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Saint Omer (2022)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Saint Omer

Francia 2022 dramma 2h2’

 

Regia: Alice Diop

Sceneggiatura: Alice Diop, Amrita David, Marie NDiaye

Fotografia: Claire Mathon

Montaggio: Amrita David

Scenografia: Anna Le Mouël

Costumi: Annie Melza Triburce

 

Kayijge Kagame: Rama

Guslagie Malanda: Laurence Coly

Valérie Dréville: presidente del tribunale

Aurelia Pétit: Vaudenay

Xavier Maly: Luc Dumontet

Robert Cantarella: procuratore generale

Salimata Kamale: Odile Diatta

Thomas de Pourquery: Adrien

Adama Diallo Tamba: Seynabou

Mariam Diop: Khady

Dado Diop: Tening

Charlotte Clamens: Cecile Jobard

 

TRAMA: Rama, una scrittrice, assiste al processo di Laurence Coly presso il tribunale penale di Saint-Omer per usare la sua storia per scrivere un adattamento moderno dell'antico mito di Medea, ma le cose non vanno come previsto.

 

VOTO 7

 

 

Il film riflette fortemente la personalità di Alice Diop, al suo esordio nel lungometraggio dopo aver realizzato corti e documentari premiati. Questo emerge sia dalla sua esperienza personale che dagli studi compiuti. Le sue origini senegalesi e la prospettiva multiculturale si riflettono nei temi sociali affrontati, conferendo alle sue opere una sensibilità particolare verso le dinamiche contemporanee della Francia. Cresciuta fino ai dieci anni nel complesso residenziale Cité des 3000, noto per la difficile situazione sociale al suo interno, studia all'università di Évry prima storia, poi sociologia, in cui si laurea. Quindici anni dopo aver lasciato il quartiere natio, ritorna a filmare la diversità culturale dell'area in cui è cresciuta per il suo primo documentario. Tutto ciò spiega – e lo si intuisce meglio dopo averlo visto – la natura e il contenuto di questo bel dramma girato con la veste di un film processuale.

 

 

La protagonista è Rama (la bellissima Kayijge Kagame), che partecipa al processo di Laurence Coly (Guslagie Malanda), accusata di infanticidio per aver lasciato annegare la sua bambina di soli 15 mesi, abbandonata sulla spiaggia in attesa della imminente alta marea. Durante il processo, le certezze di Rama saranno costantemente messe alla prova in un film che, secondo la regista, vuole esplorare la grande domanda universale del nostro rapporto con la maternità, specialmente quando è difficile come quella vissuta in prima persona dalla donna sotto processo. Ma la messa in scena solleva anche questioni relative all'eredità coloniale, alla condizione delle donne, alla giustizia, ai media e ai sistemi di rappresentazione e descrizione.

 

 

Il film proviene da tre anni di riflessione dopo aver sul serio seguito il vero processo, sostenendo la necessità di tradurlo in finzione per introdursi in prima persona, mediante la presenza fisica dell’attrice, nella vicenda. Se ne deduce che quel personaggio è proprio lei stessa come in una sorta di autopsicanalisi. Per giunta sofferta, e lo si nota benissimo. Questo perché la Diop affronta uno dei territori più scivolosi del cinema contemporaneo: l’incontro tra la cronaca nera e l’indagine sull’invisibile e l’immateriale, ciò che sfugge cioè alle spiegazioni lineari. Il processo a Laurence, giovane donna senegalese accusata di aver lasciato la figlia alla marea, diventa il centro di un film che non cerca mai la ricostruzione del fatto, ma la frattura interiore che lo ha reso possibile. In altri termini, non interessa tanto l’indagine poliziesca ma quella psicologica, il processo mentale che è maturato nella povera donna che soffriva e nessuno pare lo notasse.

 

 

La regista, forte della sua esperienza documentaria, costruisce un’aula di tribunale che sembra un luogo sospeso, quasi rituale. Non pare un film di finzione. Lì, la sua alter ego, la scrittrice Rama, osserva, ascolta, assorbe. Il suo sguardo – incerto, vulnerabile, attraversato dalla propria gravidanza – diventa il filtro attraverso cui lo spettatore tenta di avvicinarsi all’altra donna, ma ogni tentativo di comprensione si infrange contro un enigma che non si lascia addomesticare. Perché non è semplice capire quella donna in piedi e immobile, con lo sguardo di traverso verso la giudice che la interroga: è una figura enigmatica. Non è mai presentata come vittima né come mostro. È una presenza che sfugge pur parendo chiaramente colta, che si esprime con ragionamenti articolati, perfettamente padrona della lingua, ma allo stesso tempo fragile, isolata, sospesa tra due mondi che non la riconoscono. Dai suoi racconti appare chiaro come sia rimasta segnata da un percorso migratorio che l’ha resa estranea ovunque, come ricordano le testimonianze e gli sguardi che la circondano.

 

 

La sua psicologia emerge per sottrazione. Le sue parole, spesso contraddittorie, non cercano di convincere: sembrano piuttosto tentativi di dare forma a un vissuto che non ha più un linguaggio. Diop non la giudica e non permette allo spettatore di farlo facilmente. Ogni elemento – l’intelligenza, la solitudine, la relazione con l’uomo che la ospita, le allucinazioni, il richiamo alla stregoneria – compone un ritratto che non si chiude mai in una diagnosi. E qui, per lei il tribunale diventa un palcoscenico in cui si rivelano le tensioni profonde della società francese: il retaggio coloniale, il razzismo sottile, le aspettative sulla maternità, la difficoltà di appartenere a più culture senza essere riconosciuti da nessuna. La dinamica tra giudici, avvocati e imputata non è solo giuridica: è culturale, simbolica. Ogni domanda sembra chiedere a lei non solo di spiegare un gesto, ma di giustificare la propria identità.

 

 

Rama, seduta tra il pubblico, sente questo peso sulla propria pelle. Il film la segue mentre il processo incrina le sue certezze sulla maternità, sulla trasmissione familiare, sul rapporto con la propria madre. La sua presenza non è un semplice dispositivo narrativo: è la dimostrazione che la storia di Laurence non riguarda solo Laurence, perché è da tempo Rama lavora sul mito di Medea (e da qui l’omaggio a Pasolini) e trova questa vicenda molto attinente e lo fa senza mai trasformare Laurence in un’allegoria: il riferimento serve a mostrare come la maternità, quando non aderisce al modello idealizzato, venga immediatamente percepita come devianza. L’ulteriore evoluzione di queste sue riflessioni porta il film a mettere in scena una maternità vissuta nella solitudine, in un contesto che chiede alle donne di essere madri infallibili. Inevitabile, a questo punto che il film diventi politico nel senso più profondo: non perché prende posizione, ma perché mostra quanto sia fragile e costruita l’idea stessa di madre.

 

 

Un aspetto colpisce fortemente: la messa in scena rigorosa, quasi ipnotica, con lunghi primi piani fissi, che qualche volta non cambiano neanche quando inizia a parlare un altro personaggio soffermando l’obiettivo sul viso di chi ascolta. Una regia asciutta senza orpelli, un ritmo lento e inesorabile in mezzo ad una luce naturale che non cerca effetti o clamori. Parrebbe un documentario, ma è un racconto che si scopre dettagliato con il trascorrere dei minuti, affondando, minuto dopo minuto, nella tragedia di una donna che pare non capire il gesto compiuto e che noi non capiamo, neanche alla parola fine. Ricerca di suspence zero, studio della verità tanto, emotività da annegarci dentro. Piuttosto, atmosfera sospesa e silenzi per capire, perché prove non se ne trovano né è possibile cercarne. È un dialogo soprattutto a due tra la giudice e la donna sul banco degli accusati. Noi, spettatori. Doppiamente spettatori.

 

 

Non è un’opera che aspetta risposte, apre solo domande inquietanti e ci lascia nel dubbio: sì, la bimba è morta affogata ma perché e cosa ha mosso la madre resterà nel dubbio, facendoci accettare l’idea di quanto sia fragile la linea che separa la comprensione dal giudizio. Al pubblico non resta che i due visi immobili di Rama e della povera Laurence, due volti che rimangono nella memoria anche dopo la visione del film. Di questo è stata capace la Alice Diop (aiutata da una crew tutta interamente al femminile) regista di finzione che dimostra al primo colpo di quale tipo di maturità è dotata per un cinema che interroga, che scava, che non consola.

Fateci caso: gli unici a non capire nulla sono gli uomini. Le altre donne poco, gli uomini proprio nulla.

Ottime le due attrici in primo piano.

 


Riconoscimenti

Mostra di Venezia 2022

Leone d’Argento - Gran premio della giuria

Leone del futuro - Premio Venezia opera prima

César 2023

Migliore opera prima

Candidatura miglior promessa femminile a Guslagie Malanda

Candidatura miglior sceneggiatura originale

Candidatura miglior fotografia

 


 
 
 

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