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Il maestro (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 22 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Il maestro

Italia 2025 commedia drammatica 2h5’

 

Regia: Andrea Di Stefano

Sceneggiatura: Andrea Di Stefano, Ludovica Rampoldi

Fotografia: Matteo Cocco

Montaggio: Giogiò Franchini

Musiche: Bartosz Szpak

Scenografia: Carmine Guarino

Costumi: Mariano Tufano

 

Pierfrancesco Favino: Raul Gatti

Tiziano Menichelli: Felice Milella

Giovanni Ludeno: Pietro Milella

Astrid Meloni: Beata Milella

Dora Romano: Wilma

Paolo Briguglia: Gregorio

Valentina Bellè: Claudia

Edwige Fenech: Scintilla

Chiara Bassermann: Francesca

Roberto Zibetti: Camillo Cecchetti

Fabrizio Careddu: Fabrizio

Carlo Gallo: direttore Scalise

 

TRAMA: Negli anni ‘80, un ex tennista deluso dalla sua mediocre carriera si inventa allenatore di un giovane talento timido, schiacciato dalle aspettative del padre. Affrontano paure e insicurezze, scoprendo che non serve nascondersi.

 

VOTO 6

 

 

Dopo due anni, si riforma la coppia regista / attore che aveva appena fatto bingo con un bel film, L’ultima notte di Amore: Andrea Di Stefano e Pierfrancesco Favino. Ma non bissando il thriller poliziesco, bensì affrontando una storia drammatica sotto le vesti di una commedia a tratti persino tragica. È l’incontro di due persone di differente età, un giovane adolescente con aspirazioni di successo sportivo ed un uomo che ha fallito nello stesso campo: il tennis. Il primo con il macigno delle aspettative di un padre che riversa sul figlio la voglia del successo, il secondo che invece lo ha mancato totalmente e che cerca in altro modo di affermarsi nel medesimo circuito.

 

 

Nel 1989, il tredicenne Felice Milella (Tiziano Menichelli) è una giovane promessa del tennis regionale. Il padre Pietro (Giovanni Ludeno), convinto che il figlio possa diventare un professionista di buon livello, sacrifica tutto per farlo partecipare ai tornei nazionali estivi, imponendogli un metodo rigidissimo fatto di appunti, schemi e segnali codificati. Per fargli fare il salto di qualità, chiama ad allenarlo Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), ex talento del tennis ormai alla deriva, segnato da dipendenze, fallimenti e un passato irrisolto. La tournée in quei tornei fatta insieme si rivela subito complicata: Felice è prigioniero delle regole paterne, Raul è imprevedibile, fragile, spesso inaffidabile. Le sconfitte si accumulano, le tensioni pure. Quando il padre rimprovera Raul per i risultati deludenti e per la sua indolenza, l’ex campione crolla: butta i farmaci e spinge Felice a liberarsi dagli schemi, ma il tentativo di cambiamento fallisce e i due litigano duramente. Una crisi psicotica porta Raul in ospedale, dove Felice scopre il suo passato: una relazione finita male, una figlia mai conosciuta, una vita di fughe.

 

 

Felice mente ai genitori sui risultati e convince Raul a portarlo all’ultimo torneo, a Napoli, dove l’uomo ritrova la sua ex compagna Claudia (Valentina Bellè) e incontra finalmente l’ignara figlia adolescente. Il confronto con il passato riapre ferite e tentazioni autodistruttive, ma il legame con Felice lo trattiene dal baratro. Il giorno della finale, mentre la polizia arriva per arrestare Raul, Felice decide finalmente di giocare a modo suo: ignora i segnali del padre e attacca a rete con l’odiato serve & volley. Lo schermo si chiude sul suo gesto libero, lasciando sospeso il risultato ma non il senso del percorso.

 

 

Come due satelliti in rotta di collisione, Felice e Raul vogliono trovare le traiettorie della loro vita nonostante il pianeta attorno a cui girano, il padre, interferisce creando solo ulteriori problemi psicologici. Il giovane ha qualche possibilità di successo per via della buona tecnica tennistica ma non è per nulla un vincente ed è troppo sotto pressione a causa degli schemi troppo rigidi a cui lo sottopone il genitore, mentre il sedicente allenatore ha una mentalità tattica opposta, libera dalle rigidità schematiche. Pietro sogna il figlio futuro campione alla stregua del Michael Chang che sconfisse Ivan Lendl, Raul ha come stella polare la fantasia e la trasgressione (non solo sportiva) di Guillermo Vilas. Chi conosce la storia del tennis sa bene quali differenze intercorrono tra questi assi dei campi da tennis e con quali modi diversi affrontavano gli avversari e la vita. Così, il campo di terra rossa diventa lo specchio della loro vita, del modo di affrontare il viaggio che li porta nelle varie località dove si svolgono i tornei dilettanteschi giovanili, mettendo a nudo maggiormente le due diversissime modalità e mentalità che separano il padre Pietro e l’allenatore Raul. In mezzo si trova il giovanissimo Felice, solo di nome, purtroppo per lui, che resta indeciso se seguire i ferrei insegnamenti del padre ingegnere – forse per questo troppo matematico – o la fantasia sportiva, e non solo, dell’uomo che lo accompagna per mezza Italia.

 

 

Entrambi i sistemi, però, portano il piccolo giocatore alla disfatta perché nessuno dei due insegna a saper perdere, aspetto importante ed educativo dello sport in genere e, se mi si permette, anche nella vita quotidiana: l’educazione alla sconfitta conduce a non considerarla una débâcle definitiva. Da una parte (il padre) la sconfitta rappresenta il completo fallimento della vita, dall’altra (l’allenatore) sembra il destino assegnato per sempre ad un uomo che ha mancato tutti i suoi impegni. Pietro non contempla la delusione, Raul ci convive da tempo, dopo tutti i fallimenti che ha vissuto e che non riesce a smaltire: una carriera sportiva abbastanza mediocre, il rigetto di ogni responsabilità, l’inadeguatezza ad un rapporto di coppia, una figlia mai cercata e abbandonata alla sola madre, il disastro finanziario e di conseguenza la depressione e le cure mai fatte per bene, il ricovero. Il pensiero di farla finita. Lui non vede nel giovane allievo il suo riscatto: è solo una maniera per sentirsi vivo e utile ma soprattutto per racimolare un buon compenso. Pietro, altra figura fallimentare, vive risparmiando tutto, anche le vacanze alla moglie e alla figlia, pur di accantonare soldi per pagare un allenatore per il figlio. In lui, per interposta persona, ha riposto i trionfi ed il riscatto di un ingegnere della SIP anonimo votato alla ordinarietà: affinché il figlio diventi un neo Chang o neo Lendl, ecco il suo sogno.

 

 

Un cialtrone ed un pivello, il peggior allestimento di una coppia destinata e non vincere mai una sola partita, ma neanche un set, perché, in fondo, la vita o si gioca da fondo campo, ribattendo ogni palla che arriva sperando che la prossima sia ancora alla portata della racchetta, oppure si gioca d’attacco, con coraggio, con fantasia e libertà, con la voglia di battersi al meglio e battere l’avversario (le avversità) per proprio merito e non per sbagli dell’avversario. In mezzo a queste due filosofie (di sport e di vita) c’è Felice e tutti i suoi ovvi dubbi di un ragazzino che deve crescere. Altrimenti c’è la classe innata, quella che aiuta sempre i campioni. Ma campioni di talento si nasce, non si diventa e qui, tra i tre uomini non ce n’è.

 

 

A questa battaglia esistenziale si aggiunge il lato personale di Raul, che salta fuori prepotente quando, per l’ultimo – inutile – torneo ha modo di reincontrare la sua vecchia fiamma, Claudia, la madre della figlia mai conosciuta e mai cercata. È il momento più drammatico e meno da commedia dell’intero film: il dialogo tra i due sarà crudo e severo ma inevitabile e lui deve incassare ancora una sconfitta, l’ennesima, per fortuna mitigata, nel momento in cui sta prendendo una brutta decisione, dall’arrivo di Felice che gli chiede aiuto perché anche lui disperato. La vita dei due non cambierà molto ma è almeno una prospettiva. Fino a quel momento c’era solo buio, in fondo al maledetto tunnel.

 

 

Andrea Di Stefano firma un film che sa di picaresco, d’avventura, di road movie, ma anche tanto triste, come in realtà è stata la vera commedia all’italiana di antica memoria. Ma, beninteso, non siamo a quei livelli. È un’opera altalenante, tra momenti riusciti ed altri meno, tra il dramma e la storia farsesca di un uomo forse mai maturo e ci viene spontaneo chiedersi chi sia veramente Raul, chi sia quest’uomo mai diventato tale, che come un tennista della vita ribatte le palle degli eventi che non gradisce per evitare di giocarle come si deve, che respinge le occasioni nel campo altrui pur di non affrontarle e risolverle, che fugge dalle responsabilità con un sorriso gaglioffo, spesso promettendo, a sé e agli altri, di volersi rimettere in carreggiata ben sapendo che non lo farà mai. Felice, invece, è solo uno strumento. Uno strumento in mano ad un padre che riversa l’insana voglia di vincere per interposta persona e ad un uomo che voleva solo approfittarne per rientrare nel giro cancellando l’anonimato. Il giovane è una doppia vittima e perde alla stessa stregua dei due punti di riferimento in cui credeva.

 

 

La mia impressione è che sia un film che vive in una tensione costante tra ambizione e tradizione, e proprio in questo scarto si collocano le sue fragilità più evidenti. La sceneggiatura, per esempio, pur calibrata su un interprete magnetico come Favino, procede con un andamento irregolare, accelerando e frenando senza trovare un respiro narrativo davvero coerente. È un cinema che sembra voler rinnovare il racconto di formazione all’italiana, ma che finisce per inciampare in luoghi comuni riconoscibili, soprattutto nel rapporto maestro–allievo e nel percorso di redenzione del protagonista. Questa oscillazione tra intuizioni improvvise e soluzioni prevedibili produce un effetto di discontinuità che indebolisce la forza del viaggio, trasformando un potenziale romanzo di formazione sportivo in un percorso più controllato che realmente rischioso. A chiudere il cerchio arriva un finale troppo confortevole che lima parecchio il dramma, ma anche esplicitamente ovvio, che ricompone il film in una chiave rassicurante, quasi a voler proteggere lo spettatore da un esito più spigoloso. È un epilogo che non tradisce le promesse del film ma proprio per questo ne rivela i limiti: il film non delude perché non osa mai davvero. A salvarlo e a tenerlo in piedi è la qualità degli interpreti, capaci di dare corpo e verità a un racconto che sulla pagina appare meno solido di quanto vorrebbe.

 

 

Pierfrancesco Favino, nonostante non abbia proprio il fisico da atleta, forse più da ex, è il consueto e riconosciuto attore eccellente ed è ineccepibile; Valentina Bellè è una spanna oltre tutti; la bella sorpresa, oltre alla presenza magnetica di Edwige Fenech, è la piccola rivelazione Tiziano Menichelli, capace di esprimere la rabbia silenziosa di chi ha imparato a vivere per compiacere gli altri: ogni partita diventa una gabbia, ogni vittoria un dovere più che una conquista, ma lungo quel viaggio sulla costa italiana, tra tornei di provincia e notti non magiche in motel, qualcosa si incrina: l’adolescente comincia a intuire che l’imperfezione non è una colpa, ma una possibilità. È lì, in quella crepa, che affiora la sua libertà. Questo attorino, che riesce anche a sopportare una infinità di primi piani, sa darci tutto questo ed è molto, davvero molto.

 

 

Nel mio giudizio complessivo esprimo un voto non alto perché non ne sono rimasto entusiasta, perché non ho gradito le pause ed il ritmo incostante e qualche soluzione mi è sembrata troppo comoda per tirare avanti la trama.

 

 

Riconoscimenti

David di Donatello 2026

Candidatura miglior acconciatura

Candidatura miglior montaggio

 


 
 
 

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cinefilo da bambino

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