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Fahrenheit 11/9 (2018)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 8 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Fahrenheit 11/9

USA 2018 documentario 2h2’

 

Regia: Michael Moore

Sceneggiatura: Michael Moore

Fotografia: Luke Geissbühler, Jayme Roy

Montaggio: Doug Abel, Pablo Proenza

 

Michael Moore

Donald Trump

Rick Snyder

Mona Hanna

Richard Ojeda

Michael A. Hepburn

Rashida Tlaib

Krystal Ball

X González

Cameron Kasky

Timothy D. Snyder

Ruth Ben-Ghiat

Benjamin Ferencz

 

TRAMA: Il documentarista Michael Moore pone la sua attenzione su un'altra data significativa per la storia degli Stati Uniti per le conseguenze che ha avuto: il 9 novembre 2016, giorno dell'elezione alla presidenza di Donald Trump.

 

VOTO 7

 

 

Il lavoro del premiato Michael Moore nasce in un momento di forte polarizzazione politica negli Stati Uniti. L’elezione di Donald Trump nel novembre 2016 - data richiamata nel titolo che allude anche al precedente Fahrenheit 9/11 e al romanzo Fahrenheit 451 - ha rappresentato uno shock per una parte consistente dell’opinione pubblica americana. Il regista, già autore di documentari politici di grande impatto, utilizza questo film per interrogarsi non solo su come Trump sia arrivato alla Casa Bianca, ma soprattutto su quali condizioni culturali, economiche e istituzionali abbiano reso possibile la sua ascesa. Il film si inserisce quindi in una tradizione di cinema documentario militante che, dagli anni Duemila, egli ha contribuito a rendere popolare: un cinema che mescola satira, denuncia sociale, ricostruzione storica e provocazione politica.

 

 

Il documentario si apre con un’idea provocatoria: secondo Moore, la candidatura di Trump sarebbe nata quasi per scherzo, come un modo per ottenere più attenzione mediatica rispetto alla cantante Gwen Stefani. Da qui, però, la narrazione si allarga rapidamente e affronta una serie di temi che compongono un mosaico critico della politica americana contemporanea. Si ripercorre la sconfitta di Hillary Clinton e l’ascesa di Trump, analizzando il ruolo dei media, accusati di aver amplificato la figura di Trump per ragioni di audience; la capacità del candidato repubblicano di intercettare frustrazioni sociali e paure identitarie; la presenza, nel suo entourage, di figure controverse spesso coinvolte in scandali di molestie sessuali.

 

 

Il film ricorda episodi della carriera di Trump, tra cui le migliaia di azioni legali contro la Trump Organization, la sua posizione sul caso dei “Central Park Five”, che continuò a considerare colpevoli anche dopo la loro completa assoluzione, la promozione della teoria cospirazionista del birtherism contro Barack Obama (un insieme di teorie cospirazioniste secondo cui Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti e quindi non sarebbe stato idoneo a diventare Presidente). Uno dei capitoli più duri del film riguarda la crisi idrica di Flint, iniziata nel 2014, quando la città fu costretta a utilizzare acqua contaminata dal fiume omonimo. Moore accusa l’allora governatore Rick Snyder di aver causato la crisi attraverso decisioni politiche irresponsabili e denuncia anche la visita di Barack Obama nel 2016, giudicata insufficiente e deludente per i cittadini. Il documentario affronta anche la sparatoria alla Stoneman Douglas High School (2018) e segue la nascita del movimento “March for Our Lives”, criticando la dipendenza dei politici americani dai finanziamenti della NRA (National Rifle Association).

 

 

Con questa inchiesta, Moore stabilisce un parallelo tra la retorica di Trump e quella di Adolf Hitler negli anni ’30, accostando discorsi, dinamiche mediatiche e strategie di propaganda. Il film suggerisce che la democrazia americana sia oggi vulnerabile a derive autoritarie, soprattutto quando istituzioni e media non riescono a esercitare un controllo efficace. 

 

 

Il documentario sostiene che la Costituzione americana non protegga più i cittadini comuni dal potere economico e politico delle élite. Secondo lui, dopo decenni di compromessi bipartisan e di politiche neoliberiste, l’elezione di Trump rappresenterebbe un “campanello d’allarme” necessario per comprendere la crisi profonda della democrazia statunitense.

 

 

È un’opera che va oltre la semplice critica a Donald Trump: è un’analisi sistemica del declino della politica americana, della fragilità delle istituzioni e della responsabilità condivisa - media, partiti, cittadini - nel creare il terreno fertile per un leader populista. Uno dei lavori più cupi e disillusi, ma anche come un invito all’azione civile. La sua tesi finale è che la democrazia non è garantita: va difesa, riformata e, se necessario, rifondata.

Tosto, eh?

 


 
 
 

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