Le Déluge - Gli ultimi giorni di Maria Antonietta (2024)
- michemar

- 5 ore fa
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Le Déluge - Gli ultimi giorni di Maria Antonietta
Le Déluge
Italia Francia 2024 dramma biografico 1h41’
Regia: Gianluca Jodice
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Gianluca Jodice
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Giuseppe Trepiccione
Musiche: Fabio Massimo Capogrosso
Scenografia: Tonino Zera
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Guillaume Canet: Luigi XVI
Mélanie Laurent: Maria Antonietta
Aurore Broutin: Elisabetta
Hugo Dillon: Henri
Tom Hudson: Manuel
Roxane Duran: Madame De Lamballe
Anouk Darwin Homewood: Maria Teresa
Vidal Arzoni: Luigi Carlo di Francia, il Delfino
Fabrizio Rongione: Cléry
TRAMA: L’ultima parte della vita di Luigi XVI e Maria Antonietta, gli ultimi reali di Francia, in cui vennero incarcerati con i due figli in un castello alle porte di Parigi, in attesa di essere giustiziati.
VOTO 6,5

Gianluca Jodice prosegue il percorso iniziato con Il cattivo poeta di quattro anni prima, tornando a indagare la Storia nei suoi interstizi più quotidiani, là dove i grandi eventi si intrecciano con la fragilità umana. Il film osserva gli ultimi giorni di Luigi XVI e Maria Antonietta non come icone da manuale, ma come persone travolte da un destino che non controllano più. La loro lenta discesa dalla regalità sfarzosa allo squallore della prigionia - tra stanze spoglie, biancheria sporca e umiliazioni crescenti - diventa il cuore di una riflessione sull’inesorabilità che colpisce chi, suo malgrado, diventa simbolo. Luigi XVI emerge progressivamente nella sua dimensione più intima: un uomo mite, quasi disarmato, che alcuni carcerieri finiscono persino per guardare con un’ombra di compassione. Ma il simbolo resta più forte dell’individuo, e sarà quel simbolo a essere condannato.

Il regista, napoletano come uno dei suoi principali sponsor, Paolo Sorrentino, qui tra i produttori assieme tra gli altri a Matteo Rovere, illumina queste contraddizioni con rigore e misura, sostenuto da un cast importante - Guillaume Canet e Mélanie Laurent in primis - e da un apparato visivo di grande qualità: la fotografia di Daniele Ciprì, le scenografie di Tonino Zera, i costumi di Massimo Cantini Parrini. Tutti elementi che confermano la solidità di un regista alla sua seconda prova capace di trasformare la Storia in un racconto intimo e rivelatore. Si dà risalto alle differenze di carattere e di reazione alla “scomoda” nuova e inattesa situazione mostrando una regina più diretta e istintiva, ed un re che invece pare non comprendere fino in fondo cosa sta accadendo a lui e alla sua amata famiglia: è meravigliato e quindi trattenuto. Se la prima reagisce con altezzosità e nel finale rabbioso urla come una tigre che reclama giustizia (ma lei, l’ha mai concessa al popolo affamato?), il secondo non fa una grinza e chiede solo il tempo di pregare prima di essere giustiziato. Quasi non si rendono conto, comunque, che la loro falsa “divinità” è cessata, non ha più valore, non è più tempo, ed ora sono comuni mortali – come tutti, accidenti! – che la Giustizia popolare dei citoyens ha deciso di condannare alla ghigliottina.

Il film è diviso in tre capitoli chiamati, come ovvio, con titoli che si riferiscono al momento della trama: Gli dei. Quando i sovrani vivono ancora nella loro dimensione regale, apparentemente ignari della rivoluzione in atto. Gli uomini. È il momento in cui Luigi XVI e Maria Antonietta iniziano a confrontarsi con la realtà della loro caduta e cercano di adattarsi faticosamente alla nuova condizione. I morti. Il destino che li attende a poche ore, è il momento dell’inevitabile conclusione. Sono ancora in quelle stanze spoglie ma sono già cancellati dalla Storia.

1972. La prima sequenza, lenta e solenne, sembra una di quelle fastose di corte ma non lo è affatto: nel grande parco antistante l’edificio in cui si volgerà l’intero film arrivano soldati ed una carrozza, quella dei Reali. Uno dei cocchieri apre la porta e si attende qualche secondo per vedere chi ne scende. Il primo è il Re Luigi XVI, che si guarda attorno spaesato, osserva il castello, raccoglie un sassolino che mette in tasca, non realizza bene. Si avvicina ai gradini dove si sono schierati i capi della Rivoluzione, poi si gira e aiuta la Regina Maria Antonietta, che si fa attendere ancora, a scendere salutando il gruppo di cortigiane che sono giunte su un altro mezzo mentre si odono colpi di cannoni lontani, quelli della ribellione. No, non è una gita né una scampagnata, ma un trasferimento. Nel frattempo, il Procuratore della Comune di Parigi, intimorito e titubante per l’importante incarico e per il momento storico, li accoglie con un discorso che fa fatica a pronunciare: “L’uomo è nato per essere felice e libero. Tutti gli uomini nascono liberi e uguali nei diritti. E questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. Le dist… le distinzioni sociali non possono essere fondate che sul… non possono essere fondate che sull’utilità comune. Viva la Francia! Viva la Rivoluzione!”. Il Re guarda l’edificio, la Regina guarda a terra indignata.

La successiva inquadratura, che in pratica diventa un anche il poster esplicativo, il regista li inquadra come in posa, come una foto ricordo, come d’altronde immagino siano stati tutta la vita: nelle loro fastose dimore, attorniati da fedeli servitori e devote dame di corte al servizio della donna e dei figli. Ed invece, ora, sono in una stanzona lunga e quasi spoglia di mobili nella Torre del Tempio, nella periferia di Parigi, parte della cittadella fortificata dei Templari: lei ritta, regale e stizzita sulla sinistra, lui sulla destra con in mano l’alto bastone da passeggio, entrambi in atteggiamento come chi crede che sia solo una scomoda sistemazione di passaggio, in attesa di nuova abitazione all’altezza delle loro prerogative. Ed invece è persino un eccesso di concessioni di cui verranno subito privati per lasciare la coppia e i figli in compagnia di solo una addetta, Madame Elisabetta (Aurore Broutin), e senza mobili e letti: lì si devono arrangiare fin quando saranno sistemate le stanze, che scopriremo camere sporche e degne di una prigione.

Non pensano ancora che il destino sia inevitabilmente segnato e che là fuori non esiste più il loro régime perché intanto è nata la Repubblica Francese. Il re si adatta e riflette, la regina sdegnosamente rifiuta di mangiare. Poi, alla fine, mangeranno anche con le mani perché saranno privati anche delle posate, potenziali armi per farsi del male: è il Popolo che li deve giudicare e giustiziare. Li assiste solo il fedele Cléry (Fabrizio Rongione), l’unico ammesso ad essere consultato e con cui la regina avrà un colloquio finale degno della Commedia Francese, quando chiede – illudendosi di sopravvivere in città come una qualunque abitante – se è difficile pulire e cucinare (!). Sotterfugio della sceneggiatura per significarci ancora meglio di come questa donna fosse distante dalla vita comune e dalle miserie che il popolo sopportava da troppo tempo. È passata alla Storia per aver detto “Se non hanno più pane, che mangino brioche” mica per nulla! [Al proposito, anche se questo non è il luogo: non risulta storicamente confermato che lei abbia davvero pronunciato quella mitica frase. Nelle sue Confessioni, Rousseau non cita la regina ma parla di una “grande principessa” non identificata che l’aveva detta. Ma era troppo comodo attribuirgliela perché Maria Antonietta era antipatica e straniera, mai benvoluta dal popolo. Quindi propaganda.]
Quell’immagine è comunque un po’ emblematica per tutto il film, sia per l’atteggiamento, sia per l’aspetto tecnico: il film si svolge interamente in pochissime stanze ma il lavoro svolto dallo staff tecnico è di prim’ordine e lo si deduce anche dai nomi importanti che lo compongono. I curatissimi costumi, le scenografie ricostruite in maniera eccellente e la fotografia portano agli occhi belle immagini e davanti a ciò è quasi impossibile rimanere indifferenti. Alcune inquadrature, con i loro colori e la loro profondità, voglio essere quasi un omaggio kubrickiano (a cui nessuno può mai paragonarsi, beninteso). E difatti, pur se non è un film che fa urlare, questo “diluvio”, citando il titolo originale francese, è un sontuoso film che si affida tanto alla scrittura (che Jodice ha firmato con Filippo Gravino) e alla regia quanto alle interpretazioni del cast. E se il titolo aggiuntivo nella distribuzione italiana dà maggior risalto a Maria Antonietta, reca un torto al personaggio che domina per l’intero film: Re Luigi XVI. È tramite lui che vediamo il film, sono la sua impassibilità, la sua lenta comprensione dei cambiamenti in atto, il suo dispiacere di perdere i figli, che ci indicano lo stato d’animo del personaggio. È lui che cerca di mitigare la rabbia impotente della moglie, che forse non lo ha mai amato, almeno in confronto a quanto lui prova per la consorte. È lui che la conforta nel momento dell’addio.
Può sembrare uno strano e differente punto di vista raccontare questa parte della Rivoluzione: con gli occhi dei Reali e non dalla parte del popolo come tutti hanno fatto. È chiaro che ciò che il regista desiderava era trovare uno sguardo alternativo: non quello di chi la rivoluzione l’ha fatta, ma quello di chi, dalla rivoluzione, è stato spazzato via. Ma è stato raccontato come una bella fiaba di gente non compresa dal popolo, di persone a cui è andata male, sebbene sappiamo che quel popolo era in assoluta miseria e che viveva in un regime insopportabile. I Reali, lontani dalla realtà, sono quasi santificati e ciò pare alquanto politicamente scorretto. Il film è ben costruito dal punto di vista artistico ma rappresenta una riformulazione troppo accomodante se si guarda dal basso.

Guillaume Canet è irriconoscibile dietro la maschera di Luigi XVI, Mélanie Laurent è più spigolosa del solito nei panni di Maria Antonietta, figurina celebrata già più volte dal cinema: i due bravi interpreti si sono ben trasformati nei personaggi. Una curiosità: l’attrice era ossessionata dalla scena in cui doveva urlare e l’ha provata molte volte, anche da sola. Lei vive nel sud della Francia e ha casa vicino al mare: andava alla scogliera e urlava. Sul set, quando è stata girata, ha indossato delle cuffie e ascoltato musica classica ad alto volume proprio per non sentire niente.
Film interessante proprio perché diverso dai soliti sull’argomento, ma pecca per troppa indulgenza verso una famiglia, come tante d’altronde in quei tempi d’Europa, che racchiusa nel suo tempio sfarzoso ignorava bellamente la gente che chiedeva almeno di mangiare. Non escludo che in futuro Gianluca Jodice ci possa sorprendere positivamente ancora.
Riconoscimenti
David di Donatello 2025
Miglior scenografia
Migliori costumi
Migliore acconciatura
Miglior trucco
Nastro d’Argento 2025
Miglior scenografia
Miglior costumi
Candidatura per miglior fotografia
Candidatura per miglior colonna sonora






















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