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La donna più ricca del mondo (2025)

Immagine del redattore: michemar
michemar
11 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

La donna più ricca del mondo

La femme la plus riche du monde

Francia Belgio 2025 commedia drammatica 2h1’

 

Regia: Thierry Klifa

Sceneggiatura: Thierry Klifa, Cédric Anger, Jacques Fieschi

Fotografia: Hichame Alaouié

Montaggio: Chantal Hymans

Musiche: Alex Beaupain

Scenografia: Eve Martin

Costumi: Jürgen Doering, Laure Villemer

 

Isabelle Huppert: Marianne Farrère

Laurent Lafitte: Pierre-Alain Fantin

Marina Foïs: Frédérique Spielman

Raphaël Personnaz: Jérôme Bonjean

André Marcon: Guy Farrère

Mathieu Demy: Jean-Marc Spielman

Joseph Olivennes: Raphaël d’Alloz

Micha Lescot: De Veray

Paul Beaurepaire: Charles Spielman

 

TRAMA: Marianne, matura ereditiera di una multinazionale di cosmetici e donna più ricca del mondo, conosce durante un servizio per un giornale lo sgargiante e più giovane fotografo Pierre-Alain, i cui modi di fare così diversi la riscuotono dal torpore del suo ambiente, al prezzo di costosi e frequenti regali. Così la famiglia cerca di correre ai ripari.

 

VOTO 5,5

 

 

Ad opera del giornalista divenuto regista Thierry Klifa, da noi praticamente sconosciuto, nel raccontare la parabola della donna più ricca del mondo del film, si scava sotto la superficie scintillante del privilegio per mostrare quanto la ricchezza, quando diventa identità, possa trasformarsi in una gabbia. Il volto che appare al pubblico non è quello di un potere sicuro di sé, ma di una fragilità che si insinua tra gli eccessi, le dipendenze emotive e le crepe di un impero costruito sull’illusione del controllo. È in questo spazio di contraddizioni che il film cerca di trovare la sua forza: nel rivelare come l’opulenza, invece di proteggere, esponga; come il lusso, invece di liberare, imprigioni; e come dietro ogni immagine patinata si nasconda una storia che chiede di essere guardata senza filtri. E sconcerta, almeno per la vacuità di un personaggio scoraggiante.

 

 

Marianne Farrère (Isabelle Huppert), erede dell’impero cosmetico Windler, vive immersa in un lusso che sembra inattaccabile ma che nasconde una solitudine corrosiva. La sua routine è fatta di eventi mondani, riunioni familiari e un matrimonio che esiste più per convenzione che per affetto. Tutto ruota attorno alla sua immagine, curata come un marchio, protetta come un patrimonio. L’incontro con Pierre‑Alain Fantin (Laurent Lafitte), fotografo e scrittore dal fascino irregolare, incrina questa perfezione. Lui la osserva senza deferenza, la ascolta senza interesse per il potere, e diventa rapidamente una presenza che scardina le sue certezze. Per Marianne è una breccia emotiva inattesa, un varco che la espone tanto quanto la libera.

 

 

La vicinanza tra i due cresce e si complica, alimentata da doni, confidenze e gesti che sfumano i confini tra amicizia, seduzione e dipendenza. La figlia Frédérique (Marina Foïs), custode inflessibile dell’eredità familiare, percepisce Pierre‑Alain come una minaccia: un uomo ambiguo che approfitta della vulnerabilità della madre. Le tensioni interne all’impero Windler si amplificano, mentre Marianne cerca un equilibrio impossibile tra il ruolo pubblico che la definisce e il bisogno privato di sentirsi finalmente vista. Il film segue questa frattura emotiva senza giudicare, mostrando come la ricchezza possa essere una corazza che protegge e, allo stesso tempo, un vetro sottile che rischia di andare in pezzi.

 

 

Non è una storia nuova, è spesso accaduto anche nella vita reale allorquando una persona ricca e annoiata viene ammaliata dal solito approfittatore che si accorge della debolezza di chi ha appena conosciuto. È il caso esatto di questa trama, ma sarebbe stato necessario avere un autore non dico del livello ma almeno della stessa cattiveria acida e opportuna (per essere efficace) di Chabrol. Invece ne scaturisce un film che viaggia a cavallo tra la commedia ed il dramma psicologico di una ricchissima donna – ma proprio ricca! – che non dà neanche peso agli zeri che aggiunge ai numeri quando scrive e firma gli assegni bancari. E ad approfittarne è un personaggio indubbiamente furbo che la sceneggiatura struttura come un artista poliedrico che riesce ad affascinare una donna più che matura sapendola aggirare e manipolare. La convince addirittura a sconvolgere completamente l’arredamento di casa, compiere investimenti nell’arte, prendere decisioni sconcertanti e chiedendole con nonchalance moltissimi soldi mostrando finta meraviglia per la generosità riscossa.

 

 

Da qui ovvio che i familiari, più che mai spaventati e scombussolati, ricorrono ai ripari per evitare la catastrofe finanziaria, a cominciare dalla figlia Frédérique che sta ereditando la guida dall’azienda. La strada obbligata è quella giudiziale, anche se ciò fa molto scalpore, anche giornalistico. Chabrol, come detto, abita lontanissimo, ed il risultato è una commedia che rischia frequentemente di ripetersi e quindi annoiare. Il regista, furbo anche lui, punta tutto sul fascino e sulla sapiente ed esperta recitazione di Isabelle Huppert, che in pratica recita se stessa, recita il copione dell’intera sua carriera degli ultimi anni.

 

 

Ci troviamo davanti ad un film che vive in una zona intermedia: parte da un caso reale esplosivo (il caso Bettencourt, celebre in Francia), ricco di implicazioni politiche, giudiziarie e familiari, ma sceglie una messa in scena più elegante che corrosiva. Thierry Klifa preferisce osservare piuttosto che incidere, costruendo una commedia di costume raffinata, a tratti divertita, che però rimane spesso in superficie. L’ingresso di Pierre‑Alain nella vita di Marianne è trattato come un vortice di eccentricità, seduzione e dipendenza, un gioco di ruoli che illumina la solitudine dell’élite più che la sua responsabilità sociale. Il film funziona quando mette in scena la fragilità del potere, la distanza siderale tra ricchezza e realtà, e l’ambiguità emotiva che nasce quando un outsider entra in un mondo blindato. Ma non va oltre.

 

 

Si può convenire su un punto: la forza del film sta soprattutto nelle interpretazioni. Isabelle Huppert scolpisce una Marianne algida, snob, vulnerabile senza mai dichiararlo; il più che esuberante Laurent Lafitte offre un controcanto effervescente, teatrale, volutamente sopra le righe; Marina Foïs, molto brava, incarna la figlia come una sentinella dell’eredità, lucida e inquieta; buona la prova di Raphael Personnaz. Attorno a loro, il regista costruisce un universo di ville, fondazioni, collaboratori e rituali di potere che affascina ma raramente graffia. Si ha l’impressione – da qui la noia – di una soap lussuosa, più vicino a Dynasty che a Succession, con una regia convenzionale e qualche lungaggine. Comunque, nel complesso, il film riesce a restituire un mondo dove affetti, denaro e identità si confondono, e dove la ricchezza non protegge: amplifica tutto, anche le crepe.

Giudizio perplesso.

 

 

Riconoscimenti

César 2026

Migliore attore a Laurent Lafitte

Candidatura miglior attrice a Isabelle Huppert

Candidatura miglior attrice non protagonista a Marina Foïs

Candidatura miglior attore non protagonista a Raphael Personnaz

Candidatura miglior musica

Candidatura miglior costumi

Lumière 2026

Candidatura miglior attrice a Isabelle Huppert

Candidatura miglior attore a Laurent Lafitte

 


 
 
 

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