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Hollywood Party (1968)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 25 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Hollywood Party

(The Party) USA 1968 commedia 1h39’

 

Regia: Blake Edwards

Sceneggiatura: Blake Edwards, Tom e Frank Waldman

Fotografia: Lucien Ballard

Montaggio: Ralph E. Winters

Musiche: Henry Mancini

Scenografia: Fernando Carrere

Costumi: Jack Bear

 

Peter Sellers: Hrundi V. Bakshi

Claudine Longet: Michèle Monet

Jean Carson: Nanny

Marge Champion: Rosalind Dunphy

Al Checco: Bernard Stein

Corinne Cole: Janice Kane

Dick Crockett: Wells

Danielle De Metz: Stella D’Angelo

Herbert Ellis: regista

Paul Ferrara: Ronnie Smith

Steve Franken: Levinson

Kathe Green: Molly Clutterbuck

Allen Jung: il cuoco

Sharron Kimberly: principessa Helena

Tom Quine: onorevole Dunphy

James Lanphier: Harry

Buddy Lester: Davey Kane

Gavin MacLeod: C. S. Divot

J. Edward McKinley: generale Fred R. Clutterbuck

Fay McKenzie: Alice Clutterbuck

Carol Wayne: June Warren

Helen Kleeb: segretaria del generale Clutterbuck

 

TRAMA: L’attore indiano Hrundi V. Baksh, assunto come comparsa in un film, si dimostra talmente maldestro da distruggere il set. Viene cacciato ma, per sbaglio, la sera stessa viene invitato a un party nella villa del produttore. Con le sue gaffe a raffica, che provocano disastri, che a loro volta ne provocano altri, semina scompiglio dappertutto.

 

VOTO 7,5



Quando uscì negli Stati Uniti, molti critici notarono subito che non era una semplice commedia slapstick: era una specie di specchio deformante puntato direttamente su Hollywood, e Hollywood - come sempre - non gradiva essere guardata troppo da vicino. Il film venne descritto come una festa che inizia con un sorriso e finisce con un incendio metaforico, un caos così meticolosamente orchestrato da sembrare quasi un documentario sulla vita reale dell’industria cinematografica.



La trama, ridotta all’osso, è quella di un attore di terz’ordine che finisce per errore in una festa di altissimo profilo. Ma ciò che interessa davvero è il modo in cui la festa diventa un’arena sociale dove ogni ospite lotta per mantenere la propria immagine intatta mentre tutto intorno a lui crolla. La villa, con i suoi gadget inutili e le sue decorazioni eccessive, viene letta come una metafora perfetta dell’industria: splendida in superficie, disastrosamente fragile sotto pressione.



Va sottolineato come il film smonti con eleganza la mitologia hollywoodiana. Ogni personaggio sembra impegnato in una performance continua, come se la festa sia un set e la vita reale un’interruzione indesiderata. Gli ospiti non parlano: recitano. Non si muovono: posano. Non ridono: controllano se qualcuno li sta guardando mentre ridono. In questo contesto, il protagonista - goffo, gentile, fuori posto - diventa l’unico essere umano in un acquario di pesci tropicali convinti di essere squali.



La comicità nasce proprio da questo contrasto. È la dimostrazione pratica di come basta un individuo, non addestrato alle regole non scritte dell’élite hollywoodiana, per far saltare l’intero sistema. Una porta che si apre nel momento sbagliato, un bicchiere rovesciato, un gesto di cortesia mal interpretato: ogni dettaglio diventa un detonatore. E la festa, che dovrebbe essere un trionfo di glamour, si trasforma lentamente in un campo minato sociale dove nessuno vuole essere la prima vittima. E tutti, tragicamente e comicamente, lo diventano. Il cameriere ubriaco è memorabile.



Al tempo, ma anche oggi, possiamo ammirare anche la precisione quasi chirurgica con cui il film osserva il comportamento umano. Non c’è cattiveria, ma c’è una lucidità feroce: il micidiale Blake Edwards suggerisce che l’industria del cinema è un luogo dove la spontaneità è un difetto e l’imbarazzo un crimine capitale. Il protagonista, con la sua innocenza disarmante, mette a nudo l’assurdità di un ambiente che vive di apparenze e si sgretola al primo contatto con la realtà. Anzi, quell’innocenza è il terremoto che fa crollare il mondo di plastica del cinema.



È una commedia che ride di Hollywood senza mai alzare la voce. Una satira elegante, travestita da farsa, che mostra come dietro ogni festa scintillante ci sia un esercito di persone terrorizzate dall’idea di non sembrare abbastanza brillanti. E in questo senso, non è solo una commedia: è un manuale di sopravvivenza per chiunque abbia mai provato a restare in piedi in mezzo al glamour mentre tutto intorno a lui cade a pezzi.

Peter Sellers? Un gigante! Forse il punto più alto raggiunto dalla coppia regista-attore. Due geni!

 


 
 
 

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