardo panoramico sul mare della Costa Azzurra - la avverte soffocante. È un tipo taciturno, trattenuto, che non si apre con facilità ai suoi cari e mal sopporta l’affettuosa attenzione che gli riserva il padre Paolo, il quale si comporta così proprio perché lo sente lontano, non facilmente inquadrabile, che gli sollecita apprensione, che innanzitutto non riesce a intuire cosa abbia in mente per il presente e per il futuro.

 

 

Infatti, Enzo cresce con la sua famiglia in una elegante casa a La Ciotat, ma contro ogni previsione e aspettativa, il sedicenne decide un giorno di abbandonare gli studi e farsi assumere come apprendista muratore presso una ditta che lavora alla costruzione di una casa, con dipendenti anche stranieri e forse anche in nero. Questa decisione sciocca la sua famiglia, che aveva immaginato una vita più prestigiosa per lui, alla pari del fratello che è in procinto di iscriversi ad una prestigiosa università di Parigi. Di conseguenza le tensioni aumentano, il che pesa ancora di più su Enzo, che avverte il disappunto del padre che cerca in ogni modo di fargli cambiare idea. La mamma Marion è un po’ meno presente dal punto di vista apprensivo ma è quella meglio portata al dialogo e alla comprensione delle difficoltà che colpiscono il figlio.

 

 

In quei giorni sul cantiere, Enzo conosce e si fa aiutare da Vlad, un operaio ucraino che lo attira per il carattere e per un certo sconosciuto senso di attrazione. Il giovane prova, nel frattempo, una vera simpatia e un sincero interesse per una sua amica di scuola, Amina, che riesce anche a portare a casa in assenza dei genitori. Fino a questo momento, il racconto di Cantet (glielo si può certamente attribuire) pare una storia adolescenziale come tante, con litigi familiari e innamoramenti, invece i problemi paiono ancora a divenire e scaturiscono dal collega ucraino. Questi assume, senza volerlo né accorgersi, la figura di riferimento per la vita alternativa che Enzo sta cercando al di fuori del nucleo familiare. È come se Vlad lo stia portando inconsciamente ma convintamente fuori dalla sua zona di comfort e gli cambia il modo di vedere il mondo. Molto presto, in altre parole, si rende conto che la vita gli offre possibilità inaspettate. Inutile aggiungere che tutto ciò porterà alla totale instabilità dei rapporti con i familiari e a reazioni fino ad allora imprevedibili. Fino al rischio di un pericolo distacco traumatico e a tentativi di gesti estremi. Incredibilmente è proprio a Vlad che tocca prendere la decisione necessaria.

 

 

Che il momento della formazione educativa e mentale sia delicato per tutti gli adolescenti è chiaro a tutti noi, il vero problema è come viene affrontato e come se ne può venire fuori superandolo brillantemente o lasciando purtroppo strascichi negativi o addirittura nefasti. E non è facile neanche per un buon genitore cavarsela correttamente perché tutti possono sbagliare atteggiamento e molto dipende dal carattere. A volte, forse tante, non basta neanche avere buona volontà o essere generosi e comprensivi, perché le reazioni dei giovani sono spesso ingestibili. Enzo è uno dei casi difficili, anche perché turbato nell’accorgersi di sentirsi attratto dal compagno di lavoro non solo come punto di riferimento, ma anche di mitizzarlo e desiderarlo fisicamente. Il che spaventa e fa reagire sia il padre Paolo che lo stesso Vlad, il quale non avrebbe mai immaginato questo risvolto sorprendente.

 

 

Un po’ come l’Elio (nome quasi simile) di Chiamami col tuo nome, Enzo soffre e non perché si accorge di questi turbamenti ma per il fatto che gli pare che il mondo intero non lo capisca e non gli permetta di agire come desidera. La vita è ben altro, pare dire il destino a questo giovanotto, ed è presto per capire e prendere decisioni per il futuro che, per sua fortuna, è ancora lontano e le decisioni più gravi e importanti della vita sono ancora da prendere. Pian piano ognuno, come sappiamo, trova la sua strada. Quella di Enzo non lo sapremo: il film termina con una telefonata che forse “allunga la vita” ma di certo chiude la porta ad un’ipotesi irreale. Anche questo – Enzo lo capirà solo da grande – serve a fare esperienza.

 

 

Robin Campillo non è nuovo a questi argomenti, basti pensare al suo film di maggiore successo che fu 120 battiti al minuto e alla sua presenza di sceneggiatore, nell’ambito delle quattro collaborazioni con Cantet in La classe - Entre les murs ed il forzato passaggio di testimone tra i due è la dimostrazione della continuità del lavoro svolto. Nel contesto giovanile si inserisce il discorso sulla borghesia moderna in cui si ritrova il protagonista, una famiglia come prigione dorata in cui il benessere schiaccia e le aspettative immobilizzano, fino al punto che Enzo rifiuta la scuola non per ribellione adolescenziale ma per cercare “concretezza”, costruire qualcosa di reale ed il cantiere diventa un luogo di formazione, ma anche di precarietà e rischio. Ed ecco allora affacciarsi il rapporto con Vlad e la dimensione del desiderio, che il regista presenta come un legame che oscilla tra attrazione, pericolo e scoperta di sé, rappresentando il desiderio come una forza che mette in crisi identità, classe sociale e sicurezza. Non va dimenticato che l’adolescenza, questa adolescenza, è una fase difficile e complessa che oggi è complicata vieppiù da questo mondo aggressivo e performativo, motivo per cui Enzo diventa una figura di una generazione senza prospettive, non più convinta che la scuola sia emancipazione ed inoltre la modernità dei ruoli, almeno in quella casa e molte altre, diventa una ulteriore fonte di smarrimento.

 

 

La regia di Campillo punta sul corpo, i silenzi e i tanti non detti; lavora sul ritmo irregolare, con pause, sospensioni e fisicità probabilmente per evidenziare l’incertezza del protagonista. La sceneggiatura è ovviamente un’opera-testamento scritta da Cantet prima della morte ed ha quindi un valore emotivo e critico importante ed è una scrittura a sei mani intelligente e mai retorica. Tutt’altro. Risulta anzi evidente l’equilibrio che mantiene tra didattica sociale e intimità emotiva: tiene insieme, cioè, la lucidità sociale tipica che Cantet ha sempre mostrato e la sensibilità più intima di Campillo come ha fatto nel suo film su citato, senza che mai una sovrasti l’altra. Buonissima la fotografia di Jeanne Lapoirie che evidenzia il contrasto tra la villa luminosa che guarda al mare con tanto di riflessi di piscina e i cantieri polverosi, come una metafora classista del contrasto tra i due ambienti sociali. Il montaggio e di conseguenza il ritmo sono incostanti, il che fa indebolire la tensione narrativa, ma quando conta di più, diciamo la seconda metà, va molto meglio.

 

 

La rivelazione è la sicurezza con cui recita il giovanissimo Eloy Pohu, bravo a lasciare allo scoperto allo spettatore il corpo e la fragilità del protagonista, oltretutto ottimo nelle espressioni differenti di felicità momentanea e pessimismo perdurante. Pierfancesco Favino, che recita ovviamente in francese, lavora secondo le attese, essendo ormai un artista di livello internazionale, in un ruolo difficile che deve dimostrare come si impegni tanto ma sia incapace di leggere il figlio. È il migliore di tutti, come gli accade quasi sempre. Bene anche Élodie Bouchez nel ruolo della mamma che dà l’impressione di essere superficiale ma che sa intervenire con la giusta dolcezza nel momento delicato per ammorbidire il figlio. Da annotare anche la bravura dello sconosciuto Maksym Slivins’kyj che è Vlad in maniera impeccabile.

Buon film, ma dalle pretese non alte, presentato alla Quinzaine des Cinéastes del 78° Festival di Cannes del 2025, dov'è stato il film d’apertura.

 

 

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