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Il sentiero dei fantasmi - Ghost Trail (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Il sentiero dei fantasmi - Ghost Trail

Les fantômes

Francia Belgio Germania 2024 thriller 1h46’

 

Regia: Jonathan Millet

Sceneggiatura: Jonathan Millet, Florence Rochat

Fotografia: Olivier Boonjing

Montaggio: Laurent Sénéchal

Musiche: Yuksek

Scenografia: Esther Mysius

Costumi: Anne-Sophie Gledhill

 

Adam Bessa: Hamid

Tawfeek Barhom: Harfaz

Julia Franz Richter: Nina

Hala Rajab: Yara

Safiqa El Till: madre di Hamid

Dorado Jadiba: Jalal

Fakher Aldeen Fayad: Herta

 

TRAMA: Hamid, profugo siriano, è membro di un’organizzazione che dà la caccia ai carcerieri del regime scappati in Europa. Qui è sulle tracce del suo torturatore.

 

VOTO 7

 

 

Les Fantômes si inserisce nel solco dei film europei che affrontano le conseguenze della guerra civile siriana e dell’esilio forzato dal regime di Bashar al‑Assad. Il film nasce da anni di ricerche del regista Jonathan Millet all’interno delle reti clandestine di rifugiati siriani che, in Europa, collaborano con ONG, avvocati e tribunali per identificare ex torturatori della dittatura sfuggiti alla giustizia. Il contesto è quello della competenza universale, principio giuridico che ha permesso a Germania e Francia di processare alcuni ex funzionari siriani per crimini contro l’umanità. La meraviglia è che Millet trasforma questo scenario reale in un thriller intimo, dove la caccia all’uomo diventa soprattutto una caccia alla memoria, al trauma e alla possibilità di ricostruire un’identità dopo la tortura.

 

 

Hamid (Adam Bessa), ex professore di poesia siriano, vive in esilio dopo essere sopravvissuto alla prigione di Saidnaya, uno dei luoghi simbolo della repressione del regime. Non ha mai visto il volto del suo torturatore - gli occhi bendati, il corpo martoriato - ma ne conosce la voce, i gesti, la presenza. L’odore. In Germania entra in contatto con un’organizzazione segreta di esuli, una rete informale che raccoglie testimonianze, segue sospetti e collabora con avvocati europei per identificare criminali di guerra nascosti nel continente. Un giorno, grazie a una serie di informazioni raccolte da altri rifugiati, arriva a Strasburgo dove vive sotto falsa identità, spostandosi tra dormitori, centri d’accoglienza e piccoli lavori. La città, con i suoi mercatini, i tram e i quartieri residenziali, diventa il labirinto in cui si muove come un’ombra. Lì incontra Yara (Hala Rajab), ex studentessa di medicina siriana che ora gestisce una piccola sartoria. È lei a fornirgli il primo indizio concreto: un uomo che potrebbe essere Sami Hanna, noto tra gli ex detenuti come “Harfaz” (Tawfeek Barhom), il torturatore che picchiava Hamid e altri prigionieri ogni settimana. L’uomo ora vive lì come studente di chimica, perfettamente integrato, con una nuova identità e una vita apparentemente normale.

 

 

Da qui inizia la caccia silenziosa. Hamid osserva Harfaz da lontano: lo segue nei tragitti quotidiani, registra la sua voce, confronta i suoni con i ricordi della prigione. Ogni dettaglio - un gesto della mano, un modo di camminare, un’inflessione - diventa una possibile conferma o una minaccia di errore. La rete clandestina lo sostiene, ma lo mette anche in guardia: identificare un torturatore senza prove certe può distruggere vite innocenti e alimentare ostilità verso i rifugiati. Hamid è diviso tra giustizia e vendetta, tra il bisogno di riconoscere il proprio carnefice e la paura di sbagliare. La tensione cresce quando Harfaz sembra sempre più vicino, tanto che i due uomini si sfiorano in spazi pubblici, in tram affollati, nei corridoi dell’università.

 

 

La città diventa un campo di battaglia invisibile: nessuno vede ciò che accade, ma il passato sembra emergere. Il film procede come un thriller sensoriale: rumori amplificati, silenzi improvvisi, flash di memoria, il corpo di Hamid che reagisce prima della mente. Il confronto finale - non spettacolare, non catartico - è costruito come un momento di verità interiore più che di azione. Hamid deve decidere se consegnare Harfaz alla rete, se affrontarlo, o se lasciarlo andare, sapendo che la giustizia internazionale è lenta e imperfetta. Il film si chiude con il protagonista che torna su una cattedra universitaria, con uno sguardo finalmente un po’ più sereno e a posto con la coscienza: non vendetta, ma consapevolezza che i “fantasmi” non sono solo i carnefici, ma anche le vittime che continuano a portare dentro di loro la guerra.

 

 

Quella di Millet è un’opera dalla precisione implacabile, capace di oscillare tra opacità e rivelazione senza mai perdere tensione, su una costruzione degna di un polar dove la paura non è mostrata ma percepita attraverso suoni, respiri, rumori amplificati, ed evitando ogni traccia eventuale di romanticismi e sentimentalismi, mantenendo una linea asciutta e rigorosa. La bravura del regista è stata anche quella di aver saputo scegliere l’attore, perché Adam Bessa è formidabile: il suo corpo, più che le parole, racconta il trauma, ma specialmente i suoi occhi, quello sguardo non cupo ma buio in cui si legge la sofferenza fisica vissuta prima e quella psicologica del momento, costantemente in tralice, due fessure immobili, come il viso. E di pochissime parole. Ovvio che, data la situazione e data l’atmosfera, la sceneggiatura è parca di dialoghi ma ricca di sottintesi e di silenzi pregni di significati, di sofferenze mai metabolizzate. La più dolorosa, che fa sciogliere in lacrime il giovane Hamid, è la perdita della sua piccola famiglia, soprattutto la sua bambina, e, come lo esorta Yara, solo seppellendo la sua foto ed il suo cavallino di plastica potrà trovare pace e rassegnazione per poter guardare al futuro.

 

 

Quindi, lentezza e minimalismo, che, se parte della critica trovano negative, sono invece per me il climax preciso e adatto per creare un thriller intimo siffatto, per essere anche credibile. Non ci sono colpi di scena bensì una tensione costante causata dall’impegno quotidiano che Hamid mette nel pedinare la sua preda, nel cercare di assicurarsi che sia proprio lui quello che picchiava e torturava sistematicamente lui e i suoi compagni, fino a farsi male ad una mano, come quella che oggi gli vede sofferente. La voce è la sua? La mano è quella maledetta?

 

 

Hamid ha solo il supporto di Nina (Julia Franz Richter), che ha perso il suo compagno siriano, la quale lo incita, lo sostiene psicologicamente, gli fornisce denaro per mantenersi, che avendo finalmente rassicurazioni sull’identità del ricercato Harfaz e notando esitazioni, decide di agire personalmente per giustiziarlo, mettendo a repentaglio l’integrità stavolta fisica del Nostro. Tolta qualche sequenza di azione minima, il film è naturalmente controllato ed emotivamente trattenuto, perché tale è il comportamento del protagonista, che si tiene tutto dentro macerandosi, e quindi per alcuni spettatori il film può risultare ostico e monocorde. Eppure, la bellezza ed il fascino del film li trovo proprio in questo ritmo assente, negli occhi scuri che il regista inquadra in primo piano. Il film è il viso di Hamid, è lì che dobbiamo leggerlo, è quello lo schermo che va guardato. Perché è un thriller senza spie.

 

 

Proprio per tutto ciò, volendo dare una valutazione complessiva, trovo che quello di Jonathan Millet sia un davvero un eccellente esordio, in quanto è un film che unisce rigore politico, tensione narrativa e profondità psicologica, capace di raccontare l’esilio non come condizione geografica ma come stato mentale permanente.

Ero partito con un pizzico di impazienza a causa di queste caratteristiche, col crescere ho finito rapito. Anche dalla bravura di Adam Bessa.

 

 

Riconoscimenti (tra 6 premi e 15 candidature)

César 2025

Candidatura miglior primo film

Candidatura miglior rivelazione maschile Adam Bessa

 


 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

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