Estranei (2023)
- michemar

- 28 dic 2025
- Tempo di lettura: 8 min

Estranei
(All of Us Strangers) UK, USA 2023 dramma 1h45’
Regia: Andrew Haigh
Soggetto: Taichi Yamada (romanzo)
Sceneggiatura: Andrew Haigh
Fotografia: Jamie Ramsay
Montaggio: Jonathan Alberts
Musiche: Emilie Levienaise-Farrouch
Scenografia: Sarah Finlay
Costumi: Sarah Blenkinsop
Andrew Scott: Adam
Paul Mescal: Harry
Jamie Bell: padre di Adam
Claire Foy: madre di Adam
TRAMA: Una notte, nel grattacielo quasi vuoto di Londra, Adam ha un incontro casuale con il misterioso vicino Harry, che spezza il ritmo della sua vita quotidiana. Man mano che si sviluppa una relazione tra loro, Adam è preoccupato dai ricordi del passato e si ritrova attratto dalla cittadina di periferia in cui è cresciuto e dalla casa d’infanzia dove i suoi genitori sembrano come vivere ancora, appena com’erano il giorno della loro morte, 30 anni prima.
Voto 8

Chissà come il pubblico cataloga questo film così intimista e così universale: lo vede come un bellissimo racconto d’amore tra due uomini oppure come uno straziante nostalgico viaggio nella memoria per rivedere i genitori persi tanti anni prima? Forse va bene accettare entrambi i due piani di lettura sullo stesso livello oppure emozionarsi più per la sensibile relazione tra Adam e Harry o più per il commovente (ri)avvicinamento del primo ai genitori mai compiutamente vissuti, frequentati e amati? Se il primo aspetto ha i colori caldi dell’amore, il secondo è struggente fino allo stordimento. Il film è tratto dal romanzo Strangers del giapponese Taichi Yamada, di cui esiste anche una prima rappresentazione cinematografica (The Discarnates del 1988, di Nobuhiko Obayashi), in cui però il protagonista si innamorava di una ragazza. In questa occasione il valente Andrew Haigh, omosessuale dichiarato, quindi fortemente indiziato a saper raccontare una storia queer con la saggezza adatta, modifica questa situazione e ne fa un tormentato romanzo molto personale, fino a girare delle scene nella propria casa d’infanzia a Croydon (borgo del sud di Londra) per svelarci il passato del protagonista.

Adam (Andrew Scott) è un solitario sceneggiatore televisivo che vive in un appartamento nella capitale britannica nella zona di Stratford, nel nord-est, in un quartiere residenziale moderno, dove una tarda sera, tra un momento e l’altro di sosta di una scrittura che non riesce a sgorgare, sente bussare alla porta. Meravigliato dal fatto che non solo non frequenta alcuna persona ma che quel palazzone moderno è quasi totalmente vuoto, aprendo, fa conoscenza con un inquilino, Harry (Paul Mescal), che, bottiglia in mano, gli propone di passare la serata bevendo il suo whisky giapponese e magari poi trascorrere la notte insieme. Adam è timido, riservato, di pochissime parole: ha solo un sorriso dolcissimo e disarmante, che esprime mille e più cose e decide così di rifiutare gentilmente l’invito e magari, chissà, un’altra volta.

Anche perché la sceneggiatura che sta scrivendo si riferisce alla sua famiglia, Adam rivà continuamente con il pensiero a quella maledetta notte di Natale di 30 anni prima, in cui i genitori (Jamie Bell e Claire Foy) morirono uscendo di strada con l’auto mentre tornavano da una serata con amici. Soffre ancora per la loro assenza, anzi proprio mancanza in senso fisico e affettivo e gli vien voglia di visitare quella sua casa d’infanzia ormai disabitata a Croydon. Lì, bussando all’ingresso, viene accolto dalla madre e dal padre tali e quali a quando li aveva persi, in pratica giovani come lui. Sembrano tre coetanei: cena con loro e promette di tornarvi. Rientrato nel suo appartamento, incontra di nuovo Harry e questa volta ricambia il suo interesse, iniziando così una vera e affettuosa relazione. In una delle sue visite alla casa dei genitori, pressato dalla madre in merito alle sue relazioni del momento, finalmente avverte il momento giusto per fare coming out e se lei in un primo momento non reagisce come lui sperava, è il padre che si mostra più comprensivo. Anzi ammette di rammaricarsi che, avendolo un po’ intuito quando lui da piccolo andava a scuola e subiva il bullismo omofobo dei compagni, anche violento, non aveva mai avuto il coraggio di sostenerlo e consolarlo quando lo sentiva piangere nella sua cameretta.

Tra una visita e l’altra, la nebbia relazionale si dilegua, i tre si fanno quelle confidenze come non era mai accaduto prima: loro si riconciliano con il figlio e lui si sente attratto dal loro amore e da una nostalgia senza pari, riandando con la mente ai tanti bei ricordi, ancorché stemperati da una certa severità tipica di quegli anni. Adam vorrebbe allungare queste riunioni, non farle finire mai, vorrebbe riparare al tempo perduto, alle occasioni mancate. Li osserva con il suo sorriso malinconico che dispensa solo a Harry nei momenti di intimità. I due si amano con tutto il cuore e Adam finalmente avverte il calore umano che gli stava mancando da troppo tempo, forse da sempre, rileggendo la vita che aveva vissuto con i suoi. Il padre e la madre erano buoni e gentili, ma lui non aveva mai provato la profondità del vero affetto familiare, chiuso nel dover nascondere la sua omosessualità. In casa e a scuola, dove lo appellavano girl. Il film non ci mostra altri ambienti, altri personaggi, se non qualche serata nel gay bar tra spinelli, alcol, droga e balli. Quindi un film con un parterre ristretto ed essenziale che riempie, però, l’intero mondo della vita di Adam, che trova sponda nell’amico trovato Harry e che vive, come una seconda opportunità, la possibilità di colmare antiche lacune affettive e familiari, una contaminazione tra gioia del ritrovarsi, per giunta colloquiando tra persone ormai mature, quindi meglio di prima, e il momento di aprirsi e confidare le angustie vissute da adolescente. In una atmosfera ricolma di nostalgia e di rimpianti. Nel frattempo, coltiva felicemente il rapporto inatteso con il coinquilino, riempiendo un vuoto che faceva finta di non avvertire e che invece pesava come un macigno, bloccando anche la sua creatività di scrittore.
Poteva durare quanto, questo stato fantasy irreale e onirico? Quanto? Egli azzarda finanche a portare in quella casa così anni Ottanta il compagno per fargli conoscere i genitori. Ma quali genitori? Quali persone, se son morte tragicamente tre decenni prima? E difatti Harry non vede nulla al di là delle finestre della casa chiusa, disabitata e buia e invita l’altro a venir via. Quando all’improvviso. ecco il finale ci travolge e ci capovolge le prospettive, cancellando ciò che appariva realtà. Resta solo l’amore. Quello rivitalizzato dei genitori e quello più tangibile dell’amico, entrambi acquisiti come reali, da perpetuare in una lenta inquadratura finale che illumina, come il sole al centro del sistema, lo spazio stracolmo di stelle. Adam e Harry sono i più luminosi, emananti una luce calda tra i freddi puntini stellari.
Le scene più belle, comunque, oltre a quelle delle intimità tra i due uomini, girate con delicatezza e discrezione, restano una tra Adam ed il padre - commovente perché questi si commuove e gli parla a cuore aperto - e quelle con la mamma, che se lo gode osservandolo con gli occhioni spalancati che lo vorrebbero inglobare e che emanano l’affetto che gli ha potuto dare solo in parte. Momenti magici poetizzati dai versi e dalle note di Always on My Mind dei Pet Shop Boys che paiono scritti proprio per la situazione del film:
Maybe I didn’t love you / Quite as often as I could have / Maybe I didn’t treat you / Quite as good as I should have / If I made you feel, oh, second best, (you did, you did) / Girl, I’m sorry I was blind / You were always on my mind / You were always on my mind [Forse non ti ho amato / abbastanza come avrei potuto / Forse non ti ho trattato / abbastanza bene come avrei dovuto / Se ti ho fatto sentire seconda scelta, (l’hai fatto, l’hai fatto) / ragazza, mi dispiace di essere stato cieco / Eri sempre nei miei pensieri / Eri sempre nei miei pensieri].
Quanta nostalgia, quanto rimpianto! Oppure, ancora, con i versi di The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood, la potenza dell’amore… Raramente musica e parole possono spiegare quel sofferto rapporto madre-figlio come in questa occasione, aumentando notevolmente il tasso drammatico dell’opera meravigliosa di Andrew Haigh.
Una solitudine schiacciante, quella di Adam, soffocante, letale, eppure vissuta con una insoddisfatta rassegnazione, con le conseguenze che questo può comportare. Soprattutto a livello psicologico, come il film si impegna a mettere in scena, raccontando più storie attraverso il fulcro di un onnipresente Andrew Scott che ha il compito di farci credere ai suoi fantasmi e mentre cerca di fermare il tempo: lui vuole tornare dai genitori e loro gli dicono che no, basta così, lui vuole trattenere Harry ma ormai non c’è più. Un film non facile da spiegare: è più un’esperienza visiva e uditiva a cui prestare tutta l’attenzione per essere pienamente goduta. Certamente, il bravissimo regista ha dovuto camminare sul filo sospeso e restare in equilibrio tra le spiegazioni (mai didascaliche) necessarie e i particolari da lasciar intuire con calma, anche dopo; tra il non comprendere appieno senza infastidire e le emozioni da suscitare. Ogni spettatore può immaginare che ciò che accade sia tutto nella sua testa oppure che sia tutto reale: l’importante, per Haigh, è che il viaggio mentale coinvolga ed emozioni e che quindi il film diventi elaborazione del lutto e anche dei piccoli o grandi momenti che si sono persi, che sono sfuggiti e non puoi rivivere. È, in pratica, un film che tocca ognuno di noi, in special modo chi non ha più i genitori e che il fatto che sia stato amato a sufficienza o meno, conta poco, perché ognuno di noi vorrebbe rivivere quegli attimi per toccare quelle mani, essere ancora accarezzati, essere visti da quegli sguardi protettivi. E restituire l’occhiata amorevole e birichina che un bimbo o un adolescente può dare. Solo chi non ha più mamma e papà può capire.
Dicono che è meglio non guardare all’indietro, di certo, se lo fai, ti accorgi che si potrebbe restare ossessionati dall’idea che si passa tutta la vita a perdere cose. Esistono per un momento, poi svaniscono. Le relazioni sono importanti, poi crollano. Perdi le persone, letteralmente, quando muoiono. Si perdono le amicizie, si cambia e invecchiando ci si rende conto che molte cose sarebbero potute finire diversamente, ma purtroppo non ci sono più. Fortunatamente i sentimenti però restano. È questo che ci dice il film, è questa mesta considerazione che lo rende bello e malinconico come il protagonista, dal sorriso permanentemente (e verso chiunque) triste e gentile, tenero e vicino. Perché, a pensarci bene, si passa la vita senza capire bene cosa stia succedendo nel presente e solo quando succede, o si perde qualcosa, si calibra il significato di una relazione.

Una regia da brividi, una trasparenza tra il progetto e i sentimenti provati in prima persona dallo stesso Andrew Haigh (che però i genitori ce li ha ancora), una sincerità di fondo che lui è riuscito a manifestare tramite una scrittura esemplare e un cast di prim’ordine che gli ha reso tutto più facile. Jamie Bell parte come fosse fuori posto e inadatto, poi si insedia con precisione e grande mestiere in un ruolo non semplice. Paul Mescal conferma ciò che ultimamente si va dicendo e scrivendo di lui: bravo fino alla perfezione, il che non è una novità. Claire Foy non è una rivelazione ma è come se lo fosse, tanto è determinante. Un’attrice che dimostra come, avendo un ruolo difficile e dovendo essere una madre della stessa età del figlio, riesce a mantenere quella distanza generazionale che invece non è intuibile, a guardarli. Potrebbe essere una ragazza da conquistare per il giovane Adam ed invece lei è così materna e tardamente affettuosa che sembra davvero sua madre. Accipicchia, che brava! Lascio per ultimo colui che rappresenta il fulcro del film, dei sentimenti, delle paure, della nostalgia: Andrew Scott è semplicemente fenomenale e non ha sprecato questa grande occasione da protagonista, anzi dimostrando tutta la sua potenzialità. Quegli sguardi trattenuti, quel sorriso che manifesta solo generosità e gentilezza, quel suo modo di fare che evidenzia la riservatezza che lo accompagna da quando sa di essere gay e la paura di essere invasivo: tutte caratteristiche che solo un grande attore è capace di esternare assieme e bene. Adesso, la sua carriera può avere grandi risvolti, così come è successo anche a Paul Mescal dopo la grandissima prova in Aftersun.

Scott è l’emblema del film di Haigh. Ed entrambi sono gli artefici di una meravigliosa opera che si rivolge a tutti, perché altrimenti saremmo tutti estranei. Ed invece tutti rimpiangiamo inevitabilmente qualcosa che abbiamo perso. Perlomeno un’occasione, un momento, un’opportunità per dare o ricevere affetto e amore.
Perché questo film è una lettera d’amore.
Riconoscimenti
2024 – Golden Globe
Candidatura per il miglior attore in un film drammatico ad Andrew Scott
2024 – BAFTA
Candidatura per il miglior film britannico
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Paul Mescal
Candidatura per la migliore attrice non protagonista a Claire Foy
Candidatura per la migliore sceneggiatura non originale
Candidatura al miglior casting


























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