Il ladro di bambini (1992)
- michemar

- 12 mar 2023
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 22 nov 2025

Il ladro di bambini
Italia, Francia, Svizzera 1992 dramma 1h54’
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli (Giorgia Cecere, dialoghi)
Fotografia: Tonino Nardi, Renato Tafuri
Montaggio: Simona Paggi
Musiche: Franco Piersanti
Scenografia: Andrea Crisanti
Costumi: Gianna Gissi, Luciana Morosetti
Enrico Lo Verso: Antonio
Valentina Scalici: Rosetta
Giuseppe Ieracitano: Luciano
Florence Darel: Martine
Marina Golovine: Nathalie
Fabio Alessandrini: Grignani
Agostino Zumbo: sacerdote dell'istituto
Vitalba Andrea: sorella di Antonio
Massimo De Lorenzo: signor Papaleo
Celeste Brancato: signora Papaleo
Vincenzo Peluso: carabiniere napoletano
Santo Santonocito: carabiniere siciliano
Renato Carpentieri: maresciallo di P.S.
Maria Pia Di Giovanni: madre di Rosetta e Luciano
TRAMA: Antonio, un poliziotto, ha l'ordine di portare Rosetta e suo fratello Luciano da Milano in Sicilia in un orfanotrofio. La loro madre è stata arrestata per aver costretto Rosetta a lavorare come prostituta.
Voto 7,5

Tutto ha inizio dalla vicenda di una famiglia di siciliani emigrati in un quartiere periferico di Milano. La madre, senza marito, vive di lavori saltuari e non riesce a mantenere i due figli, Luciano di nove anni e Rosetta di undici. Per sbarcare il lunario, la donna ha purtroppo costretto Rosetta alla prostituzione. Questa situazione perdura fino al giorno in cui intervengono le autorità. Dopo l'arresto della madre, i bambini vengono destinati ad un istituto a Civitavecchia e per questo il carabiniere Antonio (Enrico Lo Verso) viene incaricato di accompagnarli in treno insieme al collega Grignani, che però scende a Bologna per incontrare una sua vecchia fiamma lasciando all’altro l'intera incombenza, che dovrebbe risolversi in una semplice formalità di un paio d'ore. I due bambini mostrano subito una certa antipatia verso quell’uomo in divisa e le cose continuano a complicarsi, non solo per via dallo stato di salute di Luciano, sofferente di asma; infatti, l'istituto si rifiuta di ammettere i due bambini insistendo sul fatto che tra i documenti portati manca un certificato medico di Rosetta: si tratta presumibilmente di una scusa della direzione per liberarsi di un caso ritenuto scomodo. Ad Antonio non resta che continuare il suo lavoro senza poter passare per le vie gerarchiche, dato che è costretto a coprire l'imboscamento del collega. I tre si dirigono quindi verso Gela, dove un secondo istituto dovrebbe ospitare Rosetta e Luciano.

Quella che doveva essere una facile trasferta burocratica si trasforma in una lunga avventura tra alcune città, dove per un motivo o l’altro si fermano, e i tre hanno modo di potersi conoscere meglio, trasformando il viaggio in un’occasione per stabilire inaspettatamente un rapporto amichevole, se non addirittura di affetto e comprensione, soprattutto da parte del militare, che si sente responsabile dell’amaro destino dei due ragazzini.

Civitavecchia, Napoli, Calabria, dove Antonio si ferma presso la casa della sorella, sono le tappe che danno le pause al viaggio e in questo ultimo luogo si crea una situazione imbarazzante dopo che il carabiniere aveva mentito ai parenti sulla provenienza dei bimbi: li aveva presentati come figli di un superiore ma la copertina di una rivista rivela la vera identità e la storia di Rosetta. La vicenda si complica vieppiù quando, a causa del furto della macchina fotografica della ragazzina, nella questura della città il carabiniere non viene elogiato per il suo lavoro, ma viene minacciato di procedimento disciplinare perché i ritardi nel viaggio gli vengono imputati come sfruttamento sessuale della situazione, e soprattutto perché non ha denunciato l'assenza del collega.

Il pregevole lavoro di Gianni Amelio punta sui piccoli gesti, le espressioni con cui è possibile leggere i volti dei personaggi, e illustra con occhio compassionevole la durezza della vita quotidiana quasi con uno sguardo documentaristico, forse persino con una mentalità da neorealista. Il regista, con grande delicatezza – come è costume del suo cinema - si astiene da ogni giudizio sarcastico o accusatorio. Le sequenze di questo anomalo road movie sembrano casualmente un viaggio attraverso paesaggi e città italiane che danno sempre l’impressione che siano inospitali per l’uomo, quasi inagibili. E poi ancora mostra come le persone possono perdersi e sentirsi sole nei lunghi corridoi di stazioni ferroviarie, case, stazioni di polizia, vagoni ferroviari. Tutto è distorto dalle apparenze e dalla ipocrisia: al bambino della comunione della famiglia di Antonio è proibito giocare con Rosetta, dopo la scoperta della verità; il capo della polizia chiede sospettoso se Antonio abbia dormito in una stanza con i bambini dell'albergo; persino Rosetta, ad un certo punto, minaccia Antonio di accusarlo di essere stata palpeggiata da lui. Nel caso di Luciano, tutta la sua sofferenza è nascosta dietro un muro di silenzio che raramente lo fa sorridere. Che stia cercando la sua infanzia perduta è rivelato nella scena in cui ruba la foto di un bambino di prima elementare dall'aspetto felice e confida il desiderio di andare alla ricerca di suo padre appena avrà raggiunto i 15 anni, perché con lui gli piacerebbe fare un grande viaggio. Da suo canto, come sa farci intendere il regista, Rosetta, nonostante tutta la sospettosa aggressività che la avvolge come un mantello protettivo, mostra quanto abbia bisogno di amore e affetto: la paura di non rivedere mai più sua madre, nonostante tutto quello che le ha fatto, la fa star male. Come è umanamente comprensibile per ogni adolescente. In questo caos di sentimenti e reazioni, Antonio, a volte stupito dall'incredulità, a volte con inorridita impotenza, capisce i bisogni dei due piccoli compagni di viaggio e fa l'unica cosa giusta con una ingenuità quasi disarmante: reagisce umanamente.

Ciò che colpisce del film è la crudezza e la semplicità di una storia che parte dell’intimo dei personaggi, piccoli o grandi che siano. Emoziona la veridicità di un racconto che Amelio non fa mai diventare sentimentalismo, sfruttando le immagini senza furbizia ma con realismo, con pochissimo commento musicale, e soprattutto con l’intensità del lavoro non solo dei due bravissimi ragazzini ma di un Enrico Lo Verso che raramente ha potuto esprimersi così al meglio, forse solo e soltanto ritrovando il regista in altre due bellissime opere dello stesso: Lamerica e Così ridevano. Il suo Antonio lo interpreta con minimi movimenti e piccoli gesti per disegnare un uomo insicuro che si aggrappa disperatamente a quella speranza di relazioni interpersonali che nella sua vita non è mai riuscito ad ottenere da altri. Un uomo solo con due adolescenti soli.

Nonostante tutto, il film non è affatto deprimente, anche se non accomodato dal lieto fine: Gianni Amelio ci indica infatti uno stimolo ad avvicinarsi agli altri, a comprenderli, a capire quello che si diventa con le vicende che succedono ad ognuno di noi.

Riconoscimenti
Grand Prix Speciale della Giuria a Gianni Amelio a Cannes 1992 e poi miglior film agli European Film Awards.
David di Donatello 1992
Miglior film
Miglior regista a Gianni Amelio
Miglior produttore a Angelo Rizzoli
Miglior colonna sonora a Franco Piersanti
Miglior montaggio a Simona Paggi
David speciale a Valentina Scalici
David speciale a Giuseppe Ieracitano
Candidatura migliore sceneggiatura
Candidatura migliore attore protagonista a Enrico Lo Verso
Candidatura migliore fotografia
Candidatura migliore scenografia
Candidatura migliori costumi
Candidatura migliore sonoro in presa diretta






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