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La vita va così (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

La vita va così

Italia 2025 commedia drammatica 1h58’

 

Regia: Riccardo Milani

Sceneggiatura: Riccardo Milani, Michele Astori

Fotografia: Simone D'Onofrio, Saverio Guarna

Montaggio: Patrizia Ceresani, Francesco Renda

Musiche: Moses Concas

Scenografia: Marta Maffucci

Costumi: Alberto Moretti

 

Giuseppe Ignazio Loi: Efisio Mulas

Virginia Raffaele: Francesca Mulas

Diego Abatantuono: Giacomo Greatti

Aldo Baglio: Mariano

Pietro Ragusa: Pietro Maestri

Geppi Cucciari: Giovanna

Jacopo Cullin: Gianni Mulas

Niccolò Senni: Niccolò Maestri

Denis Fasolo: avvocato

Massimiliano Medda: farmacista

Gabriele Cossu: don Liberato

Antonio Ledda: arcivescovo di Cagliari

 

TRAMA: In un angolo di Sardegna non ancora svenduto al capitalismo sfrenato, una piccola comunità è costretta a scegliere tra il sogno di avere lavoro sicuro e la difesa del territorio e della sua identità.

 

VOTO 6,5

 

 

Dopo tante commedie tipiche della produzione italiana di questi anni, che fotografano il Paese con leggerezza e comicità facile, senza temi impegnativi, Riccardo Milani si sta dedicando ad argomenti più seriosi che riguardano soprattutto le difficoltà dei cittadini comuni nella vita dell’oggi e quindi nelle ultime opere ha guardato la vita di provincia negli aspetti più tangibili. Ecco allora che ci ha proposto Grazie ragazzi (2023) e Un mondo a parte (2024). Nel primo il protagonista è un attore fallito che trova uno scopo dedicandosi ad un laboratorio teatrale in un carcere; nel secondo è un insegnante romano che dà una svolta alla vita trasferendosi in un comune montano marsicano per non far chiudere l’unica scuola elementare. Propositi di cinema serio che vengono consolidati da questo film, che viaggia tra la commedia ed il dramma di un paesino della costa sarda che non ha altra ricchezza che la bellezza e la verginità di un territorio da proteggere dall’invasione capitalistica.

 

 

La storia segue Efisio Mulas (Giuseppe Ignazio Loi), un pastore solitario che vive davanti alla spiaggia di Bellesamanna, nella Sardegna sud‑occidentale, e che da decenni difende quel tratto di costa da ogni tentativo di speculazione. Quando, tra il 1999 e il 2000, una potente società immobiliare guidata da Giacomo Greatti (Diego Abatantuono) avvia l’acquisizione dei terreni per costruire un resort di lusso, l’intera comunità si lascia sedurre dalla promessa di lavoro e sviluppo. Efisio è rimasto in tanti anni l’unico a rifiutare di vendere, nonostante le offerte sempre più alte, perché prima di tutto non vuole privarsi della casa che è stata dei suoi avi, poi perché considera quella spiaggia un bene comune e non vuole che diventi un privilegio per pochi. La sua ostinazione lo isola: il paese gli si rivolta contro, la figlia Francesca (Virginia Raffaele) è combattuta, e persino il figlio Gianni (Jacopo Cullin), che vive in Inghilterra, tenta di convincerlo a cedere. Ma l’anziano resta irremovibile, ripetendo il suo motto in sardo: “Ainci andat sa vida”. La vita va così.

 

 

La trattativa dura molto tempo, sembra mai finire e, con il passare degli anni, la pressione aumenta. Le offerte salgono da centinaia di milioni di lire fino a dodici milioni di euro, ma Efisio continua a rifiutare. L’azienda passa allora alle maniere forti: ruspe al lavoro al confine della proprietà che devastano il paesaggio e chiusura dello stradello lungo il quale l’uomo porta sulla spiaggia la piccola mandria, tutti lavori per costringerlo ad andarsene. In questo clima ostile emergono però crepe nel fronte avversario: il capocantiere Mariano (Aldo Baglio), tormentato dai sensi di colpa, si licenzia; Francesca torna a sostenere il padre; e un tentativo di truffa da parte di un falso avvocato (Denis Fasolo) rivela quanto la vicenda sia diventata terreno di manovre sporche, coinvolgendo politici, autorità religiose e figure di potere. Nonostante tutto, Efisio non arretra: per lui la terra non è merce, ma identità, memoria, dignità. La battaglia si conclude in tribunale, dove la giudice è Giovanna (Geppi Cucciari), profondamente legata alla sua terra.

 

 

Parrebbe un legal thriller ed invece è storia (verissima) di Casa Nostra e anche delle associazioni ecologiste protettrici della salvaguardia del territorio, un dramma moderno che ha un eroe piccolino, testardo, attaccato alla casa e alle sue mucche come al suo fedelissimo cagnolino, che difende la tradizione, la terra, l’amore della vita indipendente ed il rifiuto della prepotenza rappresentata dal denaro. Tantissimo denaro. Finale malinconico ma trionfante: dopo circa vent’anni di resistenza solitaria, lui ottiene giustizia e può finalmente concedersi un ultimo bagno nella sua spiaggia, consapevole di aver difeso ciò che amava fino alla fine. La sua morte, serena e simbolica, suggella una vita vissuta con coerenza assoluta, trasformando la sua ostinazione in un atto di tutela collettiva e in un’eredità morale per l’intera comunità. Che, alla fin fine, capisce e accetta.

 

 

Gli scenari in cui si sviluppa la trama son diversi. La proprietà di Efisio, dove l’osserviamo seduto pacificamente ai gradini della casa con il bastone di pastore accanto ed il suo amico a quattro zampe tra le braccia, la figlia che va a pranzo tutti i giorni e fa da tramite tra la popolazione diventata ostile o tra il potente gruppo immobiliare ed il padre; la sede dell’impresa Greatti dove Giacomo riunisce lo staff dirigenziale per adottare le fallimentari strategie per l’acquisizione della proprietà; il paese in cui la maggior parte degli abitanti sono disoccupati al sole; la vita del capocantiere Mariano passata dall’urgenza dell’inizio dei lavori alla monotonia dell’attesa della conclusione felice della trattativa, a diventare un cittadino, anche lui nullafacente, del paese, fino alla conversione di protezione ambientale, maturata come la celebre “crepa” di Leonard Cohen che, quando si allarga, fa entrare la luce.

 

 

Tra questi luoghi fisici e morali si svolge l’intero film, che si muove tra gags simpaticissime sia di Aldo Baglio – che pur in un ruolo che vuole essere serio, investe la sua spontanea comicità efficacemente con la mimica che lo ha reso celebre – sia dei comportamenti tragicomici dei compaesani, che vedono la grande occasione di lavoro per tutti ma che devono fare i conti con il piccoletto ottantenne. Il lato drammatico è tutto il resto, comprese le innumerevoli riunioni del gruppo imprenditoriale il cui titolare trasecola davanti ai fermi rifiuti del pastore-pescatore. Facile immaginare il pubblico diviso nella scelta morale: che sorride piacevolmente e nello stesso tempo cerca di avere un’idea se sia giusto e corretto che Efisio rifiuti ogni trattativa o che debba accettare per dare “un presente ed un futuro” alla zona e ai suoi abitanti senza prospettive in alternativa.

 

 

Forse è proprio il comportamento del capocantiere la rappresentazione della crisi di coscienza di ognuno di noi davanti a questa scelta epocale: lui è prima l’avamposto affaristico per l’offerta che pareva adeguata e poi crescente a dismisura (“Oh, madre bottarga!” esclama l’arcivescovo), ed infine paladino della scelta della rinuncia e delle dimissioni per diventare uno di loro e, chissà, il compagno di Francesca Mulas. Nell’imbarazzo lo spettatore, che resta dubbioso, o per lo meno con il diritto di non sapersi schierare. Ma il problema etico e sociale resta, non è evitabile e non sono sicuro che il film, tramite il suo autore, alla fine decida di stare di qua e di là. Di certo, il finale vede l’intero cast schierato nella bella piazza soleggiata del paese ballare al ritmo della musica folkloristica come se alla fine dei conti siamo tutti, nessuno escluso, coinvolti nel salvare il nostro Pianeta. Perché, come dicono i coraggiosi giovani che protestano, non esiste un Planet B. E il progresso? Il PIL? L’occupazione? Il benessere? Forse necessiterebbe non essere ingordi come la società Greatti, quando invece con un giusto equilibrio staremmo bene tutti.

 

 

La dimostrazione del cambiamento di rotta del cinema di Riccardo Milani è presto fatta e lui dirige bene la numerosa squadra di attori celebri e indigeni, barcamenandosi con esperienza tra il lato serio della vicenda vera e la spontanea comicità di attori adeguati. Giuseppe Ignazio Loi è bravissimo e sembra un attore nato; Virginia Raffaele, da ottima imitatrice parla con un accento sardo incredibile e assume pose da attrice drammatica; Diego Abatantuono, quando gli vengono affidati ruoli seri, lo ritengo anche più bravo che in quelli da commedia; Aldo Baglio mescola le carte e fa riflettere e fa ridere, che è il suo mestiere, e lo fa bene. Lui è la coscienza della storia.

 

 

No, non c’è risposta al dilemma posto, ognuno se ne dia una sua personale. L’equilibrio è saggezza, quindi il compromesso che non faccia male ad alcuno e che dia la giusta occasione a tutti è la risposta giusta. Semmai, il problema si sposta dove posizionare il punto di equilibrio senza danneggiarlo. Anche perché è pur sempre una battaglia umana e sociale tra memoria e cambiamento e non si può restare immobili né precipitarsi avanti.

 

 

Il film – che è ispirato alla vera storia del pastore Ovidio Marras morto all’età di 93 anni, che ha impedito la costruzione di un resort di lusso sulla spiaggia di Capo Malfatano, rifiutandosi di vendere un suo terreno e facendo causa all'impresa edilizia – ha l’ambizione di voler realizzare un apologo morale e, anche se non ci riesce del tutto, è un bell’esempio di cinema civile.

E teniamo sempre a mente che “Ainci andat sa vida”.

 


 
 
 

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