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Il divorzio di Andrea (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 23 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Il divorzio di Andrea

Andrea lässt sich scheiden

Austria 2024 commedia drammatica 1h34’

 

Regia: Josef Hader

Sceneggiatura: Josef Hader, Florian Kloibhofer

Fotografia: Carsten Thiele

Montaggio: Roland Stöttinger

Scenografia: Christoph Kanter

Costumi: Martina List

 

Birgit Minichmayr: Andrea

Josef Hader: Franz

Thomas Schubert: Georg

Robert Stadlober: Walter

Thomas Stipsits: Andy

Branko Samarovski: padre di Andrea

Marlene Hauser: Gerti

Margarethe Tiesel: madre di Andy

Norbert Friedrich Prammer: Gerhard

Michael Edlinger: marito di Gerti

 

TRAMA: Tutto quello che la poliziotta Andrea desidera è riuscire a divorziare e ottenere una promozione al lavoro, ma dopo aver accidentalmente investito con l’auto proprio il marito ubriaco, fugge dalla scena dell’incidente, finendo automaticamente dalla parte del torto.

 

VOTO 7

 

 

Che siamo in una commedia dalle sorti incerte e che sia imprevedibile cosa possa diventare in seguito, lo si può intuire sin dalla prima sequenza, in cui su una strada deserta della campagna della Bassa Austria sfreccia un’auto della polizia che si ferma all’inizio di una via sterrata affinché i due agenti possano posizionarsi in osservazione del traffico (ma quale?) e misurare con un autovelox portatile la velocità delle macchine in transito. Siamo in una zona così profonda della provincia austriaca che pare uno dei nostri amati racconti della provincia rurale americana dove non solo si conoscono tutti, ma non passa mai un estraneo e il movimento è minimo. L’unica variazione alla monotonia è un eventuale festa per il compleanno di uno dei due poliziotti, dove puntualmente resteranno tutti ubriachi di birra e di qualcosa di più forte. La contrastante musica che accompagna questa scena è un coro di voci bianche di una cerimonia religiosa. Cosa mai potrà succedere in un posto così? Tant’è che la multa, i due, la fanno per davvero, ma ad un conoscente (si conoscono tutti!) che, in questa terra di agricoltori e allevatori, sta andando a tutta per recuperare una bestia infortunatasi da recuperare prima possibile, prima che muoia.

 

 

Andrea (Birgit Minichmayr), la poliziotta che comanda il duo di pattuglia che comprende anche Georg (Thomas Schubert) è irremovibile, anche se è stata compagna di scuola dell’uomo e la multa scatta inevitabile. Non è l’unico momento definibile introduttivo al film: il secondo è la festa nel bar del compleanno dell’altro agente, in cui ci sono quasi tutti gli abitanti del paese, con fiumi di birra e shottini di alcol ingoiato tutto d’un fiato. Inesorabile che alla fine del conviviale siano tutti più o meno alticci. Tra questi c’è anche il marito di Andrea, Andy, da cui lei si è allontanata per i soliti motivi di convivenza non riuscita, nonostante le insistenze del marito. La donna è di forte carattere, forse anche piacente nella sua bellezza teutonica, ma vista la mancata riuscita del matrimonio si è dedicata anima e cuore alla carriera e sta aspettando una buona promozione per trasferirsi a St. Pölten, vicino a Vienna. Accortasi che il marito è troppo brillo per guidare fino a casa, decide di togliergli le chiavi della macchina, costringendolo a tornare a piedi. Osservate queste due scene che definisco solo come propedeutiche al cuore nero della trama, si entra nel vivo subito dopo.

 

 

Infatti, Andrea, ripresa la sua Golf, si avvia a casa ma a causa di un attimo di distrazione al cellulare per rispondere al vecchio padre che l’attende impaziente, si accorge di aver investito qualcosa sulla strada: scende e si accorge che a terra c’è proprio il marito Andy! Che fare? Dopo qualche tentativo infruttuoso di manovra salvavita di ventilazione artificiale e un attimo di incertezza, prende una decisione errata: scappa via lasciando il corpo esanime e torna a casa. Prima dell’alba il collega Georg suona al campanello per riferire che il marito è stato trovato morto, investito da un anziano professore di religione della scuola locale, Franz, un ex alcolista, e per questo ritenuto il sicuro investitore. Il pover’uomo ammette di averlo visto all’ultimo momento per terra e che l’accaduto è stato inevitabile. Lei riprende la vita quotidiana e fa riparare il cofano danneggiato della sua Golf, cercando di anticipare il suo trasferimento alla nuova sede. Ovviamente riflette parecchio sull’incidente ma cerca di soprassedere e dare una svolta alla sua vita, e si avvicina a quel professore ignaro nel tentativo di aiutarlo a cavarsela dal brutto impiccio in cui si ritrova catapultato.

 

 

È qui, difatti che inizia davvero il film, nello strano rapporto che nasce tra la protagonista e il povero prof che continua a restare sobrio dall’alcol ma rimanendo anche rassegnato da un destino inesorabile che gli si è abbattuto addosso, come una disgrazia di cui non sa nulla. Poco servono gli incoraggiamenti della donna e l’offerta del suo aiuto. L’uno è un individuo che ha interiorizzato la propria sorte negativa fino a considerarla l’unica possibile, l’altra sembra impassibile. L’uno cerca senza risultati di elaborare l’accidente, l’altra convive con l’omicidio stradale e la mancanza di onestà, creandosi una scorza mentale per vivere una vita apparentemente ordinaria. Lui, il più malinconico del film, è un uomo fragile, solo, già segnato da una battaglia personale contro l’alcol e pronto, quasi senza opporsi, ad accettare una colpa che non gli appartiene del tutto. Lei non è un’eroina limpida, è una persona che sbaglia, calcola, tace, prova a salvarsi, attorniati da uomini invadenti, colleghi paternalisti, ex mariti ubriachi, conoscenti che sanno sempre troppo e capiscono sempre troppo poco, finendo tra le braccia del personaggio più insipido di tutti.

 

 

Ma si sa, la polizia e il medico legale possono benissimo risalire, con le tracce lasciate sul corpo del morto all’auto dell’investimento e quindi al proprietario del mezzo. Lei lo sa bene ma pare insensibile, atrofizzata pur se preoccupata, e tira dritto, accettando anche un compromesso, mentale e affettivo, impensabile per il carattere che la contraddistingue. Il finale è inatteso e anche un po’ di comodo per la regia. Se era successo che un altro uomo si era convinto di essere responsabile di ciò che era accaduto, lei aveva comunque tentato di restare a galla in un ambiente che osserva, giudica e soffoca. Insieme formano una strana alleanza fatta di silenzi, tentativi goffi e sensi di colpa trattenuti. Lo scambio finale tra la caffettiera e la macchina è la rappresentazione più emblematica di un rapporto anomalo. Ma anche di alleanza e silenzio.

 

 

Il secondo lungometraggio del regista Josef Hader è una tragicommedia asciutta che lavora per sottrazione: dialoghi brevi ma con battute fulminanti, ambienti spenti, personaggi che sembrano muoversi dentro una provincia che non concede vie di fuga. Hader costruisce un racconto dove la colpa non è mai lineare e la verità rimbalza tra i protagonisti come un peso che nessuno riesce davvero a sostenere. Ed è notevole il suo lavoro, impossessandosi del personaggio di Franz e rendendolo il più tenero ed umano di un parterre che pare alieno, o per lo meno alienato. Qui si dimostra ottimo regista e altrettanto interprete, premiato sia col primo lungo che con questo secondo. Ma la vera sorpresa è Birgit Minichmayr, che dà vita a una figura dura, ambigua, quasi western, mentre il film scivola con naturalezza dal tono da commedia a un noir morale, fatto di scelte sbagliate, alleanze inattese e un umorismo secco che arriva sempre un attimo dopo la tragedia. È un’opera che non cerca consolazioni: preferisce osservare i suoi personaggi mentre provano, goffamente, a salvarsi da sé stessi. Tutti cercano di salvarsi, dalla protagonista al povero marito, dal prof che vuole uscire dalla rassegnazione ballando nel locale mesto e colorato, fino a tutti i compaesani racchiusi in un luogo dimenticato dal mondo.

 

 

È un film che ironicamente è abitato da figure che cercano di ricominciare, tutti in un equilibrio momentaneo, in attesa del nulla. Corpi che sopravvivono sperando di non essere dimenticati come le bestie morte di sete nella stalla, in un deserto rurale esemplificato dalle strade vuote di giorno e di notte, in un paese dove non succede niente, finché succede tutto. Luogo immobile di gente immobile che pare arrivare dritto, se si osserva attentamente le loro posture e i loro dialoghi scarni e secchi, dai film di Aki Kaurismäki, ma stavolta grigio. Meno colorati, certo, ma della stessa pasta, perché abitano spazi troppo larghi per le esigenze che cercano. Casolari, stalle, campi, trattori. Ecco, un film di trattori, a cui certamente la multa per eccesso di velocità non la puoi fare, per cui non resta, per dare un segnale di vitalità, che multare l’amico che ti guarda straniato. Un campionario umano la cui campionessa è lei, non altre che Andrea, che alla fine un accomodamento lo accetta. Una commedia che è un dramma, da cui l’anglosassone dramedy, come le insignificanti vite della gente comune. Ci manca solo la polvere del Midwest.

Complimenti a Josef Hader e a Birgit Minichmayr.

 


 
 
 

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