La villa portoghese (2025)
- michemar

- 9 gen
- Tempo di lettura: 8 min

La villa portoghese
(Una quinta portuguesa) Portogallo, Spagna 2025 dramma 1h54’
Regia: Avelina Prat
Sceneggiatura: Avelina Prat
Fotografia: Santiago Racaj
Montaggio: Juliana Montañés
Musiche: Vincent Barrière
Scenografia: Artur Pinheiro
Costumi: Giovanna Ribes
Manolo Solo: Fernando
Maria de Medeiros: Amalia
Branka Katić: Olga
Rita Cabaço: Rita
Xavi Mira: Manuel
Kasia Kapcia: Milena
TRAMA: La scomparsa della moglie lascia Fernando, tranquillo insegnante di geografia, completamente devastato. Senza meta, decide d’impulso di impersonare un altro uomo e veste i panni del giardiniere di una casa di campagna portoghese, dove instaura un’inaspettata amicizia con la proprietaria, entrando in una nuova vita.
VOTO 7

Il personaggio al centro gravitazionale di questa bella storia è Fernando (Manolo Solo), un quieto professore di geografia così devoto alla sua materia che cerca di trasmettere la sua dedizione alla materia agli attenti studenti, che si accorgono bene della competenza e della passione che ci mette e lo dimostrano per le tante domande che fanno. In quelle risposte è già rivelato il carattere del docente: calmo, riflessivo e preciso. Uno sguardo che sa osservare e interloquire con la gente, capelli ricci, montatura grossa degli occhiali, che spiega ai discenti che per imparare bene la geografia l’ideale è disegnarla, perché mettendo sul piano la sfera terrestre tutto è più chiaro, come la vita quando la si guarda dal verso giusto. Un prof ideale, sempre disponibile. È sposato da solo due mesi con una immigrata serba, Milena (Kasia Kapcia), a cui si sente molto legato e la regista Avelina Prat ce la mostra nella prima sequenza, mentre, faccia imbronciata e incupita, sta preparando un paio di borsoni con tutta la sua roba, scrive un biglietto che vuole lasciare (oh, ma sta mica scappando via?), poi ci ripensa e lo strappa.
Quella donna, come è perfettamente intuibile, sta lasciando il bell’appartamento madrileno per sparire dalla circolazione. Facile immaginare lo stupore che colpirà Fernando al rientro, prima immaginando che la moglie sia solo uscita, ma quando prova a chiamarla al cellulare, questo squilla sul mobile: è andata via lasciando ogni traccia, volendo rimanere irraggiungibile. Dopo qualche ora, per giunta arrivata sera, capisce che qualcosa sta cambiando nella vita domestica. Che fine avrà fatto la moglie? Chiede alla padrona della lavanderia dove lavora e scopre che son due settimane che non si presenta, in ambasciata e in patria non hanno notizie. Un mistero. Il film è un thriller? Giammai!
Ovviamente l’uomo è costernato, dispiaciuto, non avendo mai colto segnali di disunione e non sa che pesci prendere. L’unica conseguenza pratica è che non è più sereno e la lezione successiva è caotica e disorientante per gli studenti, meravigliati dallo strano suo comportamento, e il giorno seguente si rifiuta di varcare ancora l’ingresso della scuola. Si gira e va via, e lo ritroviamo in un altrove, in un hotel sul mare in cui, d’inverno, è l’unico ospite, tanto che stando da solo davanti al tavolino con un caffè, fa amicizia con Manuel, il giardiniere girovago che cura il verde dell’albergo. Si fanno qualche confidenza e scopre che quell’uomo sta partendo per il Portogallo, dove è stato assunto da una signora benestante per la manutenzione del parco, comprensivo di belle piante, frutteto, alberi. Insomma un bel lavoro impegnativo, tanto non ha famiglia e non deve rendere conto a nessuno. E Fernando, a chi deve rendere conto ora? Il destino, beffardo con qualcuno, gli offre la grande occasione e… parte per quella destinazione presentandosi col nome di Manuel!

Ed eccolo qui, Fernando diventato giardiniere Manuel, nella bella ed ampia Quinta da Aldeia, situata nella città di Ponte de Lima - lungo il Cammino Portoghese, percorso che da Lisbona porta a Santiago di Compostela - una volta proprietà della nonna dell’attuale padrona Amalia (Maria de Medeiros), rifugiatasi lì dopo il passato da colonialista dei suoi genitori: un bell’edificio antico che si erge su un grande terreno ricco di vegetazione che una volta comprendeva anche un ampio uliveto, venduto per far fronte alle tante spese. Una signora ormai matura e indaffarata che va e viene mentre alla casa bada la brava Rita (Rita Cabaço). Lì il nostro riceve un’accoglienza superiore alle aspettative, il che lo incoraggia della scelta e si mette di buona lena a lavorare. Il problema è che non ci vuole molto per le due donne a capire che lui sta bluffando e che quello non sia proprio il suo mestiere, ma l’uomo sorride, si adatta, si gode la situazione, si impegna ed è disponibile, ricevendo in cambio ospitalità e fiducia. Ha cambiato vita? Troppo riduttivo: è rinato, è un altro (non solo di nome), ha scoperto un’altra vita e un altro mondo, soprattutto un altro modo di vivere. E sopra ogni cosa ha messo da parte il ricordo di Milena e la delusione cocente di essere stato abbandonato senza un motivo dall’oggi al domani. Ora, nonostante tutti abbiano capito che lui non è quello che dice di essere, è ben accolto, ha la fiducia, Amalia lo considera un amico, quasi uno di famiglia assieme alla fidata Rita.

Ora sono stufo! Me ne voglio scappare! Me ne vado ai Caraibi, in campagna, in una baita, dove non ci sono problemi e nessuno mi scoccia. Quanto volte lo sentiamo? Nei momenti di crisi si ha sempre voglia di fuggire e cominciare una nuova vita. E se capita, che si fa? Eppure, Fernando non ci pensava per nulla, era tranquillo, era (è) un buon uomo (come gli viene ribadito anche nel nuovo posto), ben considerato, perché mai doveva immaginare di andar via? Ma a questo punto lo spettatore si chiede: è possibile che non gli torni in mente il bell’appartamento che ha lasciato? Che non abbia desiderio di rivedere il mondo di prima? E Milena, cosa avrà fatto, sarà tornata pentita? Non ci pensa proprio più ma deve fare una scappata a Madrid, per vender la casa e dare una mano ad Amalia per riprendersi l’uliveto che lui vuole coltivare. Più che mai un contadino, chi l’avrebbe mai detto!

Tornare sui propri passi, però, significa anche andare a rinvangare il passato e ciò che si è voluto dimenticare. Ma il suo appartamento non è vuoto! Il dramma di Avelina Prat diventa un giallo psicologico. Chi è quella piacente signora che si fa chiamare come sua moglie? Perché è lì e come ha fatto ad entrarci? L’unica è studiarla, avvicinarla, fare amicizia, scoprire senza scoprirsi. Quante sorprese per un uomo che aveva cancellato il passato ed ora si trova a riviverlo tramite un’estranea misteriosa. Il suo sguardo curioso e indagatore si riattiva come una volta dopo essersi rilassato nella campagna portoghese e cerca la verità, che sarebbe meglio definire realtà, la nuova realtà. Era tornato per qualche giorno ed ora non ha più fretta, prima deve capire, specialmente che fine ha fatto Milena, quella vera. Poi - ormai la decisione l’ha presa due anni prima - tornerà nel nuovo pianeta che ha scelto, indietro non tornerà di certo. Anche se allo spettatore il dubbio viene: pure questa donna ha l’intuito prettamente femminile di intuire le vere intenzioni dell’uomo e lo previene.
Il secondo lungometraggio della valenciana Avelina Prat, una regista che – come leggo - negli ultimi anni ha attirato crescente attenzione nel panorama iberico grazie alla sua sensibilità per i personaggi marginali e per le storie costruite su identità, silenzi e relazioni complesse, conferma questa direzione autoriale e si inserisce in un percorso che punta a un cinema intimista, sostenuto da un forte impianto psicologico e da un lavoro accurato sulla costruzione degli ambienti. Tant’è che le riprese si sono svolte tra Barcellona e la Quinta da Aldeia, una vera villa portoghese che ha fornito al film un’identità visiva precisa e riconoscibile, capace di sostenere l’atmosfera emotiva che la regista ricerca. Si presenta come un tassello importante nella crescita artistica di Avelina Prat: un’opera che conferma la sua attenzione per storie intime e per un cinema che unisce rigore formale, sensibilità psicologica e un forte radicamento territoriale. Un progetto sostenuto da una rete produttiva solida, da un cast internazionale e da un percorso festivaliero che ne ha amplificato la visibilità.
Un aspetto che piace e che la regista svolge bene come compito è la maniera in cui nasce il legame inatteso con la proprietaria della villa, esplorando anche il rapporto tra persone e luoghi, e il significato di “casa”, identità e seconde possibilità. Tutto scaturisce dalla reazione del protagonista che decide un po’ per impulso, un po’ riflettendo, di adottare un’identità non sua: un gesto che è insieme evasione, autopunizione e tentativo di rinascita. Poteva essere avventata, come decisione, con la conseguenza che poteva pentirsi, ma la domanda che sorge è su quanto l’identità sia un fatto stabile o un processo in continua riscrittura: moralmente, è legittimo ricominciare mentendo? Giriamo la moneta: psicologicamente, il gesto è una risposta al trauma e diventa un modo di sospendere il sé per non affrontare il dolore. Non ci sono dubbi in merito al fatto che la scomparsa della moglie lo abbia lasciato completamente devastato e senza direzione sebbene non abbia dato sfogo alla rabbia o abbia compiuto gesti inconsulti perché Fernando è davvero una persona quieta e riflessiva, ma, come ci dimostra il film, la sceneggiatura non tratta la perdita come evento, ma come stato mentale prolungato fatto di perdita di senso, dissoluzione delle abitudini, incapacità di abitare la propria vita, motivo per cui quella villa diventa un luogo di sospensione, quasi terapeutico, dove il protagonista può non essere se stesso.

La casa, posto domestico nel senso pieno, diviene non solo un luogo fisico ma uno stato dell’anima dove sentirsi a proprio agio, che soddisfa corpo e mente: è radice di stabilità ma anche di possibilità di vita e non contano più i muri e i mobili, piuttosto assume i connotati di una relazione con se stessi e con chi ci si sente bene. Specialmente se l’amicizia nata in modo così inaspettato è una forma di cura psicologica dove si viene apprezzati e completati dai semplici gesti quotidiani. Certo, c’è un inganno iniziale, ma una volta capito è perdonato, come fa Amelia che neanche fa una sola domanda per approfondire e le basta intuire che è un passaggio necessario. Il giudizio resta sospeso per sempre: lei è sola e sa che da quel momento in poi può contare con fiducia nell’altro. Come si fa a condannare una “irregolarità” se non fa male ad alcuno ed è comprensibile come gesto di sopravvivenza emotiva?

La regia di Avelina Prat è molto “femminile”, se mi si fa passare il termine, perché è gentile, non aggressiva, calma e quieta come il protagonista, è osservatrice ma mai didascalica, seguendo lentamente la maturazione della decisione del cambio, che non è di poco conto e indica la pacificazione di più di un’esistenza. Lo dimostra l’abbraccio tra Fernando e Rita ed il sorriso che lui riceve da Amelia. Una regia puntuale che parte dai punti di vista dei personaggi: lui seduto al tavolo del bar per osservare la finestra madrilena, visuale che si capovolge a parti invertite, il racconto di Olga (Branka Katić) quando si svela, Fernando che ascolta con sorpresa e comprensione. Non c’è un litigio, una discussione o uno sgarbo. Perfino la vera Milena fugge senza aver mai bisticciato. Maria de Medeiros è lontana mille miglia dal personaggio che la rese famosa in Pulp Fiction e i suoi sorrisi parlano da soli. Branka Katić, un attrice considerevole, regala semplicità e naturalezza, come è in realtà il suo personaggio. Manolo Solo è magnifico, tiene la scena per tutta la durata del film con sicurezza e ci trasmette pienamente il carattere pacifico del protagonista. Davvero bravo.
Un bel film, delicato, che è stato accolto bene in tutti i festival dove è stato presentato, raccogliendo 8 premi e 10 candidature.






















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