Vincent deve morire (2023)
- michemar

- 4 ore fa
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Vincent deve morire
Vincent doit mourir
Francia Belgio 2023 thriller/fantasy 1h48’
Regia: Stéphan Castang
Sceneggiatura: Mathieu Naert
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Méloé Poillevé
Musiche: John Kaced
Scenografia: Samuel Charbonnot
Costumi: Charlotte Richard
Karim Leklou: Vincent Borel
Vimala Pons: Margaux Lamy
François Chattot: Jean-Pierre Borel
Michaël Perez: Joachim DB
Emmanuel Vérité: Yves, il contabile
Jean-Rémi Chaize: Alex, il direttore
TRAMA: Vincent lavora in uno studio grafico a Lione, dove, un giorno, viene colpito senza motivo da uno stagista. L'episodio sembrerebbe apparentemente una parentesi, eppure, a distanza di breve tempo, viene nuovamente aggredito più volte da colleghi e sconosciuti. Ma quando gli episodi si moltiplicano anche per strada, è costretto a fuggire e a cambiare radicalmente il suo stile di vita.
VOTO 6,5

Di film sulla diffusione di virus, malattie endemiche e contagi in genere è piena la storia del cinema, ma forse la pandemia Covid ha accentuato la fantasia di scrittura di molti nuovi autori e specialmente tra i giovani registi si nota un certo interesse per questo sottogenere survival. Cosa che sta accadendo in particolare in Francia, come per esempio con Stéphan Castang, il quale con la collaborazione dello sceneggiatore Mathieu Naert, ha firmato questo interessante esordio nel lungo dopo qualche corto e un episodio di serie TV.
Vincent (Karim Leklou) è un grafico che conduce un’esistenza ordinaria, finché un giorno un collega stagista lo aggredisce improvvisamente e senza motivo colpendolo ripetutamente con il computer. L’episodio sembra isolato, ma il giorno dopo un altro collega lo ferisce con una biro, incapace poi di spiegare il proprio gesto. Vincent inizia a percepire un pattern inquietante: persone comuni, sconosciuti e conoscenti, sembrano perdere il controllo e attaccarlo appena lo vedono. Alcuni non ricordano nulla dopo l’aggressione, come se entrassero in una sorta di trance.
Sentendosi braccato e non creduto da nessuno, Vincent si isola e cerca rifugio lontano dalla città. In campagna scopre che non è l’unico a vivere questa situazione: esistono altre vittime e una comunità online che tenta di capire cosa stia accadendo. Mentre il fenomeno si diffonde, prova a costruirsi una nuova routine, adottando perfino un cane per essere avvisato dei pericoli. L’incontro con Margaux (Vimala Pons), una giovane donna che inizialmente sembra immune al misterioso impulso aggressivo, è una grazia ricevuta dal cielo, dato che sembra essere l’unica persona che non vuole ucciderlo e che, anzi, gli offre un barlume di normalità. Ma la minaccia è imprevedibile e costante, e la relazione tra i due si sviluppa in un clima di tensione e diffidenza.
Il mondo attorno a Vincent sembra scivolare verso un caos crescente, e lui deve imparare a sopravvivere in una realtà dove chiunque può trasformarsi in un potenziale assassino. Il film segue il suo percorso di adattamento, paura e resilienza, senza mai rivelare troppo presto la natura del fenomeno. L’unica cosa evidente, che osserviamo assieme a lui, è che quando cerca di allontanarsi con la donna - di cui non sa mai se fidarsi o meno - sente alla radio la notizia di una pestilenza e vede un mucchio di persone che cercano di uccidersi a vicenda. È chiaro: c’è uno strano contagio che contamina violenza insensata tra le persone. Tanto pericolo per lui, che è un essere mansueto.
Inquadriamo il personaggio: Vincente è un buon grafico pubblicitario che lavora in un ufficio moderno con colleghi perbene, tra cui anche l’ex compagna. Ha la faccia da bonaccione, benvoluto, persona amichevole e bonaria, ma quando si scatena questa tempesta sociale deduce che non deve guardare negli occhi le persone che potenzialmente sono una minaccia per la sua persona. Motivo per cui quando si accorge di essere osservato, avverte il rischio e ciò lo porta alla convinzione di sentirsi al centro dell’attenzione di tutti. Difatti gli si susseguono aggressioni per strada, nei bar, lo vede nei campi di calcio: la violenza dilaga a macchia d’olio! Spaventato, consulta uno psicologo pensando di essere semplicemente ossessionato, tanto che questi gli ipotizza l’idea che lui stesso stia cercando continuamente l’attenzione dei suoi aggressori. Colloquio che rivela quanto sia ingenuo e pacifico, pensando di essere lui la causa del malessere e degli attacchi.
Invece tutto peggiora e deve fuggire dalla città. L’unica soluzione pare sia rifugiarsi nella casa di campagna del padre, isolato e autonomo, in attesa di tempi migliori. L’ancora di salvezza? Un cane scelto dal ricovero canile, come suggerito dalla casuale conoscenza con un anziano che si trova nella medesima condizione di aggredito: è Joachim DB, membro del sito internet delle Sentinelle, dove spiegano come cavarsela, e che si sono organizzati in luoghi sicuri, il quale gli dice: “Siamo uguali, stesso incubo, stessa guerra, quando è iniziato a te?”. L’utilità del cane? Percepisce in anticipo il pericolo e si agita per avvertire dell’arrivo di un “arrabbiato”. Ora, per fortuna in compagnia della simpatica e attraente Margaux, lui è come un estraneo al mondo, risucchiato in un mondo parallelo dove la gente fa male agli altri, tutto il contrario del suo carattere. Cosa è accaduto? E come? Pare di vivere in un film di zombie anomali, senza sangue ma che lo causano agli altri, scatenati e irrefrenabili, che si ammazzano ferocemente senza ragione.
Film horror? No, troppo semplicistico. È anche comico (vederlo continuamente ammaccato, incerottato e con i lividi pare un comico del muto, nella scena dell’inseguimento fuori dall’area di servizio pare Buster Keaton che corre), con attimi che allentano la tensione e creano momenti di sollievo e sorriso, che fanno sperare nella quiete dopo la tempesta, presto delusa dal ritorno o dal riapparire dei malati. Lo strano ed imprevedibile è che non tutti sono diventati tali: alcuni sono tranquilli (almeno fino a quando non li guardi negli occhi), i poliziotti sono normali (tra loro c’è anche una fugace apparizione del regista). Quindi? Quindi è un film surreale, grottesco, irregolare. Non è il caso classico dove tutti sono contaminati e per sempre, no. Non è 28 giorni dopo. Paiono cittadini mansueti, grandi e piccoli, ma quando scatta il meccanismo non c’è scampo per alcuno. E perciò, tra tensione, umorismo nero e una inquietudine costante, ci si trova davanti ad un film originale che usa il fantastico per raccontare la solitudine e il rifiuto sociale, facendosi metafora dell’alienazione a cui spesso spinge la società contemporanea, non di rado caratterizzata dalla cieca violenza. È per caso una novità? Non direi! A meno che non si voglia interpretare il film come la storia di una persona che viene colta da un’ossessione personale, una battaglia di sopraffazione professionale in un ufficio dove si sgomita per prevalere. Oppure si è davvero sparsa una pandemia votata all’odio? Un virus dell’odio? Beh, questo sentimento insopportabile è un argomento politico e sociale che è molto in voga, di cui si dibatte parecchio ed è utilizzato anche come arma di propaganda politica, specialmente in Italia.
Ecco perché è un film sicuramente fantasy ma con forti elementi di stravaganza e irrazionalità che prende la forma del genere della sopravvivenza e che riesce a catturare completamente lo spettatore, almeno per la mia esperienza. Provvidenzialmente i finali, se l’autore non vuole essere del tutto negativo e pessimista, spesso ci liberano dalla sciagura del momento e ci aprono strade insperate di salvezza. Vincent e Margaux, che ormai, comicamente, quasi per un gioco crudele, si alternano a momenti di “rabbia” a turno, che loro limitano con un paio di manette (idea di comicità ancor più surreale e genialoide, come i momenti di sesso para-sadomaso), hanno capito che possono vivere felici e lontani dal resto del mondo. Perché l’unica soluzione definitiva, in questo mondo di pazzi, è partire. Come dire, parafrasando: partire è un po’ vivere.
Bravo Stéphan Castang, originale e stimolante, altrettanto lo sceneggiatore, buonissima la scenografia ed eccellenti i due protagonisti: Karim Leklou e Vimala Pons formano una delle coppie più anomali che si possano immaginare, già partendo dall’aspetto fisico. Lui è un attore non bello, di certo non un uomo affascinante, un tipo comune che passa inosservato; lei è una bella ragazza qui truccata da trasandata e ribelle per motivi di ruolo. Nei personaggi, lui è timido e riservato, maldestro e goffo; lei sfrontata e intraprendente, la prima a muoversi per attrazione fisica: cosa mai li attira l’una verso l’altro? Solo la necessità di salvarsi? Un po’, certo, ma non basta: è che entrano in sintonia e vi si trovano bene, e con la barca di Margaux si può veleggiare verso la felicità. O almeno sperano.
Film, presentato in concorso a Cannes 2023, da vedere, perché fuori dai solti schemi.

Riconoscimenti
EFA 2023
Candidatura per miglior rivelazione alla regia
César 2024
Candidatura per la migliore opera prima
Lumière 2024
Candidatura per la migliore opera prima
Candidatura per il miglior attore a Karim Leklou
Magritte 2024
Miglior film straniero in coproduzione
Candidatura per il miglior sonoro






































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