top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Io sono Alice (2002)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 22 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Io sono Alice

Alice

USA 2022 thriller drammatico 1h40’

 

Regia: Krystin Ver Linden

Sceneggiatura: Krystin Ver Linden

Fotografia: Alex Disenhof

Montaggio: Byron Smith

Musiche: Common, Karriem Riggins, Isaiah Sharkey, Burniss Earl Travis, Patrick Warren

Scenografia: Gregory A. Weimerskirch

Costumi: Karyn Wagner

 

Keke Palmer: Alice

Common: Frank

Jonny Lee Miller: Paul Bennett

Gaius Charles: Joseph

Alicia Witt: Rachel

Madelon Curtis: Mrs. Bennett

Jaxon Goldenberg: Daniel Bennett

Kenneth Farmer: Moses

Natasha Williams: Ruth

Craig Stark: Aaron

 

TRAMA: Nella Georgia dell’Ottocento, una donna ridotta in schiavitù sfugge dai confini del bosco del suo rapitore. Scopre così la scioccante realtà che si cela al di là del limite degli alberi, ritrovandosi catapultata nel 1973.

 

VOTO 5,5

 

 

Debutto alla regia per Krystin Ver Linden, che tenta un audace incrocio tra dramma storico, denuncia sociale e revenge movie. L’idea del salto temporale non è un’idea facile ma è promettente, sostenuta da una Keke Palmer che si rivela una bella sorpresa. La messa in scena, però, alterna intuizioni interessanti a passaggi più caotici, con una transizione narrativa brusca che sacrifica la profondità psicologica. Un film imperfetto ma curioso, che usa il genere per parlare di identità, oppressione e risveglio politico.

 

 

Il film nasce con un’intenzione forte: raccontare la fuga di una giovane donna da un contesto di sfruttamento e violenza, trasformando la sua ribellione in un percorso di autodeterminazione. L’idea è nobile e attuale, e in alcuni momenti il film riesce davvero a restituire la tensione emotiva di una protagonista che tenta di riprendersi la propria vita. Tuttavia, non si può evitare, nonostante le tante belle intenzioni, di osservare che l’esecuzione non è all’altezza delle ambizioni.

 

 

La regia punta a un tono di quel processo personale che gli anglosassoni denominano empowerment, cioè la fase di acquisizione mentale del controllo e comprensione della propria vita, una sorta di autodeterminazione, ma spesso scivola in una messa in scena troppo didascalica, che preferisce spiegare invece di mostrare. Il risultato è un racconto che procede in modo prevedibile, senza la complessità psicologica che un tema così delicato richiederebbe. Anche la costruzione del mondo narrativo appare poco convincente: la dimensione sociale e politica resta sullo sfondo, accennata più che approfondita, e questo indebolisce l’impatto del viaggio di Alice.

 

 

Vi si racconta di Alice (Keke Palmer) che vive come schiava in una piantagione della Georgia che sembra ferma all’Ottocento, sotto il dominio brutale del proprietario Paul Bennett (Jonny Lee Miller). La sua vita è scandita da lavori forzati, punizioni e un sistema di menzogne che le ha fatto credere che il mondo esterno sia pericoloso e che la schiavitù sia ancora la norma. Determinata a fuggire, Alice, in uno dei momenti peggiori che le capitano, riesce a scappare attraverso la foresta che circonda la proprietà. Ma quando emerge dall’altra parte degli alberi, scopre qualcosa di sconvolgente: non è più nel XIX secolo, bensì nel 1973. Confusa e traumatizzata, viene soccorsa da Frank (Common), un camionista che la aiuta a comprendere la verità: la schiavitù è finita da oltre un secolo e ciò che ha vissuto è una prigionia illegale e nascosta.

 

 

Mentre si adatta lentamente alla realtà del presente, Alice inizia a informarsi sulla storia americana, sulla fine delle piantagioni e sui movimenti per i diritti civili. La scoperta della cultura Black contemporanea – in particolare le figure femminili forti del cinema blaxploitation e dive nere in genere di tutti i campi (vedi Pam Greer, Diana Ross, Angela Davis) – la ispira a trovare una nuova identità e una nuova forza. Decisa a liberare le persone rimaste nella piantagione e a chiudere definitivamente con il suo passato, Alice convince Frank ad aiutarla a tornare indietro per affrontare Bennett e rivelare la verità.

 

 

Dal punto di vista stilistico, il film alterna momenti visivamente curati ad altri più televisivi, con un ritmo che fatica a trovare una vera progressione emotiva. L’interpretazione della protagonista regge il centro della scena, ma non sempre è sostenuta da dialoghi o situazioni all’altezza. Le figure secondarie, inoltre, risultano spesso schematiche, ridotte a funzioni narrative più che a personaggi credibili. Un altro errore di scelta è una certa fretta della narrazione, che invece avrebbe avuto bisogno di snodi di sceneggiatura più ragionati (la conoscenza con il telefono, la facilità con cui prende i mezzi pubblici, il termine “macchina” che usa come se la conoscesse, entra in un bar come se lo avesse sempre fatto: ingenuità da sceneggiatura, insomma).

 

 

Nel complesso, l’opera (che farà sicuramente ricordare The Village di Shyamalan) resta un tentativo sincero ma irrisolto: un film che vuole parlare di emancipazione e riscatto, ma che non riesce a liberarsi da una struttura troppo convenzionale. Pur offrendo alcuni spunti interessanti e una protagonista che prova a dare profondità al ruolo, il risultato finale è poco meno che sufficiente, penalizzato da una scrittura fragile e da una regia che non trova mai un vero equilibrio tra denuncia sociale e racconto di formazione.

La colonna sonora è da urlo, almeno per chi come me ha “vissuto” quella meravigliosa blackmusic – funk, soul, disco, R&B – (anche con il contributo dei brani di Common presente nel cast): che bellezza!

Keke Palmer? Una potenza!

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page