top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

La più piccola (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

La più piccola

La petite dernière

Francia Germania 2025 dramma 1h48’

 

Regia: Hafsia Herzi

Soggetto: Fatima Daas (autobiografia)

Sceneggiatura: Hafsia Herzi

Fotografia: Jérémie Attard

Montaggio: Géraldine Mangenot

Musiche: Amine Bouhafa

Scenografia: Dièné Bérété

Costumi: Caroline Spieth

 

Nadia Melliti: Fatima

Park Ji-min: Ji-na

Amina Ben Mohamed: Kamar

Mélissa Guers: Nour

Rita Benmannana: Dounia

Razzak Ridha: Ahmed

Louis Memmi: Benjamin

Waniss Chaouki: Tarik

Anouar Kardellas: Nacer

Joven Etienne: Joven

Mali Dembele: Madi

Mahamadou Sacko: Rayan

Ahmed Kheloufi: Adel

Sophie Garagnon: Ingrid

Julia Muller: Aurélia

Nemo Schiffman: Yann

Gabriel Donzelli: Nino

Vincent Pasdermadjian: Vincent

Mouna Soualem: Cassandra

Victorien Bonnet: Hugo

Jade Fehlmann: Jade

Gioia Farisano: Gabrielle

Pascal Chanez: dott. Prévost

 

TRAMA: Quando Fatima lascia la sua unita famiglia di periferia per studiare filosofia a Parigi, si ritrova intrappolata tra la sua educazione religiosa e la libertà delle scelte personali, anche di identità sessuale.

 

VOTO 6

 

 

L’avevamo conosciuta esordiente attrice diciannovenne in Cous cous, poi rivista, sempre diretta da Abdellatif Kechiche, nei primi due Mektoub, My Love, oltre che in L’Apollonide di Bonello, ed ora, dopo un paio di film passati in sordina in Italia, riecco Hafsia Herzi, oggi regista più matura, più pronta ad affrontare temi importanti come la crescita caratteriale e la consapevolezza sessuale, soprattutto, questa, nella scoperta della propria identità. Ecco, allora, un vero romanzo di formazione adattato dal libro autobiografico della protagonista del film, Fatima Daas.

 

 

Fatima (Nadia Melliti) è una giovane come le tante studentesse alle soglie del diploma e in procinto di scegliere la facoltà universitaria di filosofia. Molto brava a scuola e convinta e osservante fedele della religione islamica, è la figlia più giovane di una famiglia di immigrati algerini che abita nella banlieue di Clichy-sous-Bois nei pressi di Parigi, famiglia molto affettuosa, con una mamma che non fa mancare nulla alle sue tre figlie, né di cibo né di premure. Lei è la più imbronciata e a volte anche la più scontrosa, segno evidente che si trova nel periodo d’età inquieto in cui ognuno avverte la maturazione non solo fisica ma specialmente mentale: è ben inserita, anche se troppo nervosa, nel gruppo degli studenti della sua classe, tipicamente – in quel luogo – costituita in maniera principale da giovani di seconda e terza generazione di immigrati magrebini. Si scherza, ci si pungola con batture anche pesanti ma reagisce malissimo verso uno studente preso di mira perché forse gay. È quella la causa che la rende tesa? Tanto da causare un violento litigio con il compagno di classe, fino a picchiarlo e rompergli gli occhiali. Ha anche un fidanzato che le vuol veramente bene e che vorrebbe regolarizzare il loro legame: lei promette ma non convince. È chiaro che vuol capire cosa la attiri di più nella sua vita sessuale. Si registra in una app per appuntamenti di lesbiche sotto falso nome e accetta i primi due incontri per capire meglio di cosa si tratta e come ci si deve comportare. Ma evita ogni approccio, fa domande e torna a casa. Fin quando, in una delle visite di controllo per le sue crisi d’asma, conosce un’infermiera di origini coreane, Ji-na (Park Ji-min), da cui si sente immediatamente attratta e, visto che l’altra le corrisponde con slancio, cominciano a frequentarsi e ad avere i primi approcci sessuali.

 

 

L’attrazione è immediata (lo si nota anche dal fatto che con lei dice per la prima volta la verità sul suo nome e sulla famiglia, al contrario di come si è comportata con le ragazze precedenti), è forte e sincera ma i problemi psicologici che affliggono Ji-na rende inaspettatamente difficile il legame proprio quando la nostra Fatima credeva di aver trovato la sua strada: l’interruzione la induce, per delusione e reazione, ad una svolta più consapevole e liberatoria lasciandosi coinvolgere dall’ambiente studentesco, frequentando anche le lesbiche disinibite in festini e rapporti occasionali. Date le sue convinzioni religiose, entra in crisi con se stessa, indecisa se obbedire alle rigide regole islamiche o lasciarsi andare alla vita che la sta attraendo. Poco serve il colloquio con l’imam, che le causa maggiori perplessità. È il momento delicato e decisivo che la porterà a scegliere il suo futuro, mai mollando l’idea di riconquistare l’affetto con la coreana che porta sempre nel cuore.

 

 

Non abbandona la passione per il calcio, suo hobby preferito, pur se praticato da sola, ma è la vita affettiva l’aspetto principale del momento delle scelte, è la sua indole che la spinge a liberarsi dalle remore psicologiche che la limitano: sa che per sentirsi affermata deve affrancarsi dalle regole della tradizione, ma non dalla cara mamma, che, intuendo il periodo delicatissimo che la figlia sta attraversando, le ricorda che su di lei può sempre contare, è pur sempre la sua piccola a cui non farà mai mancare l’amore e l’appoggio.

 

 

Anche per Hafsia Herzi è un momento importante della carriera di regista e affronta il romanzo con coraggio e scelte di stile senza inibizioni, sicuramente influenzata sia dall’esperienza con le opere di Kechiche, sia dall’aver visto e amato La vita di Adele dello stesso autore tunisino: la sequenza in cui la protagonista aderisce con partecipazione alla sfilata arcobaleno ha le stesse movenze di quella con Adèle Exarchopoulos e Léa Seydou. Stessa gioia e stessa sensazione liberatoria di festa. Lì una bionda ed una bruna, qui una franco-algerina ed una franco-coreana, ma la medesima situazione che porta alla consapevolezza delle scelte di vita.

 

 

Qualche lungaggine sparsa qui e là ha allungato alcune scene, si può rilevare una regia ancora un po' acerba (comprensibile e perdonabile) nella messa in scena, ancorata a un montaggio troppo spesso didascalico, ma il film ha dalla sua la spontaneità di un ottimo cast (gran parte costituito da dilettanti), a partire dalla notevole Nadia Melliti, capace di trasmettere epidermicamente tutte le incertezze e le contraddizioni di una donna che lotta per definire se stessa in primis davanti allo specchio, davanti al proprio sguardo giudicante e colpevolizzante, frutto di norme sociali troppo radicate per essere messe da parte con leggerezza. Ma leggiamo anche molti momenti riusciti, ed è nel complesso un buon film. Hafsia Herzi - che divide la narrazione nelle quattro stagioni dell’anno, come se fossero le stagioni della gioventù in maturazione - è lodevole per la delicatezza con cui racconta la tensione tra fede musulmana, desiderio, appartenenza familiare e orientamento sessuale, badando alla profondità psicologica, con sguardo intimo, evitando intelligentemente gli stereotipi. Se ne ricava un ritratto sensibile di una giovane donna dalle identità in conflitto. Il gran pregio è, come detto, l’interpretazione della bravissima Nadia Melliti, pluripremiata per la sua performance, senza dimenticare, come spiega ad altri personaggi, che nella lingua araba Fatima vuol dire “cucciola di cammello che deve svezzare”: mai nome è più adatto per una storia di formazione per una giovane donna come lei. La “più piccola” deve ora crescere ed emanciparsi. Non essere più una cucciola. Alla fine, difatti, abbandona il cappellino che la nasconde un po’e affronta con libertà e desiderio la storia d'amore con la donna che le ha conquistato il cuore.

 

 

Il dibattito intimo della donna, della donna Fatima Daas, è rivelato chiaramente da ciò che scrive nel suo romanzo. Fatima è un nome troppo pesante per lei: “Dio solo sa se porto bene il mio nome, se non lo sporco”. Da adolescente, “sono un’allieva instabile”; da adulta, “sono disadattata”; scrive delle storie “per evitare di vivere la mia”. Quanto all’amore, “a casa mia era tabù, così come la sessualità”. Quando Ji-na è comparsa nella sua vita, “non sapevo più di cosa avessi bisogno e che cosa mi mancasse”.

La meraviglia della sincerità e della trasparenza. Il bisogno di scrivere per rivelarsi e liberarsi. Il bello della scrittura.

 

 

Riconoscimenti

Festival di Cannes 2025

Prix d'interprétation féminine a Nadia Melliti

Queer Palm

César 2026

Migliore promessa femminile a Nadia Melliti

Candidatura miglior film

Candidatura miglior regista

Candidatura miglior attrice non protagonista a Park Ji-min

Candidatura miglior adattamento

Candidatura miglior montaggio

Candidatura miglior musica da film

Lumière 2026

Migliore promessa femminile a Nadia Melliti

Candidatura miglior musica

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page