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La lezione (2026)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

La lezione

Italia 2026 dramma/thriller 1h47’

 

Regia: Stefano Mordini

Soggetto: Marco Franzoso (romanzo)

Sceneggiatura: Luca Infascelli, Stefano Mordini

Fotografia: Luigi Martinucci

Montaggio: Davide Minotti

Musiche: Redi Hasa

Scenografia: Isabella Angelini

Costumi: Giovanni Schiera

 

Matilda De Angelis: Elisabetta

Stefano Accorsi: professor Angelo Walder

Eugenio Franceschini: Cristiano

Marlon Joubert: Daniele

Lidiya Liberman: Giulia Ripamonti

Marco Maccieri: Fabrizio

Alberto Benedetto Lutri: cliente ex compagno di scuola di Elisabetta

 

TRAMA: Un professore universitario di Trieste, accusato di violenza sessuale, si difende con successo in tribunale grazie all’aiuto di una giovane e brillante avvocatessa, Elisabetta. L’ateneo, tuttavia, pur avendo restituito all’uomo il suo lavoro lo relega a un ruolo marginale, spingendo il professore a rivolgersi nuovamente alla legale. Al contempo, tuttavia, l’ex fidanzato di Elisabetta, in passato accusato di stalking, torna a perseguitarla.

 

VOTO 5,5

 

 

Il thriller psicologico di Stefano Mordini, autore più che altro dedito ad un cinema che implica le ossessioni e le sensazioni paranoiche dei protagonisti (Il testimone invisibileLasciami andare, Pericle il nero) inizia come un legal movie e lentamente si trasforma in un racconto di paure e di tormenti mentali tempestati da stalking e da quel fenomeno chiamato gaslighting, cioè quella subdola forma di abuso psicologico in cui un manipolatore fa dubitare la vittima della propria memoria, percezione e sanità mentale con l’obiettivo di piegare la volontà altrui, rendendo la persona dipendente e insicura. Che è precisamente ciò che accade alla protagonista Elisabetta, una giovane avvocata che divide lo studio legale con altri due colleghi, che la considerano, come l’ambiente che frequenta, una valente professionista dal sicuro avvenire.

 

 

Questa donna (Matilda De Angelis) è una giovane e talentuosa avvocata triestina (il romanzo originale è invece ambientato sule colline romagnole), che ha difeso e fatto assolvere un noto docente universitario, Angelo Walder (Stefano Accorsi), dall’accusa di violenza sessuale verso una signora che inaspettatamente ritratta in tribunale le sue accuse affermando che si è inventato tutto allo scopo di vendetta per essere stata rifiutata. Ma l’uomo, una volta reintegrato al suo servizio dopo il processo, torna da lei per intentare una causa di mobbing contro l’università in cui insegna.

 

 

Il ripensamento meraviglia non poco Elisabetta ma tant’è e quindi, immaginando che la questione si sia conclusa con successo e con il minimo sforzo, torna alla sua vita professionale. Purtroppo, da quel momento, dal passato cominciano riemergere inquietanti segnali che le fanno credere che il suo ex compagno violento Daniele (Marlon Joubert), ossessionato da lei tanto da essere stato condannato per stalking, abbia ripreso a perseguitarla. Ovunque vada, chiunque incontri, in qualsiasi posto, lei avverte un senso di costante minaccia sentendosi osservata e a quel punto il dubbio si insinua nel suo animo, finché una realtà ancora più orribile la mette in grave pericolo, mentre è confinata in una casa isolata in un bosco, lascito dei genitori, dove si rifugia cercando tranquillità e un modo più consono per tornare alla normalità. Lì la situazione peggiorerà perché accadranno eventi impensabili, facendo diventare la trama un racconto di simil horror.

 

 

Le domande che sorgono sono inevitabili. Perché Elisabetta ha quelle sensazioni di persecuzioni? Davvero Daniele non la sta lasciando in pace nonostante la condanna che ha subito? Chi guarda chi? Chi osserva e chi è osservato? Segnali inquietanti intanto si affacciano. Che fine ha fatto la sua sciarpa? Perché ora è nelle mani del suo cliente assolto che si è ripresentato all’improvviso perché vuole intentare una causa contro l’istituto universitario perché sta subendo, a suo dire, mobbing? (è un mescolio di termini anglosassoni di disturbi moderni come stalking, gaslighting, mobbing…) Ma soprattutto, perché il professore è così insistente e ostinato fino al punto di ossessionarla con continui appostamenti per parlare con lei?

 

 

Tra l’ex che lei vede e soprattutto “sente” vicino ed il professore che la pedina, Elisabetta è inquieta e non riesce più a concentrarsi bene per portare a termine altri importanti incarichi dello studio e per fortuna è assistita dall’amico agente di polizia Cristiano (Eugenio Franceschini) che la consiglia in maniera giusta e le offre ogni sostegno anche morale, controllando i movimenti del vecchio fidanzato, non scoprendo mai però qualsivoglia comportamento minaccioso. Anche questi comincia a dubitare della salute mentale dell’avvocata ed anche lo spettatore inizia ed avere dubbi sulla sua lucidità psicologica. Il regista gioca su tutti questi elementi perturbanti per tenere viva l’attenzione, riuscendovi anche in maniera convincente.

 

 

Quando però la storia deve trovare il suo twist, specialmente quando Elisabetta commette un grave reato a seguito dell’indesiderata visita di Angelo nel rifugio nel bosco, la situazione precipita e lei non sa come venirne fuori. Siamo alla svolta decisiva ed invece di dare una soluzione adeguata e offrire maggior mordente al giallo, tutto si liquefa in uno snodo della sceneggiatura molto debole e poco logico. Il vero molestatore diventa un caso, le avvisaglie che avvertiva la giovane erano giuste ma mal riposte, la via per cavarsela si è intasata, le spiegazioni razionali latitano e tutto termina con una frase che resta appesa. Elisabetta crolla davanti all’unica persona su cui può contare, Cristiano e rivela: “Devo dirti la verità”.

 

 

In buona sostanza, Mordini non costruisce il film sulla suspense tradizionale, né c’è quasi mai il colpo di scena gridato. La tensione nasce dal dubbio più che dai colpi di scena. Con una costruzione paziente e quasi geometrica, il film conduce lo spettatore in un labirinto di sospetti: la protagonista è osservata da lontano, spiata, fotografata, filmata. Chi guarda si trova così in una posizione ambigua, al tempo stesso osservatore e osservato. È un meccanismo narrativo semplice, ma efficace e inquietante. La fotografia, dominata da grigi, verdi spenti e ocra, disegna un mondo visivo prossimo allo scolorimento. In questo quadro quasi desaturato spicca la sciarpa della protagonista: un piccolo oggetto che assume il ruolo di MacGuffin hitchcockiano, richiamando lo sguardo e lasciando intuire possibili segreti. Inoltre interviene un elemento filosofico: la parresia. Michel Foucault, come recita il professore durante una “lezione” (che nel finale viene declamata come non definitiva), la definiva il coraggio della verità. Come a dire, ciò che si pensa anche quando essa comporta un rischio. Nel film Walder spiega che la parresia implica la possibilità di ferire l’altro con la verità, di provocarne la collera o persino la violenza. Una definizione che diventa una chiave di lettura inquietante per tutto il racconto. Perché se la verità può ferire, chi decide quale sia la verità? Male fanno alla sceneggiatura alcune boutade tipo: “L’ovvio è l’anticamera della morte”: ecco, frasi come queste me le sarei risparmiate.

 

 

In pratica, il film vuole puntare sulle questioni riguardanti che tipo di dinamiche si instaurano tra stalker e vittima e qual è il meccanismo manipolatorio che si innesca. Il gioco di Stefano Mordini è riassumibile anche in questi quesiti, squisitamente psicologici, motivo per cui il film è innanzitutto, come prima precisato, un thriller psicologico, che poi, come visto, si trasforma in qualcos’altro di più serio dal punto di vista materiale e fisico. La regia è solida e ormai matura ma le divergenze finali riducono non poco il complesso dell’operazione e fanno vanificare quanto di buono visto fino ad allora.

 

 

Matilda De Angelis è un’attrice su cui è superfluo ribadire quanto sia migliorata e cresciuta negli ultimi anni ed è per tutti i registi una sicurezza ed una garanzia di ottime prestazioni. Non sbaglia nulla e regge egregiamente tutti i primi piani che il regista le dedica. Brava come sempre. Stefano Accorsi, purtroppo, si ripete puntualmente e non si adatta mai al personaggio. Al contrario, adegua il ruolo alla sua conosciuta e rituale recitazione: sommessa, sottotono, pronuncia veloce ma per fortuna con tempi e pause da esperto. Ma è sempre Accorsi e non cambia una virgola, mai, né se è un assassino, né se è un buon padre di famiglia. Conosce il suo mestiere ma è sintonizzato su un unico registro. L’ambientazione è scelta bene, perché Trieste, ventosa come da copione, è sempre una città che pare abitata da misteri, set ideale anche questa volta. Il resto è routine ordinaria: però, si poteva far meglio. Il film è stato un po’ criticato per la lentezza, ma non va trascurato che la mente in difficoltà, come capita ad Elisabetta, elabora lentamente gli incubi psicologici e la schizofrenia non va a braccetto con il carattere che abita nella testa della protagonista. È il lavorio lento che macera e sforna i tormenti personali. È così, alla fine dell’esperienza, si impara la lezione di vita.

 

Mille volte tu dicesti basta

Mille volte io me ne andai via

(La canzone dei vecchi amanti, Franco Battiato)

 


 
 
 

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