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L’equilibrio (2017)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 25 feb
  • Tempo di lettura: 6 min

L’equilibrio

Italia 2017 dramma 1h30’

 

Regia: Vincenzo Marra

Sceneggiatura: Vincenzo Marra

Fotografia: Gianluca Laudadio

Montaggio: Luca Benedetti, Arianna Zanini

Scenografia: Flaviano Barbarisi

Costumi: Annalisa Ciaramella

 

Mimmo Borrelli: Don Giuseppe

Roberto Del Gaudio: Don Antonio

Lucio Giannetti: Gaetano

Giuseppe D’Ambrosio: Saverio

Francesca Zazzera: Assunta

Autilia Ranieri: Antonietta

Paolo Sassanelli: il vescovo

Astrid Meloni: Veronica

Francesco Pio Romano: Daniele

Sergio Del Prete: Enzo

 

TRAMA: Don Giuseppe svolge la sua attività in una piccola diocesi romana ed un giorno chiede al vescovo di poter essere trasferito nella sua terra, in una cittadina vicino Napoli, dove però dovrà affrontare la dura realtà locale.

 

VOTO 6,5

 

 

Siamo alla frontiera, non quella doganale o politica di una cartina geografica, bensì quella della società civile, dove un passo prima c’è la vita normale delle comunità, un passo dopo ci si trova in un regno agli ordini della criminalità organizzata in cui nulla si muove e se qualcosa deve modificarsi è necessario il benestare del boss locale. Soprattutto, nulla cambia affinché, gattopardescamente, tutto resti immobile, con gli affari loschi che continuano senza disturbo: droga e abusi di ogni genere, compreso quelli sulle persone. Tutti impotenti, che, rassegnati, anche per evitare il peggio, restano immobili come insensibili. In realtà, la popolazione locale non è diventata insensibile ma piuttosto indifferente per paura, abitudine e rassegnazione.

 

Don Giuseppe (Mimmo Borrelli) è un sacerdote di buona volontà che si dedica agli ultimi, specialmente agli immigrati in cerca di vita migliore, dando loro l’opportunità di imparare la lingua, trovare un lavoro, in una parola ambientarsi per vivere dignitosamente. Come collaboratrice, nell’accoglienza dove esplica la sua attività, c’è anche la brava Veronica (Astrid Meloni), la quale non sa nascondere l’attrazione che prova verso il sacerdote, tanto da metterlo in difficoltà. Fino al punto che – ma forse era anche una decisione che maturava da tempo – per uscire dalla tentazione di cedere e venire meno alla sua missione di celibe, si rivolge al vescovo (Paolo Sassanelli) per essere trasferito e tornare finalmente nella terra da cui era partito. Infatti, c’è un posto che si sta liberando in una cittadina del napoletano, nella fatidica Terra dei Fuochi, ove i rifiuti di ogni genere sono interrati o malamente coperti da teli che non difendono i cittadini dal respirare le venefiche esalazioni, che procurano malattie incurabili. Lì, come prevedibile, tutto tace e sono tutti rassegnati, compreso il parroco uscente, Don Antonio (Roberto Del Gaudio), che, come ogni cittadino, preferisce soprassedere e adeguarsi, per la propria sopravvivenza e per tenere uniti i parrocchiani, che altrimenti si sentirebbero meno protetti e scapperebbero via dalla chiesa. Questi ne parla pure, durante le omelie, ma l’azione si ferma lì e non osa andare oltre, non è nei suoi piani intaccare il predominio della camorra, che da questo traffico e da quello degli stupefacenti campa in maniera più che redditizia.

 

 

Don Giuseppe arriva convinto di mettere a posto le cose, compreso il campetto di calcio della parrocchia dove invece pascola una capra di proprietà del boss, lasciando i ragazzini a giocare all’esterno invece che sul campo a loro destinato. L’apertura violenta del cancello provoca il primo richiamo da parte del capo criminale, il secondo quando cerca di far riavvicinare una donna malata gravemente al figlio che è al servizio della malavita come guardiano dei tossici, a cui l’organizzazione non fa mancare mai la materia prima. I parrocchiani, la suora al servizio, il chierichetto, reagiscono in suo aiuto? Niente affatto. Don Giuseppe resta sempre più isolato, a maggior ragione quando, intuendo che la signora che non rivela i retroscena ma la cui figlia bambina subisce abusi sessuali da parte del criminale, cerca una soluzione definitiva per salvare madre e figlioletta.

 

 

Non l’aiuta nessuno: né il parroco precedente, che anzi lo rimprovera di stare a rovinare “l’equilibrio” che si era creato, di non tenere lui stesso l’equilibrio necessario per allungare lo status quo e non dare fastidio al potente, né la popolazione che si allontana intimorita dalle novità negative, né da chi poteva aiutarlo. Né, persino, riceve aiuto e sostegno dal vescovo, l’ennesima persona che parla di “equilibrio” per campare e tirare avanti senza disturbare la falsa quiete creatasi negli anni. Don Giuseppe è solo contro tutti, peggio quando, d’impeto, porta via e fa sparire la signora e sua figlia, lontano dalle grinfie del boss, a cui neanche una denuncia alla Polizia può servire. Anzi, l’ispettore lo redarguisce aspramente di aver mosso le acque senza prove. È solo.

 

 

È un fallimento? Certamente non suo ma dell’intera comunità, della Regione, dello Stato di diritto, della libertà, della società civile, che è lontana, troppo all’orizzonte, al di là dei teloni e delle buche che fanno ammalare centinaia di abitanti della zona. Lo spirito è forte, diceva Colui nel Getsemani, ma la carne – in questo caso la resilienza – è debole, vieppiù se si è abbandonati a se stessi, fino a punto di essere rimpatriati nella base di partenza, dove almeno c’è l’affetto del conforto di Veronica. No, non è Don Giuseppe che abbandona, sono gli altri, tutti gli altri che lo abbandonano e a lui, in piena crisi di coscienza, non resta molto sulla decisione da prendere. Con lui, restano sconfitte la libertà e la società civile, la coscienza e l’autodeterminazione.

 

 

Il film racconta il dilemma su quale sia la scelta giusta da fare in una terra abbandonata. Per disegnare il povero e malmenato - anche fisicamente - protagonista è necessario ispirarsi non solo all’osservazione della realtà ma anche ad un percorso cristologico. Don Giuseppe è sostanzialmente un uomo che non ha paura, anzi ha molto coraggio, e come il Figlio che lo spinge, segue la strada di chi vive un cammino di sofferenza, abbandono e riscatto che ricalca le tappe fondamentali della vita, della passione, della morte e talvolta della risurrezione. La Terra dei fuochi che Vincenzo Marra racconta sembra essere un pretesto per scavare nella coscienza del personaggio e mostrarci la sua capacità di restare in bilico tra la fede profonda e le tentazioni dell’uomo che c’è sotto la tunica. Ed il cuore della storia diventa una bambina abusata che deve essere salvaguardata dal suo stesso ambiente che la annienta invece di proteggerla. La tenacia di Giuseppe (l’uomo più che il prete) è la leva che permette una lotta al compromesso con un mondo sporco, una desolazione sociale e civile che disegna il paesaggio del film.

 

 

Il regista è spesso stato autore di documentari e questa qualità lo aiuta non poco nello sguardo a situazioni di realtà-finzione come questo caso perché scrive una storia che è molto vicina alla vita che si vive davvero e tutti noi accorgiamo che la trama è inventata ma realistica, che accade da tempo e perdura. Non lo giudico un cinema di denuncia, piuttosto un cinema verità, una fotografia che si poteva scattare anni fa e che si potrà scattare ancora ora e nel futuro. Perché nulla è cambiato nonostante le battaglie delle associazioni ecologiste. Né è giusto soffermarsi solo alla questione ambientale, perché il film inquadra anche l’ambientazione sociale di certe zone d’Italia in cui lo spaccio è quotidiano, gli abusi restano nascosti in quanto argomento tabù che imbarazza.

 

 

Dall’impegno del regista e dai buoni intenti sarei portato a premiarlo con un giudizio eccellente e lo meriterebbe, ma secondo il mio modestissimo parere commette alcuni errori, in primis quello della fretta. Troppe sequenze durano troppo poco, si salta continuamente da una scena all’altra senza mai approfondire l’aspetto umano e sociale che offrirebbe molti spunti drammatici. Troppo accomodante è poi l’intrecciarsi degli eventi, che paiono predisposti e non casuali come capita nella vita comune di tutti i giorni. Una visione registica un po’ semplicistica che non eleva la qualità dell’opera. La recitazione, infine, è alternante e leggermente teatrale, quasi melodrammatica: il film non è una sceneggiata ma vi si poteva affondare. Persino attori come Paolo Sassanelli paiono superficiali, meglio fa Roberto Del Gaudio, più convincente, pur se troppo scolastico. Mimmo Borrelli ha l’impegno più gravoso e se la cava egregiamente, anche se a volte appare troppo plateale.

 

 

Buonissimo film che però andava realizzato meglio: grandi intenti da premiare, capitali investiti immagino non elevati, nonostante la presenza di Rai Cinema. Film apprezzato e premiato nei giusti ambienti ma incassi da parrocchia, appunto.

 

 

Riconoscimenti

Mostra di Venezia 2017

Premio Nuovo Imaie per il miglior attore emergente a Mimmo Borrelli

Premio Lanterna Magica (CGS) per il miglior film

Bari International Film Festival 2018

Premio Alberto Sordi per il miglior attore non protagonista a Roberto Del Gaudio

2018 - Nastri d’Argento

Candidatura per il miglior soggetto

 


 
 
 

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