I Plant My Hand in the Garden (2026)
- michemar

- 6 ore fa
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I Plant My Hand in the Garden
Germania Serbia USA 2026 dramma 1h23’
Regia: Boris Hadzija, Hoda Taheri
Sceneggiatura: Boris Hadzija, Hoda Taheri
Fotografia: Vytautas Katkus
Montaggio: Boris Hadzija
Scenografia: Michael Schindlmeier
Costumi: Anna-Maria Scharf
Hoda Taheri
Boris Hadzija
Branka Hadzija
Jahandokht Taheri
Hadi Khanjanpour
che interpretano se stessi
TRAMA: Hoda, una rifugiata iraniana a Berlino e Boris, un gay serbo decidono di sposarsi e crescere suo figlio insieme, ma affrontano le sfide della burocrazia e delle aspettative familiari.
VOTO 6,5

83.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2026 – Sezione Giornate degli Autori.
“La sessualità è fluida”, osserva divertita la mamma di Boris considerando come oggi viene accettato ogni tipo di legame, soprattutto ora che sono arrivati in Germania come migranti richiedenti asilo politico o permesso turistico. Ed il film lo dimostra ampiamente. La sua famiglia arriva dalla Serbia, mentre quella della futura sposa Hoda è iraniana. Anche la madre di quest’ultima è arrivata con un permesso temporaneo assieme all’altra figlia per festeggiare il matrimonio dei due giovani benché tutti sappiano che lui è omosessuale, ma che hanno comunque voluto e saputo generare un figlio che è in arrivo. È fluido, come dice e come viene accettata la situazione purché si possa vivere in pace nello stato germanico trovando pace e lavoro, dato che per le condizioni sociali e per necessità, in questo florido Paese occidentale permettono di vivere meglio e in libertà. Anche sessuale. Immaginano un futuro costruito secondo le loro condizioni, ma mentre si preparano per il matrimonio e si immergono sempre più nel mondo l’uno dell’altra, la loro relazione viene seriamente messa alla prova da tutta la burocrazia e dalle aspettative e storie delle loro famiglie che nessuno dei due può lasciarsi alle spalle.
Hoda, rifugiata iraniana che vive a Berlino, è incinta e profondamente legata a Boris, un uomo serbo gay. I due decidono di sposarsi e crescere insieme il bambino, pensando ad una famiglia costruita secondo le loro regole, lontana dai modelli tradizionali. Il matrimonio li costringe a confrontarsi con le rispettive famiglie: la madre e la sorella di Hoda arrivano dall’Iran, mentre Boris deve gestire una madre consapevole della sua omosessualità e un padre alcolizzato e depresso. Tornati alla loro vita quotidiana, questa si rivela più complessa del previsto: il matrimonio è in parte una finzione per regolarizzare la posizione di Hoda, e la coppia vive una relazione affettiva non convenzionale, fatta di vicinanza, distanza e ruoli in continua ridefinizione (entrambi hanno rapporti omo). La burocrazia, le aspettative culturali e le storie familiari irrisolte mettono alla prova la loro idea di futuro. Il film alterna momenti di intimità domestica a lunghe sequenze statiche, in cui i personaggi sembrano sospesi tra ciò che sono e ciò che vorrebbero diventare. Progressivamente, la narrazione si apre a interrogativi più profondi: cosa significa essere una coppia? Cosa significa essere genitori? E fino a che punto è possibile reinventare la propria identità senza tradire le radici? La loro unione diventa così un laboratorio emotivo, fragile e imprevedibile, dove ogni gesto può cambiare il senso della storia.
L’esordio nel lungometraggio dell’affiatata coppia di registi, sceneggiatori e attori protagonisti è un’opera che nasce da una pratica cinematografica già consolidata: Taheri e Hadžija arrivano da una trilogia di corti presentati a Locarno e da un lavoro che intreccia costantemente autobiografia, performance e messa in scena. Il film è dichiaratamente costruito su esperienze personali, ma non per aderire al realismo: al contrario, i registi usano la finzione come strumento per smontare ciò che appare reale. E difatti, rispecchiando la propria mentalità, la regia si rivela essenziale: lunghi piani fissi, ambienti chiusi, personaggi ripresi a distanza come figure in un quadro. Lo spazio non è mai neutro: è un contenitore che imprigiona o libera, a seconda dei momenti. Il tempo è fluido (come il sesso?), con sequenze che sembrano flashback ma non lo sono del tutto, e con sovrapposizioni temporali che destabilizzano lo spettatore. Ovvio che questa scelta formale crea un effetto di stordimento percettivo, come se ogni scena chiedesse di essere interpretata più che semplicemente guardata. Più volte, io stesso, quando iniziava una nuova scena mi chiedevo dove e quando mi trovassi e necessita impiegare alcuni minuti per inquadrare il momento cronologico.
Il film affronta temi complessi: la migrazione, la burocrazia, la costruzione di una famiglia queer, la tensione tra identità personale e identità istituzionale. E sono argomenti importantissimi e molto attuali, lo vediamo quotidianamente anche con i notiziari che ascoltiamo. La storia e le discussioni sui passaporti, per esempio: il film afferma che è un oggetto reale ma l’identità che conferisce è immaginata; un matrimonio può essere legale ma non definire davvero una relazione; la genitorialità può essere desiderata ma non corrispondere ai ruoli tradizionali. Sembra una storia filmica da intrattenimento ed invece, come si può notare, vi si tratta solo di questioni vitali della nostra esistenza. Però, nello spirito che li anima, i registi confezionano un cinema che interroga, ma non che risponde. Taheri e Hadžija non cercano di rappresentare la realtà: vogliono interrogarla. Ne deduco che il loro cinema è un atto politico (tutto è politico nella nostra vita, tutto!) e poetico insieme: mette in crisi ogni categoria – madre, padre, marito, moglie, figlio – e ogni forma narrativa convenzionale. La finzione non è un rifugio, ma un campo di battaglia dove, in definitiva, si ridefiniscono identità, desideri e relazioni.
Se vogliamo trovare un limite concettuale del film va detto che sta in diversi momenti di, chiamiamola, vaghezza. Che è come un rischio, perché la loro radicalità formale e concettuale ha un prezzo: il film rischia di cadere nella sua stessa indeterminatezza. In più, l’assenza di ironia e la continua decostruzione possono lasciare lo spettatore in una zona di incertezza che, a tratti, indebolisce l’impatto emotivo. Non escludo, come è capitato a me, che il pubblico ne resti a tratti sconcertato.
La regia è coerente, rigorosa, coraggiosa. Taheri e Hadžija dimostrano una visione precisa: un cinema che non vuole rassicurare, ma mettere in discussione. La scelta di usare le proprie famiglie come interpreti aggiunge un livello di tensione e autenticità che non potrebbe essere ottenuto con attori professionisti estranei alla storia. Di conseguenza la recitazione è volutamente non-naturalistica: i personaggi parlano, ridono, discutono, fanno sesso, ma sempre come se fossero osservati da un occhio esterno. Hoda Taheri e Boris Hadžija, interpreti di sé stessi in una versione fittizia, portano in scena una vulnerabilità che è insieme reale e costruita. E ci mettono tanto di proprio: la sequenza con la zumata all’indietro del proprio organo sessuo-riproduttivo da parte di Hoda Taheri pare una lezione di anatomia e riproduzione umana di Piero Angela. Lei non ha remore a mostrare la sua intimità come solo raramente accade, forse solo nel porno, che non è il nostro caso. E vi resta per molti secondi con una naturalezza che disarma e semplifica (scusate per le quattro ultime lettere…), ma tutto ciò dimostra solo coraggio e chiarezza artistica. Complimenti, comunque.
A mio modesto parere è un film che non vuole essere compreso, ma da osservare. È un’opera che smonta la finzione per mostrarne la potenza, che usa la famiglia per parlare di identità, che usa la migrazione per parlare di appartenenza, che usa la coppia per parlare di libertà. Un debutto che conferma la coppia Hoda Taheri e Boris Hadžija come autori da seguire: radicali, personali, profondamente contemporanei.
Li ho davvero apprezzati. Vediamo se Venezia 2026 li premia?
Perché questo titolo? Probabilmente perché gli autori vogliono chiarire che sia un gesto di radicamento: mettere radici, tentare di far crescere qualcosa di nuovo. Hoda e Boris, con la loro relazione atipica, provano a piantare un futuro che non ha un modello preesistente. E poi ancora, Il “giardino” è lo spazio dove si coltiva ciò che non esiste ancora e qui diventa il simbolo del loro progetto di vita: un matrimonio, un figlio, un equilibrio che sfida burocrazia, tradizioni e ruoli imposti. Tutto coerente con il tono del film.





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