L’uomo di argilla (2023)
- michemar

- 2 ore fa
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L’uomo di argilla
L’Homme d’argile
Francia Belgio 2023 dramma 1h34’
Regia: Anaïs Tellenne
Sceneggiatura: Anaïs Tellenne
Fotografia: Pierre Mazoyer
Montaggio: Héloïse Pelloquet
Musiche: Amaury Chabauty
Scenografia: Catherine Jarrier-Prieur, Mathé
Costumi: Nathalie Raoul, Véronique Trémoureux-Baron
Raphaël Thiéry: Raphaël
Emmanuelle Devos: Garance Chaptel
Marie-Christine Orry: Samia
Mireille Pitot: Lucienne
Alexis Louis Lucas: Patrice
Cesare Capitani: Sylvio
TRAMA: Con il suo occhio solo, la sua corporatura imponente e i suoi quasi sessant’anni, Raphael è fin troppo consapevole del fatto che le persone sconosciute siano tendenzialmente spaventate da lui. Vive con la madre in un padiglione in disparte nella vasta tenuta del maniero di cui è custode. Da quando i proprietari sono morti, conduce un’esistenza tranquilla. Tutto cambia la notte in cui l’ereditiera, Garance, decide di tornare nella casa di famiglia.
VOTO 6,5

Sembra una storia a cavallo tra fiaba e dramma che riguarda un uomo fisicamente gigantesco e spaventoso ma che non aspetta altro che di essere accettato bonariamente per ciò che è. E non è un tipo di storia originale o poco sentito. Anzi, dalla Bestia e la Bella in giù, spesso il cinema dà uno sguardo interessato a storie in cui, per i più svariati motivi, il Bruto, che brutale non è, vien visto da tutti come un mostro pericoloso, tranne che da una fanciulla che lo guarda con occhi diversi. Invece, altre volte, succede che la Bella ne è spaventata, come gli altri, per poi accorgersi che tutti si sbagliano: lui è une bella persona incompresa e prigioniera del suo corpo.
Qui è il caso è un po’, diciamo, particolare. Il protagonista Raphaël non vive in mezzo alla gente ed anche questo è frequente, perché è in coppia con l’anziana mamma con il compito di fare da custodi di un enorme maniero nel bosco francese e la sua vita consiste solo nel compiere i lavori di manutenzione e guardia ad una grande abitazione disabitata. Ma non è un individuo isolato, tutt’altro. Anche se la sua vita è scandita da pochi rituali e da ancora meno parole, ama dilettarsi, con molta perizia, con la cornamusa, con cui si esibisce assieme al suo gruppo per suonare nel pub del villaggio le musiche tradizionali. E accipicchia, quanto è bravo, capace persino di inventare melodie personali. Per il resto la vita è monotona, ravvivata soltanto dalla non più giovane Samia con cui ha rapporti sessuali occasionali e frequenti. Contento lui e felice lei. Ma qualcosa scombussolerà questa quieta vita di campagna.

Raphaël (Raphaël Thiéry), dunque, vive ai margini del mondo, in un padiglione isolato all’interno della grande tenuta che custodisce da anni. La sua figura imponente, l’occhio solo e la timidezza che lo accompagna da sempre lo rendono un uomo che gli altri osservano con diffidenza, e lui ha imparato a convivere con quella distanza. Condivide la casa con la madre anziana, in un equilibrio fatto di silenzi, abitudini e piccoli gesti che scandiscono giornate tutte uguali. Da quando i proprietari del maniero sono morti, Raphaël ha continuato a vegliare sulla proprietà come un guardiano fedele, immerso in una solitudine che non ha mai davvero scelto ma che gli è diventata naturale.

Una notte, però, qualcosa si incrina: Garance (Emmanuelle Devos), l’ereditiera, artista performer nota per le sue installazioni e per la capacità di trasformare il corpo in materia espressiva, decide di tornare nella casa di famiglia. Il suo arrivo è improvviso, quasi enigmatico, e porta con sé un’energia che sconvolge la quiete del luogo. Garance osserva Raphaël con un’attenzione che lui non ha mai conosciuto: non lo evita, non si spaventa, sembra anzi curiosa della sua presenza, della sua fisicità, della sua storia non detta. Tra i due nasce incredibilmente un rapporto sospeso, fatto di gesti minimi, di sguardi che cercano un linguaggio comune, di tentativi di avvicinamento che non somigliano a nulla che Raphaël abbia mai vissuto. Garance, con la sua sensibilità artistica, vede in lui una materia viva, un corpo che racconta qualcosa di autentico, e Raphaël, per la prima volta, si scopre desiderato, guardato senza giudizio. La tenuta diventa così un luogo di metamorfosi: un uomo che ha sempre creduto di dover restare nascosto comincia a percepirsi diverso, forse degno di essere visto; di fronte, una donna che ha fatto dell’arte un modo per interrogare il mondo trova in lui una presenza che la destabilizza e soprattutto la ispira.

Il film segue questo incontro fragile e potente, una sorta di favola contemporanea che esplora il bisogno di essere riconosciuti, la paura del contatto, la possibilità di trasformarsi quando qualcuno ci vede davvero. In quel dialogo silenzioso tra un guardiano solitario e un’artista inquieta, il film costruisce un racconto sul desiderio, sulla vulnerabilità e sulla misteriosa alchimia che può nascere tra due persone separate da tutto, tranne che da un improvviso bisogno di avvicinarsi.
Per come si evolve la trama, pare chiaro che sia realistica ma abbastanza, anche, fantasiosa, ed è per questo motivo che al pubblico dà l’impressione della fiaba, quella bella, dove i buoni, sebbene brutti, quasi mostri, trovano sempre il verso giusto per essere graditi. O, meglio, la persona giusta che li sa guardare e sa vedere oltre le apparenze per capire la sostanza immateriale che è dentro l’uomo: la bontà, l’intelligenza, la sensibilità che non ti aspetti. Garance, che è un’artista a tutto tondo, sa vedere ciò che gli altri non possono scoprire: il modello delle sue creature, lo spunto per la sua arte manuale. È un attimo: appena lo vede, prima lo tratta con la sufficienza dell’artista stanca e scocciata, poi si accorge di avere a che fare con una delle poche occasioni della sua vita artistica. E scoppia l’intesa, che nel finale va oltre le previsioni perché subentra l’empatia ed il sentimento. Peccato che però le cose belle, normalmente, durano poco: lei dovrà andar via per tornare alla sua vita di sempre, lasciando Raphaël sì deluso ma anche consapevole di non essere ciò che si riteneva fino a quel momento. Ora, operato, ha due occhi belli, il portamento fiero del “modello”, la felicità e l’appagamento di essere stato, pur se per poco, una persona importante per una celebrità dell’arte contemporanea.

L’esordiente (nel lungo) regista Anaïs Tellenne cuce addosso al fisico di Raphaël Thiéry una sceneggiatura, scritta da un soggetto dello stesso attore (che ben conosciamo per averlo apprezzato in Le vele scarlatte (2022) di Pietro Marcello e in altri tantissimi film, e che si è dato il medesimo nome come personaggio, quindi in totale identificazione), per raccontare il desiderio, la solitudine e il bisogno di sottrarsi all’immagine che gli altri hanno costruito sul protagonista alla pari di quello che può succedere a chiunque. Qui, in particolare, succede che per un tipo di persona come lui, forse per la prima volta, quello sguardo che riceve da una persona estranea, diventa una rivelazione: lui non è più soltanto qualcuno da temere o da evitare, ma una presenza capace di suscitare interesse, curiosità e persino desiderio.

Sembra un “colosso d’argilla” come nei film mitologici o peplum, eppure Raphaël è lì, in carne ed ossa e soprattutto fatto di sensibilità e sentimenti delicati. Sicuramente fa impressione la scena non pacifica (forse senz’altro violenta) di quando maltratta la devota e opportunista Samia, e questa sequenza così particolare pare non poco fuori dal contesto del resto della storia. Credo che eliminarla sarebbe stato più opportuno perché rovina il giudizio che lo spettatore si è fatto di lui fino a quel momento. Per il resto la regista Anaïs Tellenne riesce a organizzare la narrazione in maniera interessante, sempre mantenendo quel tono che resta bilanciata tra storie di umana comprensione e favola silvestre, pur se nell’ambito di una dimora degna di un castello.
L’argilla, questo materiale plasmabile che trova la forma finale per merito di un’artista che vede prima degli altri cosa può essere, come uno scultore che sa cosa c’è dentro una enorme pietra e sa togliere la scorza che lo copre. Così la donna vede nell’omone l’ispirazione per una sua opera che vediamo nel finale. Un finale espositivo, per lasciare il ricordo agli ammiratori della mostra di una stagione trascorsa in maniera inaspettata.

Anaïs Tellenne conduce lavorando sulla materia sensibile dei corpi e degli spazi, costruendo un cinema che non punta al realismo puro, ma a una forma di poesia visiva. Il suo stile è definibile scultoreo, come una scultura del desiderio, modellando i personaggi e le loro interazioni con la stessa cura con cui un’artista modella l’argilla per far emergere la fisicità dei personaggi, soprattutto quella di Raphaël, trasformando il corpo in un elemento narrativo. Anche con poco: una casa isolata, due personaggi, silenzi, gesti minimi. Ma da questa semplicità nasce una tensione emotiva continua, un’atmosfera sospesa che ricorda certe regie francesi contemporanee più intime e contemplative. È stata capace di dirigere l’attore protagonista senza mai cadere nel pietismo o nella folclorizzazione della sua fisicità. La regista costruisce un rapporto di fiducia che permette all’attore di esprimere una gamma emotiva sorprendente. Anche Emmanuelle Devos è guidata verso una presenza quasi “aliena”, che destabilizza e illumina la narrazione. Molto bravo Raphaël Thiéry, come suo solito, che sa gestire il proprio corpo e renderlo credibile. La Devos è come sempre misteriosa e attrattiva, molto esperta nel distribuire il suo fascino nascosto.






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