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L’accident de piano (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

L’accident de piano

Francia 2025 commedia grottesca 1h28’

 

Regia: Quentin Dupieux

Sceneggiatura: Quentin Dupieux

Fotografia: Quentin Dupieux

Montaggio: Quentin Dupieux

Musiche: Quentin Dupieux

Scenografia: Joan Le Boru

Costumi: Justine Pearce

 

Adèle Exarchopoulos: Magalie Moreau

Jérôme Commandeur: Patrick Balandras

Sandrine Kiberlain: Simone Herzog

Karim Leklou: Roméo

Sava Lolov : Dimitri Herzog

Clara Choï: Wendy

 

TRAMA: Una star del web, diventata celebre pubblicando contenuti scioccanti sui social media, dopo un grave incidente avvenuto durante le riprese di uno dei suoi video, decide di isolarsi in uno chalet di montagna insieme al suo assistente personale per prendersi una pausa da tutto e da tutti.

 

VOTO 7

 

 

Se per caso qualcuno non conosce Mr. Oizo (il suo pseudonimo), basterebbe che leggesse – non dico vedesse, diciamo solo leggesse – i titoli dei film di Quentin Dupieux (vero nome), disc jockey, produttore discografico, videomaker, regista e sceneggiatore e quant’altro sul set ed avrebbe un’idea neanche tanto chiara ma sufficiente per capire che “soggetto” sia per davvero. Che so, Mandibules - Due uomini e una mosca (2020), Incredibile ma vero (2022), Fumare fa tossire (2022) (chi l’avrebbe mai detto!), Yannick - La rivincita dello spettatore (2023), Daaaaaalí! (2023), che farebbe anche capire, oltre alla prolificità in così pochi mesi, anche i soggetti che l’attirano. Ebbene, sia chiaro: ciò non basta per capire che razza di artista sia, dal momento che non ci sono errori o duplicazione nella scheda del crew: lui è effettivamente l’autore della regia e della sceneggiatura, ma anche di quasi tutto il resto dei compiti dello staff tecnico, così come fa solitamente. Tutti qui i suoi meriti? Non direi, dal momento che, se lo spettatore apprezza anche i contenuti dei suoi film, lo si giudica anche autore assolutamente originale e grottesco, fuori da ogni schema, che non ha paura di sfidare l’attenzione, la pazienza e la voglia di fantasia da parte del pubblico. Per esempio vediamo cosa succede stavolta. (si prega di allacciare le cinture!)

 

 

Questo incidente è, come sempre, una commedia nera stavolta interpretata dalla bellissima (non qui) Adèle Exarchopoulos, circondata da Jérôme Commandeur, Sandrine Kiberlain e Karim Leklou (come chi è, è quello di Vincent deve morire, altro mattacchione), che racconta la storia di Magalie Moreau, detta anche Megabocce (sì, proprio in quel senso), una star del web diventata ricca grazie a video estremi in cui mette alla prova il corpo, resa insensibile al dolore da una rara condizione congenita. Un incidente durante una delle sue performance — la caduta di un piano sospeso da una gru — provoca la morte della sua parrucchiera. Lei tenta di insabbiare tutto, ma una giornalista scopre la verità e la situazione precipita. Vediamo nei dettagli.

 

 

La storia si apre con un’immagine surreale: un pianoforte con coda manovrato da una gru che crolla precipitando al suolo su un’altura dove attendono alcune persone. Subito dopo incontriamo Magalie Megabocce (Adèle Exarchopoulos), giovane donna piena di fasciature e tutori, che si reca in uno chalet di montagna accompagnata dal suo assistente personale, Patrick (Jérôme Commandeur). Lungo il tragitto investono un corvo: lei lo seppellisce nella neve augurandogli una reincarnazione migliore, un gesto che introduce il tono grottesco e quasi favolistico del film. È una social star, creatrice di video estremi, diventata famosa e molto (moltissimo) ricca grazie ai contenuti in cui sottopone il proprio corpo a prove dolorose: scosse elettriche, colpi di martello, punture di ghiaccio, persino una macchina da cucire. La sua condizione di insensibilità congenita al dolore le permette di spingersi oltre i limiti e la sua popolarità è cresciuta proprio grazie a questa spettacolarizzazione del rischio.

 

 

Appena iniziata la vacanza riceve la telefonata dalla giornalista Simone (Sandrine Kiberlain), che le chiede un’intervista esclusiva in cambio del suo silenzio su una scomoda vicenda (l’ennesima), una disavventura messa a tacere. Controvoglia, ma spinta dal suo assistente, accetta di farla nella palestra e lì racconta la carriera e la condizione fisica, ma si rifiuta di spiegare perché continui a fare video estremi nonostante la ricchezza accumulata. Questo blocco fa irritare la giornalista, che interrompe l’incontro e se ne va. A questo punto emerge la verità sull’incidente: l’ultima performance prevedeva la caduta controllata sul suo corpo disteso di un pianoforte sospeso da una gru. Per renderla più spettacolare, aveva insistito perché il gruista Dimitri (Sava Lolov) sollevasse il piano più in alto del consentito. Quando lui si era rifiutato, lei lo aveva aggredito verbalmente, l’altro aveva perso il controllo del meccanismo e il piano era precipitato, uccidendo sul colpo Wendy (Clara Choï), la parrucchiera personale. Nel panico, Magalie aveva convinto Patrick a seppellire il corpo come fatto con l’uccello, e aveva pagato Dimitri per tacere. Ma questi è il fratello della giornalista e aveva comunque raccontato tutto alla sorella, Simone.

 

 

Temendo che la giornalista possa denunciare tutto alla polizia, Magalie decide di agire. La raggiunge la sera stessa nell’hotel dove alloggia, avendo deciso di risolvere la faccenda alla sua non provvidenziale maniera. Alla peggio, insomma. Che peggio di così non è possibile (no spoiler!). Difficile scegliere se è più paradossale ciò che è successo fino a quel momento o ciò che ne consegue. Difficile.

 

 

La spirito ribelle e anticonformista del cinema di Quentin Dupieux induce a dedurre (e poi basterebbe osservare con attenzione le sue opere) come sia attratto da tematiche particolari che lui trasforma in situazioni e trame più che singolari, decisamente grottesche e provocatorie. In questo caso, per esempio, ciò che sa esaltare – alla sua maniera – è la spettacolarizzazione del dolore e la cultura dei contenuti estremi. La protagonista ha una anomalia strana: non avverte mai alcun tipo di dolore, per cui le può accadere di tutto, si può ammaccare, ferire, sanguinare, ma dolore zero! Magalie sa sfruttare a pieno questa rarissima dote e gira video che condivide in cui si sottopone a esercizi pericolosi da cui esce spesso ferita, ma sorridente. Se ne approfitta, ricavando consensi, successo, condivisioni, soldi. Ma soldi a palate, fino a divenire ricchissima senza ritegno.

 

 

Di cosa ci parla il regista? Questo è intuibile: della sfrenata voglia di celebrità social media di personaggi anche ritenuti normali, che porta non poche volte alla estrema autocelebrazione e alla distorsione della percezione di sé. Magalie ne è la dimostrazione pratica, ne è l’esempio più paradigmatico possibile, anzi, eccessivo. E siccome l’autore vuole evidenziare gli aspetti molto negativi di questa mania, porta all’eccesso la figura della protagonista ed il suo comportamento anomalo, fuori dalla normalità, dal costume civile. Dalla morale. Perché Magalie è immorale, nella sua incoscienza cosciente. Come gli accade in altri film, Dupieux ci sta parlando ancora di morale: per esempio di colpa (e qui ce ne sono tante e di tanti), di rimozione di essa (comodo, eh?) e della casualità degli eventi, che però succedono proprio perché la diva milionaria ne facilita con le sue decisioni l’accadimento. Siccome se le cerca, le provoca.

 

 

Il corpo attoriale assume un’importanza primaria per rendere chiari i concetti ed ecco allora che quello di una attrice sensuale ed attraente può diventare, per assurdo, il latore del panegirico in questione: un rapporto che si crea tra corpo, identità e performance. Quella di Adèle Exarchopoulos è eclatante perché il regista prima la fa apparire ingessata, menomata e struccata, leggermente ingrassata, goffa, bruttina (incredibilmente), e con l’apparecchio correttivo ai denti che la fa parlare come una portatrice di handicap. Una maschera che fa ridere e sollecita compassione. Ma subito respingimento, per la mentalità prepotente, fanciullesca, presuntuosa, invadente del personaggio.

 

 

Infine, ma soprattutto, merita una riflessione uno dei nuclei più forti del film, che Dupieux sviluppa in modo satirico, disturbante e profondamente contemporaneo. Magalie non è semplicemente una creatrice di contenuti estremi: è una persona che esiste solo nello sguardo degli altri. La sua identità, il suo valore e persino il suo rapporto con il corpo dipendono dalla quantità di attenzione che riesce a generare. Per cui, la sua insensibilità al dolore diventa un capitale da sfruttare; le ferite, le fasciature, i lividi sono marchi di riconoscimento, non segnali di pericolo; la ricchezza accumulata non la libera: la incatena ancora di più alla necessità di essere vista. Il poli-artista mostra come la celebrità digitale non sia un traguardo, ma un circolo vizioso: più Magalie ottiene attenzione, più deve superare se stessa, fino a perdere ogni senso del limite. Di conseguenza, il film mette in scena un mondo in cui ogni gesto, ogni rischio, ogni tragedia può essere trasformato in materiale da condividere. Come appunto “l’incidente del piano” del titolo nasce come una performance pensata per fare numeri e la morte della parrucchiera viene trattata come un problema di immagine, non come un evento umano e persino l’evento finale (no spoiler) viene registrato, come se la videocamera fosse l’unico testimone che conti davvero.

 

 

Dupieux non giudica in modo moralistico: mostra semplicemente quanto sia diventato naturale, quasi automatico, filtrare la realtà attraverso la possibilità di filmarla e condividerla. Il film costruisce una rete di personaggi che incarnano diversi modi di consumare contenuti: c’è fan ossessivo che vuole solo un selfie, anche davanti al tentativo di un suicidio; la giornalista che cerca la verità, ma la tratta comunque come un’esclusiva da ottenere; il pubblico invisibile che ha reso Magalie ricca e che continua a chiedere spettacolo. Tutti partecipano alla stessa dinamica e la realtà vale solo se può essere catturata, condivisa, monetizzata. La logica del contenuto produce un effetto collaterale devastante: la protagonista non percepisce più la gravità delle sue azioni; l’omicidio, la menzogna, la manipolazione diventano incidenti di percorso e non colpe; la morte è un ostacolo narrativo, non un trauma. L’autore ci suggerisce che quando tutto diventa spettacolo, nulla è più reale e quindi nulla è più grave. Un assioma che fa paura!

 

 

Il corvo che vola via nell’ultima scena è un contrappunto ironico: la natura si rigenera, l’essere umano invece si consuma nella propria immagine. La domanda che resta sospesa è semplice e inquietante: se tutto è “contenuto”, cosa resta della vita?

Grottesco sì, ma è un film serissimo!

Bravo il regista, bravi tutti gli attori, Adèle Exarchopoulos tanto brava quanto imprevedibile: che sorpresa!

 


 
 
 

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