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Lo sconosciuto del Grande Arco (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 29 dic 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

Lo sconosciuto del Grande Arco

(L’Inconnu de la Grande Arche) Francia, Danimarca 2025 biografico 1h44’

 

Regia: Stéphane Demoustier

Soggetto: Laurence Cossé (La Grande Arche)

Sceneggiatura: Stéphane Demoustier

Fotografia: David Chambille

Montaggio: Damien Maestraggi

Musiche: Olivier Marguerit

Scenografia: Catherine Cosme

Costumi: Camille Rabineau

 

Claes Bang: Johann Otto von Spreckelsen

Sidse Babett Knudsen: Liv von Spreckelsen

Xavier Dolan: Jean-Louis Subilon

Swann Arlaud: Paul Andreu

Michel Fau: François Mitterrand

Micha Lescot: Leloup

Jean des Forêts: Alain Juppé

 

TRAMA: La storia di Otto von Spreckelsen, un insegnante di architettura di Copenaghen che sorprese il mondo vincendo un concorso pubblico indetto dal presidente francese François Mitterrand.

 

VOTO 6,5



Cenni storici.

La “Grande Arche de La Défense” è un monumento e edificio per uffici situato nel quartiere finanziario di La Défense, a ovest di Parigi, inaugurato il 14 luglio 1989 come uno dei “Grands Travaux” voluti da François Mitterrand. Le caratteristiche principali sono la forma come un enorme cubo aperto (spesso interpretato come un ipercubo tridimensionale), con enormi dimensioni: 110 m. di altezza, 112 di lunghezza e 107 di larghezza, fatto di cemento ad alta resistenza, vetro antiriflesso, marmo di Carrara (in parte sostituito da granito per problemi di deterioramento). Il progetto fu del protagonista del film in cui si narra della costruzione e fu realizzato dall’architetto Paul Andreu. L’idea nacque da un concorso internazionale nel 1982 ed ebbe una evoluzione con problemi e polemiche che vengono raccontare dal regista. Fu originariamente pensata per ospitare il Carrefour International de la Communication, poi cancellato ed oggi ospita uffici, tra cui un ministero e vari enti pubblici. Il tetto panoramico è stato più volte aperto e chiuso, ma dopo restauri importanti, ha riaperto nel 2017 ha chiuso definitivamente nel 2023 per problemi economici. Il monumento chiude la prospettiva che parte dal Louvre e attraversa l’Arco di Trionfo, Tuileries, Place de la Concorde, l’Arco di Trionfo dell’Étoile e La Défense.



Il film.

Il lungometraggio di Stéphane Demoustier (già conosciuto per il premiato La ragazza con il braccialetto, un giallo di buon interesse) è un film curioso, storico e quindi biografico su una storia altrettanto curiosa e qui da noi poco conosciuta, che intreccia mania di grandeur da parte del Presidente francese dell’Epoca François Mitterrand (Michel Fau) che sognava un monumento gigantesco, e gli inevitabili problemi di natura sia politica che, e soprattutto, di costi, perché l’architetto Johann Otto von Spreckelsen lo aveva pensato con un progetto di enormi ambizioni e quindi di costi. Questo totale sconosciuto (ecco il titolo) professore danese, interpretato da Claes Bang, si aggiudica il progetto perché partecipa al concorso indetto dal Presidente e quando viene rivelato il nome la sala dell’Eliseo resta inebetita: chi è questo signor Carneade? Per ottenere informazioni sulla persona viene incaricato il direttore della missione di coordinamento delle Grandes Opérations d’Architecture et d’Urbanisme e poi direttore generale di Tête Défense Jean-Louis Subilon (il redivivo Xavier Dolan, l’ex enfant prodige del cinema canadese), il quale non ottiene notizie neanche presso l’ambasciata danese. Finalmente, quando riescono a rintracciarlo mentre è a pesca, anche noi veniamo a conoscenza di questo austero professore, il quale ha idee chiare sul da farsi e presenta con grande enfasi i suoi studi e i piani per attuarli.



Mitterand non fa una piega, nonostante le fastose richieste di materiali e misure: anzi, il bravo Michel Fau ci rende bene l’idea di quanto si inorgoglisse immaginando la faraonica opera innalzata con la sua presidenza e della gloria che gli sarebbe rimasta nella Storia. Infatti, asseconda ogni pretesa e richiesta di materiali, concedendo perfino la possibilità di utilizzare il prestigioso, e quindi costosissimo, marmo di Carrara, che l’architetto va a visionare di persona in Toscana. Questi sogna anche di costruire la mega opera con altri materiali speciali e magari senza l’utilizzo dei tradizionali metodi per mettere assieme i pannelli. Se tutto l’entourage presidenziale è spaventato davanti ai preventivi, specialmente dopo la richiesta del compenso che l’artefice chiede con l’aiuto della consorte avvocata Liv von Spreckelsen (Sidse Babett Knudsen), una donna tosta e volitiva, la quale stabilisce che meno di 25 milioni di franchi non sarebbe sbagliato pretendere. Il che significa che questa cifra sommata alle ingenti spese per realizzare l’opera fa impallidire i collaboratori ma non l’imperturbabile Presidente.



Non è solo una storia di costi finanziari, ma è anche una faccenda di rivalità professionali. Un personaggio si affaccia d’improvviso ed è colui il quale era rimasto male per non essersi aggiudicato la firma del progetto, l’architetto, ben più conosciuto, Paul Andreu (Swann Arlaud), che in un modo o nell’altro riesce ad insinuarsi tra le crepe che sa creare e si offre prima di collaborare alla pari, per mettere il proprio nome accanto a quello danese, poi – visto l’irrigidimento del rivale – acconsente di la vorare solo come subalterno, ma sempre in agguato per modificare qui e là i particolari che lui non giudica adatti. Da qui lo scontro professionale e caratteriale tra i due che diventa una trama collaterale di non secondario interesse. Difatti, il rigido von Spreckelsen si ritrova a combattere su più fronti proprio quando pensava di procedere secondo i suoi piani senza intoppi.



Invece, Mitterand avrà a che fare con una crisi di governo con l’opposizione che vince le elezioni, Andreu che continua a modificare il progetto ad insaputa dell’architetto danese, la moglie, trattata male a telefono dal marito inferocito dalle difficoltà sorte, gli sbatte la porta in faccia e torna a casa. Tutti elementi che mandano in crisi psicologica il protagonista, il quale, però, regge lo stress e la solitudine per tirare avanti, ma solo fino ad un certo punto e quando l’alleanza nata tra Andreu e l’insidioso e burocratico Subilon fa fronte comune per destabilizzare il danese, la determinazione di quest’ultimo comincia a scricchiolare, anche per l’assenza molto sentita della moglie. Hai voglia a gridare a tutti “Questa è la mia opera, è l’opera della mia vita!” a cui non avrebbe mai rinunciato! Invece, con onore e dignità, viste le impreviste e insormontabili difficoltà, Johann Otto von Spreckelsen, Otto per tutti, decide quello che non avrebbe mai scelto: messo alle strette si dimette senza alcuna pretesa di onorario. Ed ancora la politica, quella poco sincera e artificiosa, interviene con l’accordo tra lui e il Presidente, in cui prendono la decisione di comunicare all’opinione pubblica che la collaborazione è terminata per comune accordo.



L’opera va avanti con l’accoppiata sotterranea e vincente che aveva minato l’operazione originaria e il professore torna in patria. Dalla moglie o no, non si sa. Vediamo solo la sconcertante fine che gli tocca una volta ripresosi dalla delusione allorché ritorna a Parigi per scoprire quello che è stato realizzato senza di lui: lo sconforto e la delusione costituiranno un dolore insopportabile. A dimostrazione che i monumenti restano, i nomi non sempre, peggio ancora se sono quelli degli artisti o professionisti che hanno combattuto per un ideale o per un’idea ben precisa dell’architettura. Mi chiedo quanta gente ci sia oggi in Francia che sappia la reale Storia e chi sia mai stato questo personaggio. O almeno in Danimarca.



Il lavoro che ha elaborato Stéphane Demoustier si basa principalmente sul conflitto tra visione artistica e strumentalizzazione istituzionale. Da una parte c’è l’architetto che difende un’idea pura di architettura come gesto etico, mentre il potere politico la piega a esigenze di immagine, consenso, controllo. E quindi, il tema diventa quanto può resistere un individuo quando la sua opera viene risignificata da altri. Questo austero professore, così come viene descritto, è un uomo che crede nella forza morale della forma, ma la sua purezza lo isola e a questo punto non solo lui ma anche lo spettatore si interroga sulla responsabilità morale dell’artista: essere fedeli alla propria visione significa anche accettare l’incomprensione e l’abbandono. E ciò accade anche e persino per una grande opera che, in fondo, è un simbolo di utopia, che però si incrina sebbene voglia rappresentare un simbolo di apertura, modernità, trasparenza. Ma tutto vale fino ad un certo punto se ci si affida allo Stato, perché in questo caso si rischia che diventi quel mostro a più teste fatto di burocrazia, compromesso, opacità. La morale è che l’ideale crolla quando entra nella macchina del potere. Con la conseguenza che l’opera diventa specchio dell’identità del protagonista e più il progetto gli sfugge, più lui si disgrega, perché – e ciò è facile intuirlo - l’identità morale di un individuo è inseparabile dalle sue creazioni. Lui chiedeva sì una somma ingente come compenso (si tenga presente che l’autore fa muovere la moglie in questo senso, quindi una donna), ma il film, in buona sostanza, non parla di denaro, ma del costo umano della coerenza. E lui la paga caramente.



Dal punto di vista artistico, il lavoro di Stéphane Demoustier (fratello della nota attrice Anais) è meticoloso, forse anche troppo: per poter dare l’idea della laboriosità, oltre quella del lavoro manuale, della elaborazione concettuale e pratica del Grande Arco (che poi sarebbe stato un cubo, ma anche a questo proposito l’architetto si arrende), la sua sceneggiatura si dilunga non poco in diverse sequenze, appesantendo notevolmente la visione del film. Tanti colloqui e tante discussioni che, secondo il mio parere, avrebbero dovute essere accorciati pur mantenendo l’importanza e l’incisività di tali dibattiti, perché causano cali di attenzione e ripetitività dei pareri contrastanti. Claes Bang si ritrova, dopo il film che lo aveva lanciato sul mercato mondiale con il caustico The Square, di Ruben Östlund (2017), a che fare con l’arte e la geometria dei tracciati ma non pare lo stesso attore: qui è rigido e tetragono per come ha voluto intraprendere il personaggio e dà una certa idea di impaccio di un uomo fuori dal suo liquido abituale e protettivo. Cerca di imporsi, fin quando il Presidente lo protegge, poi il crollo e lo stesso attore diventa più accessibile, meno inflessibile, ma soprattutto meno carismatico e più umano. Sidse Babett Knudsen rende bene il suo ruolo di spigolosa e pedante come una compagna di viaggio petulante. Ma la sorpresa è Xavier Dolan, che nel frattempo è cresciuto, si è arrotondato e non è più il sofferto e insicuro protagonista dei suoi film: qui deve trasformarsi in un personaggio insopportabile, lontano da come lo abbiamo sempre conosciuto. Swann Arlaud è una garanzia, sia se assume ruoli drammatici (Anatomia di una caduta, Grazie a Dio, Petit paysan - Un eroe singolare) sia se è antipatico come questa volta.



Leggo che la critica ufficiale dà giudizi complessivi positivi ma io non andrei oltre una sufficienza piena, senza esaltarmi. Ho apprezzato alcuni aspetti (riuscita per esempio la fotografia di David Chambille che ha colorato l’ambiente come un filmato d’epoca con toni ingrigiti degni di un notiziario di qualche decennio fa, oppure il senso di thriller psicologico causato dalla tensione dei diverbi, che procurano inquietudine al protagonista), altri li ho poco graditi (troppo rigido il protagonista e troppo tempo dedicato ai litigi e poco ai caratteri). In complesso resta un film fatto abbastanza bene e innanzitutto istruttivo per la Storia che non conosciamo. Anche per dimostrare ancora una volta quanto sia precaria la politica delle promesse e quanto i vuoti dell’Arte possano rappresentare a sufficienza quelli politici.

Il vuoto (dell’Arco) può essere spazio di possibilità (dell’Uomo) ma anche di annullamento, se lui fallisce.

N.B.: Alcuni personaggi sono di fantasia, come la signora Liv, oppure vagamente ispirati a personaggi reali, come Subilon. Inoltre, la signora ha affermato che lui non era così insoddisfatto dei cambiamenti al progetto come descritto nel film e in generale godeva di una buona e rispettosa collaborazione con i suoi colleghi francesi.

The Brutalist francese? No, per nulla.



Riconoscimenti

Lumière 2026

Candidatura per il miglior film

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per il miglior attore a Claes Bang

Candidatura per la migliore sceneggiatura

 


 
 
 

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