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Le Ravissement – Rapita (2023)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Le Ravissement – Rapita

Le Ravissement

Francia 2023 dramma 1h37’

 

Regia: Iris Kaltenbäck

Sceneggiatura: Iris Kaltenbäck (collaborazione Alexandre de La Baume, Naïla Guiguet)

Fotografia: Marine Atlan

Montaggio: Suzana Pedro, Pierre Deschamps

Musiche: Alexandre de la Baume

Scenografia: Anna Le Mouël

Costumi: Caroline Spieth

 

Hafsia Herzi: Lydia

Alexis Manenti: Miloš

Nina Meurisse: Salomé

Younès Boucif: Jonathan

Radmila Karabatić: Jelena

Duško Badnjar: Ivan

Ana Blagojević: Miléna

Grégoire Didelot: Philippe

Mathieu Perotto: Julien

 

TRAMA: Il parto traumatico di un’amica riapre una ferita segreta in Lydia, ostetrica professionista ma fragile. Quando l’autista Miloš rifiuta di legarsi a lei dopo un incontro casuale, nella donna scatta qualcosa: inizia ad alimentare una rete di bugie e ossessioni che le sfugge di mano, fino a un drammatico confronto.

 

VOTO 7

 

 

Iris Kaltenbäck ha esordito nel 2015 con il mediometraggio Le vol des cigognes dove, in trenta minuti, affrontava in modo problematico il tema della maternità, raccontando la storia di una donna che rapisce una bimba in un reparto maternità per far credere al suo compagno di ritorno dall’esercito che quella creaturina sia sua figlia. Nel suo esordio nel lungometraggio, presentato alla Semaine de la critique del Festival di Cannes prima di giungere in concorso al 41° Torino Film Festival, la regista (che ha firmato la sceneggiatura con Naïla Guiguet e Alexandre de La Baume) torna ad affrontare l’argomento spinoso della maternità mancata e desiderata, ritraendola come un sogno disperato, che procura brividi e tenerezza in un contesto di disagio psichico e sociale.

 

 

La protagonista è Lydia (Hafsia Herzi), ostetrica molto presa dal suo lavoro, che sta vivendo una rottura sentimentale. È una donna che dedica la sua vita ad aiutare altre persone a diventare genitori mentre lei ha un problema che sta più a monte: non riesce ad avere una vita di coppia come desidera e sogna e quando il suo compagno le rivela che va via di casa, il mondo le crolla addosso, immaginando innanzitutto che per ora non sarà mai mamma. Negli stessi giorni la sua migliore amica Salomé (Nina Meurisse) le rivela di essere incinta e le chiede di seguire la sua gravidanza. Salomé è l’unica persona con cui Lydia senta un legame profondo e presto replica lo stesso legame con sua figlia Esmèe che ha fatto nascere. Quando Lydia incontra Miloš (Alex Manenti), un autista di bus single e solitario, con cui sembra instaurare una connessione profonda, ma che si rivela semplicemente l’incontro di una notte, è travolta da un vortice di bugie che rimandano ai temi affrontati dalla regista nel premiato filmato che l’aveva fatta conoscere.

 

 

Per meglio intenderci, la molla emotiva e psicologica che causa il terremoto intimo alla ragazza è presto detta: la sua professionalità è indubbia ed è stimata nell’ospedale, ma dietro questa apparente stabilità, si nasconde una profonda fragilità emotiva. Quando la dolorosa rottura sentimentale coincide con la gravidanza della sua migliore amica Salomé e con l’incontro di un uomo che potrebbe rappresentare una nuova opportunità sentimentale, qualcosa dentro di lei inizia lentamente a incrinarsi. Osservandola, lo spettatore non può fare a meno di notare che qualcosa cambia in lei e la professionista diventa una donna incontrollata, fino a giungere al punto di commettere prima delle irregolarità, poi un vero e proprio reato. Il rapimento. Che inizialmente non è letterale, anche se finisce per diventarlo. Infatti, per legare a sé Miloš, decide di spacciare il figlio di Salomé come suo e lo convince che è lui il padre biologico del neonato persino riuscendo a falsificare il test del DNA per dimostrarlo.

 

 

La trasformazione che la protagonista sceglie quasi inconsapevolmente, diciamo pure istintivamente, è quella di una maternità rubata, un’identità in frantumi. Lydia non si limita a mentire: costruisce intorno a sé una finzione affettiva che assume, scena dopo scena, la consistenza di una realtà parallela. Si inventa madre, lascia credere allo scettico Miloš di essere il padre del bambino e trasforma il desiderio di appartenenza in un dispositivo narrativo sempre più instabile, dove l’inganno non è soltanto azione criminale ma sintomo di una frattura più profonda. È qui che il film evita la scorciatoia del thriller psicologico più convenzionale. Iris Kaltenbäck non cerca il colpo di scena né la semplice escalation morbosa: osserva invece la sua protagonista con una lucidità trattenuta, lasciando che la tensione nasca dallo scarto fra ciò che Lydia mostra al mondo e ciò che, silenziosamente, le si disgrega dentro. Il risultato è un film che usa il rapimento meno come meccanismo di suspense che come rivelatore sociale e intimo. Essere madre per non essere sola, essere materna per non sentirsi fuori posto: in questa alternativa senza via d’uscita Lydia resta imprigionata in una gabbia identitaria più soffocante di qualunque costruzione di genere. La regia, asciutta e partecipe, accompagna questa deriva senza assolverla né condannarla del tutto, facendo della maternità non un approdo, ma il luogo più doloroso della mancanza.

 

 

Recitato da entrambi (lei e l’altro) con un’interpretazione sommessa (peccato per un doppiaggio inadeguato e troppo sussurrato, purtroppo non l’ho potuto vedere in originale), l’opera dell’esordiente regista francese (figlia di due psicanalisti austriaci) è un crescendo psicologico in cui ci si chiede continuamente dove vada a finire, come farà la protagonista a cavarsela, domanda che si amplifica quando ella si caccia dentro ad un cul de sac da cui è impossibile venir fuori. Fin quando, messa alle strette, capisce di doversi arrendere, trovando, inaspettato, un piccolo spiraglio finale in cui l’uomo pare comprendere il dramma intimo dell’altra e non rinuncia a riaccoglierla mostrando tutta la comprensione possibile e a non abbandonarla nel momento più difficile della sua vita: quella di dover ricominciare e chissà come, avendo perso per sempre la possibilità di tornare alla sua professione.

 

 

Oltre ai tanti meriti da riconoscere alla regista, in primis scrittura e messa in scena (da notare le inquadrature della donna con la bambina in braccio su uno sfondo sfuggente come una fuga), oltre che direzione degli attori, notevole è l’interpretazione di Hafsia Herzi,  che già abbiamo conosciuto sin dai tempi di Cous cous (2006) di Abdellatif Kechiche e a seguire tante altre partecipazioni, tra cui i due Mektoub, My Love dello stesso regista, che ha ormai anche un presente di autrice essendosi fatta notare con il suo La più piccola (2025). L’attrice si presta magnificamente a capire la psiche del personaggio e lo incarna con un’intensità che traspare dallo schermo. Da non sottovalutare anche come la regista esalti l’aspetto dell’amicizia tra Lydia e Salomé, forte e tanto femminile, l’una afflitta dalla depressione post partum e l’altra che non le fa mancare vicinanza e solidarietà, situazione di partenza che, ormai consolidata, fa stupire ancor più la puerpera quando reagisce al momento della scoperta drammatica della piega che la vicenda aveva preso.

Insomma, un dramma che non si tinge di thriller in maniera classica ma che crea una tensione sotterranea crescente e moralmente palpabile da parte del pubblico attento.

 

 

Riconoscimenti

Premio Louis-Delluc per la migliore opera prima

Festival di Cannes 2023

Premio SACD

Torino Film Festival 2023

Premio Speciale della Giuria

Migliore attrice Hafsia Herzi

Premio per la migliore sceneggiatura Scuola Holden

César 2024

Candidatura migliore attrice ad Hafsia Herzi

Candidatura migliore opera prima

Lumière 2024

Migliore opera prima

Candidatura migliore attrice Hafsia Herzi

Candidatura migliore sceneggiatura

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

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cinefilo da bambino

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